“No, Tacconi, ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare in interiore homine. Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha. […]. Cessato ogni rumore metalmeccanico, suonerà dovunque la voce dell’uomo e della bestia […]. Non esistendo la famiglia, i rapporti sessuali saranno liberi, indiscriminati, ininterrotti e frequenti, anzi continui. […]. Nell’attesa che ciò avvenga, e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere.” (Luciano Bianciardi, La vita agra)

Li chiamano i “néné”: né studio, né lavoro. Ma oltretutto non apprendono un mestiere e non seguono corsi professionali, i 2,5 milioni di italiani della cosiddetta generazione Neet (dall’inglese: Not in Education, Employment, or Training) che rappresentano il 26% dei giovani tra i 15 e i 29 anni (in Germania solo l’8%). Questa fetta di popolazione in crescita esponenziale raccoglie a sé una schiera di giovani disillusi tanto importante da incidere sul Pil per 6,8 punti percentuali. C’è chi li colpevolizza, i nullafacenti frequentatori della birreria del quartiere, gli assidui consumatori di punk ipa e marijuana. C’è chi, invece, parla di mancata integrazione e fallimento del sistema scolastico. Ma noi qui vediamo i primi volontari di un esercito che l’anarchico a Milano Bianciardi nel 62′ aveva soltanto fantasticato. Ecco una generazione improduttiva, infeconda, marginale, completamente estranea alle logiche di produzione capitaliste – non per scelta, certo – ma comunque liberata dal giogo renziano del “fare per il fare”, del fare a tutti costi, del lavoro come “obbligo morale” nella società della produttività e dell’efficienza.

La gioventù preconfezionata dagli atenei universitari e dalle solite facoltà, gli startupper col risvolto che vendono succo di papaya bio online, i ragazzi che si sono identificati nella generazione Bataclan “creativa, poliglotta, amante del viaggio, interdisciplinare” dei “giovani in festa, aperti, cosmopoliti”, sono tutte sfaccettature di un modello antropologico perfettamente allineato alla necessità del sistema (assenza di punti di riferimento geografici, identitari, linguistici, disponibilità allo spostamento, alla flessibilità, al precariato). I Neet, al contrario, questi Vitelloni felliniani, rappresentano la sedentarietà, la lentezza, la misura, la più alta espressione del pensiero meridiano che confondere con la rassegnazione è fin troppo riconciliante. E seppure rassegnazione ci fosse, dovrebbe invece diventare fierezza, dovrebbe trasformarsi da inconsapevole accettazione di una condizione drammatica, a secco rifiuto – il “no” del Bartleby di Melville – delle logiche capitalistiche e dei suoi parametri.

Dove la società parla di “analfabeti lavorativi” noi vediamo una sacca di resistenza all’espansione totale dell’archetipo di job anglosassone. E se dall’ufficio tecnico del Ministero di Sacconi, si fa chiaro il bisogno di “favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro”, noi speriamo che questi incorrotti continuino a portare avanti la battaglia bianciardiana finché non cesserà l’ultimo rumore metalmeccanico. Essi rappresentano le forze vive dell’anti-progressismo, sono i veri fuoriusciti dagli spazi onnipervasivi della produzione, del consumo, del ciclo capitalista dello spreco, non sono gli equilibristi di Ivano De Matteo, ma gli immobili che vivono alla giornata con qualche lavoretto in nero e la paghetta, gli ultimi romantici paradossalmente alle prese, in questa società dell’abbondanza, con la sopravvivenza: sono i selvaggi, gli eretici, le bestie oniriche che compaiono nei sogni della cattiva coscienza del Capitale. E se la trasvalutazione di tutti i valori (efficienza, produttività, competizione, profitto, globalizzazione) passasse anche per il tramite di un fancazzismo (preferiremo consapevole) generalizzato.