Di fatto la banalità di una tragedia come il consumismo è oggi assodata, tanto che lo stesso termine ha perso il suo vigore, si è normalizzato, e già lo scriverne – mediante l’uso di un portatile fabbricato in Cina – è un atto circoscritto nel suo dominio. Parlarne utilizzando aggettivi marxisti o citazioni di Baudrillard rimane pura speculazione che difficilmente riuscirà, in maniera assoluta, a farci afferrare la prepotenza di un fenomeno così totalizzante che assimila in sé ogni riferimento alla nostra esistenza. Che sia uno spostamento, l’accesso a internet o l’accensione di un cellulare, viviamo quotidianamente in uno stato schizofrenico di consumo. Forse camminare è l’ultimo gesto rivoluzionario. 

Ultima fase del consumismo è  quindi il passaggio dall’essere schiacciante, al divenire latente e compiere quel salto verso l’inconscio che lo possa rendere, in definitiva, un’ideologia. E a manifestare questa volontà è una certa filosofia contemporanea, sorretta dal realismo americano, che tenta la riconciliazione con l’esistente, regolarizzando e addirittura moralizzando il consumo nella prassi quotidiana. Gli atteggiamenti riconcilianti si notano nella filosofia di Simone Regazzoni che con masturbazione decostruzionista elogia la cultura di massa e la saggezza della serialità statunitense, ma ancora in Emanuele Coccia, autore de Il bene nelle cose. La merce come oggetto morale. Qui viene descritta una realtà apparente, o meglio un’idealizzazione della realtà; ovvero l’idea che il sommo bene nella società postmoderna si incarni nel possesso dell’oggetto. Del resto, come dargli torto? E’ ciò in cui tutti crediamo: il possesso è lo scopo ultimo, il fine di ogni esistenza, l’oggetto e lo status sociale che ne costituisce l’aurea sono la promessa di felicità. Ma il feticismo della merce, per quanto sembri costituire l’unico universo di realizzazione dell’uomo moderno, non potrà mai essere la causa della sua emancipazione. Già Platone distingueva qualitativamente i diversi piaceri, e suddivideva le istanze umane secondo un sistema piramidale triadico: l’intelletto (la testa), il coraggio (il petto) e l’appetito (lo stomaco). Se traslassimo questo schema alla nostra Storia, vedremo come oggi, dopo l’età della filosofia ellenico-cristiana, poi quella dello spirito cavalleresco feudale, siamo scesi sino alle viscere nella pratica dell’edonismo consumistico. La filosofia del Coccia conferma quindi un simile discorso quando dice:

“La celebrazione di una battaglia di sterminio di un popolo nei bassorilievi romani, il culto di divinità inesistenti nei templi di civiltà passate o la glorificazione dei committenti negli affreschi cristiani non è necessariamente più nobile e sublime che l’invito a riconoscere in una borsa il segreto della nostra felicità”

E a questa decadenza, verificatasi nella secolarizzazione del sommo bene in una borsa, si accosta una decadenza antropologica dell’uomo. Se la pubblicità può rappresentare, secondo Coccia, un discorso morale, indicandoci il “bene” – o l’oggetto che ad esso ci conduce – nella società contemporanea, e se la pubblicità riflette l’uomo che la guarda, allora dobbiamo sottolineare lo stato di non perennità che ci opprime. Rispetto a un basso rilievo, costretto, nell’immaginario dello spettatore/cittadino, a rimanere in eterno in armonia con lo spirito del suo tempo, la pubblicità è affetta non solo da un costante mutamento, ma dalla contraddizione. Il marketing – o il “peccato contro lo spirito” secondo Clouscard – è la strategia delle mezze verità, ci parla incessantemente di un antinomia, è lui stesso a crearla, quando relaziona il sogno con il reale, lasciando disattese le aspettative e frustrato il soddisfacimento. Pensiamo all’uso fraudolento di photoshop su top model che consigliano l’acquisto di prodotti cosmetici.

Ma è ancora la non perennità ad essere il dato più importante e a noi soli contemporaneo, ovvero l’impossibilità di rappresentarsi l’oggetto nella sua obbiettività, ma semplicemente come un “altro da sé” indefinito. Prima, al villaggio, un uomo senza IL coltello non era un uomo. L’oggetto era portatore di un aurea di eternità (ereditato di generazione in generazione), oggi di precarietà, e questa, di rimando, si riflette anche sulla condizione umana. Quindi, parafrasando Jean Cau, nel mondo dell’usa e getta, della Bic, del car sharing e dello streaming, dell’esistenza di un oggetto a patto che la sua finalità sia il consumo e il suo annichilimento, abbiamo disimparato ad essere fedeli alle cose, e quindi anche alle persone. Dice G. Anders: “l’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via”. Il fenomeno del consumismo, oltre il disastroso impatto ambientale, non deve sovrapporsi al discorso morale, divenendo elemento sovrastrutturale dell’ideologia capitalista, come lo si vuole far diventare, ma deve essere perennemente sondato per farne emergere le contraddizioni.

“Un uomo che si rade con un Bic avrà forse avventure galanti ma non amerà mai profondamente una donna” (Jean Cau, Il popolo, la decadenza e gli dei”)