Forse Matteo Renzi, che pur continua a dirsi “un ragazzo di Rignano sull’Arno” e a citare come suo maestro quel La Pira che nel 1953 faceva le occupazioni nelle fabbriche insieme agli operai, non è mai stato un innocente. La scalata cominciò con un primo atto di trasversalità (leggi anche spudoratezza) quando, già da sindaco di Firenze, partecipò clandestinamente ad una cena ad Arcore, che prefigurava i futuri rapporti con il Cav. e il patto del Nazareno. Ma da quando siede a Palazzo Chigi, l’efficacia comunicativa di un governo che si vuole fuori dal raggio d’influenza dei poteri forti, rottamatore dei partiti tradizionali, salvagente della politica dalle derive del populismo, si è scontrata con la realtà. Tutte le riforme economiche più incisive sono state fatte all’ombra di un conflitto di interessi vinto dalla controparte più forte, dallo Sblocca-Italia in omaggio ai grandi concessionari autostradali, fino al decreto Salva-banche a discapito dei piccoli risparmiatori (passando per Jobs act, Buona Scuola, e l’ultimo emendamento Sblocca Tempa Rossa da infilare nella legge di stabilità e garantire a Gemelli, il compagno della Guidi, un subappalto dalla Total per 2,5 milioni). Alle scelte si aggiunge la rosa, a trazione toscana e confindustriale, selezionata da Renzi tramite uno spoil system operato sulla base dell’amicizia più che su quella della competenza (Antonella Manzione, da capo della polizia municipale di Firenze al Consiglio di Stato e ora invischiata nella stesura dell’emendamento Tempa Rossa; Alberto Bianchi, organizzatore della Leopolda e nominato nel cda dell’Enel, così come Fabrizio Landi, l’imprenditore e finanziatore della Fondazione Open attraverso cui Renzi ha fatto la sua ascesa nazionale, nel cda di Finmeccanica).

L’innocenza di Renzi fu persa sin dalla famosa pugnalata a Letta, e ad aiutarlo nella comunicazione di un governo che non ha rapporti con le lobby, non fu certo la scelta di fare da testimone alle nozze dell’amico “Marchino” Carrai, il suo procacciatore di fondi, matrimonio al quale sfilò il gotha dei poteri forti del Paese, dai vertici della Montepaschi, Unipolsai, Fiat, Telecom, Atlantia fino al patron di Eataly Oscar Farinetti… Ma già il quadrumvirato scelto ad occupare i dicasteri di: Lavoro, Economia, Sviluppo e Rapporti con il Parlamento, rispettivamente con Poletti, Padoan, Guidi e Boschi rappresenta fedelmente i quattro grandi centri di potere che dettano le riforme: Legacoop (o il capitalismo di sinistra), Ue, Confindustria e banche. Di fatto il “metter dentro” pronunciato dal Ministro dello sviluppo economico Guidi, durante la telefonata intercettata con Gemelli, è un’espressione significativa di tutto l’operato renziano, che sotto dettatura, da parte delle potestà soprannominate, infila gli emendamenti per blindarli in Parlamento con il voto di fiducia.

Ormai l’innocenza è perduta e il racconto dei giovani ragazzetti di estrazione provinciale “imbucati” nelle sale del Palazzo non regge più, da quando la concentrazione decisionale si è spostata dall’aula parlamentare alla stanza dei bottoni e Renzi ha fatto proprio il monito bushano “o con noi o contro di noi” che esclude qualsiasi dialogo con il basso (consigli comunali, regionali, rappresentanze parlamentari, comunità locali) con la scusa di uno stato di emergenza (e di fretta) che impone al primato del consenso quello della governabilità. Il referendum del 17 aprile, dunque, oltre ad essere una consulta popolare sull’abrogazione delle concessioni alle piattaforme petrolifere, ha anche un profondo valore simbolico, e il raggiungimento del quorum con il “sì” sarebbe un grande atto di delegittimazione del governo. Andiamo a votare, perciò, con questa consapevolezza.