È vero, le élite hanno perso la loro verve élitaria. Il nostro ex-premier, ad esempio, ha fatto dei suoi bassi piaceri uno strumento di consenso elettorale. Matteo Renzi ha letto più post di twitter che passi di libri. Zuckerberg indossa un paio di ciabatte e Steve Jobs alle assemblee dei soci della Apple Computer portava, come suo solito, un paio di jeans e un golfino smunto. Oggi l’ultimo degli operai come il primo degli amministratori delegati di un’azienda di spicco bevono Coca-Cola e ascoltano la stessa musica, hanno interessi e attitudini simili, desiderano le stesse cose (solo che i primi le sognano, i secondi le posseggono). Sebbene il boom del secondo dopo-guerra con la maggiore redistribuzione delle ricchezze e la rivalsa della cultura nazional-popolare abbiano attenuato il solco che divideva la massa dall’élite, obbligando quest’ultima a doversi rendere permeabile alle istanze del popolo, ora dobbiamo attestare un processo di polarizzazione della società.

Tralasciando i dati dell’Oxfam – malgrado provino che ad oggi, in Italia, l’1% della popolazione detiene il 60% delle ricchezze totali – dobbiamo notare il rimpatrio di un gap culturale dettato non da un’ideologia ma da una ritrovata coscienza di classe dell’élite. L’oligarchia sta ritrovando una compattezza culturale, sociale, economica, dettata dal suo stile di vita. Di fatto, anche qui in Europa possiamo registrare un allontanamento delle classi elevate dalla condotta della gente comune. I vertici si stanno riappropriando di una narrazione élitaria (che pure manca di un approccio solidamente culturale). La classe progressista, creativa e liberal che oggi detiene il monopolio di quanto è rimasto della cultura, sta tornando a rinchiudersi nel suo intellettualismo auto-referenziale che pervade ogni ambito della società: l’arte contemporanea, la haute couture, la gastronomia (nouvelle cuisine, alimentazione biologica, vegana o a chilometro zero), la questione della maternità surrogata, l’ideologia gender, la retorica laicista ripetuta all’infinito, o ancora l’apologia della tolleranza e dell’accoglienza. Sono tutte dimensioni di uno stile di vita e di una mentalità che escludono il petit peuple e si allontanano anni luce dalla sua quotidianità. Pensiamo a quanto è successo con il caso Brexit: l’intera intellighenzia europea, scavalcando la legittimità del suffragio universale, ha condannato a suon di insulti sprezzanti (si è parlato di voto xenofobo, ignorante e retrogrado) la working class britannica che ha varato l’uscita dall’Europa.

Ecco allora che da un’élite legata al popolo e al luogo da cui proviene (pensiamo ad Adriano Olivetti o ad Enrico Mattei), assistiamo adesso a una classe autopromossa, slegata dalla comunità e dalla “gente comune”, svincolata da qualsiasi forma di gratitudine o riconoscenza sociale nei confronti del basso, verso cui si sente distinta per meriti personali, talento e competenza (pensiamo ai Benetton e al caso della fabbrica tessile a Dacca, a Marchionne e la delocalizzazione della Fiat, allo scandalo dell’appalto di Farinetti all’Expo). Così come il capitale transnazionale non ha più legami con il territorio e i confini nazionali, anche queste élites sono cosmopolite e nomadi, ed hanno più affinità con la controparte élitaria degli altri Paesi che non con i loro connazionali. Non accettano le responsabilità delle proprie azioni, non condividono una storia comune, si dicono “cittadini del mondo” ma non rispettano gli obblighi di nessuna cittadinanza, hanno una visione turistica delle cose, amano i non-luoghi, privi di qualsiasi identità: i centri commerciali, gli aeroporti, le hall dei grandi alberghi. Si chiudono nei centri delle città mentre le periferie sono degradate e diventano dei quartieri-dormitorio.

Le élite, pur non essendo più élite nel classico senso del termine – non ce li immaginiamo mentre parlano del manierismo ascoltando la Tosca, quanto invece a postare una foto sul loro profilo Facebook -stanno fuoriuscendo dalla quotidianità e dalla dimensione storica, sino ad evadere dall’ambito di rappresentanza delle sue forze vive, del popolo e dei suoi valori, dei suoi residui (attaccati ancora ad una logica del vicinato, dei legami con il territorio e il luogo di origine). Dopo un periodo di aggregazione e di vicinanza potremo parlare nuovamente di piramide sociale, ripristinata su criteri quasi feudali, poiché il fattore ereditario sta diventando sempre più importante mentre si disgrega il welfare (l’accesso alle scuole private, ai collège di eccellenza, alla sanità e alla vigilanza privata per i figli dei più ricchi e un servizio pubblico sanitario e educativo scadente per i meno abbienti). Questa estraniazione eclatante delle élites dalla massa è il primo passo verso la rinnovata creazione di una coscienza di classe da entrambe le parti, di una distinzione governanti/governati di nuovo facilmente visibile e palpabile.

È in questo corso che si inseriscono e ritornano profondamente attuali le analisi di Mosca, Pareto, Gramsci e Michels che rivedono le stampe con i tipi del Circolo Proudhon («Elites. Le illusioni della democrazia»), lasciandoci un monito che deve mettere in imbarazzo, costantemente, gli apologeti della democrazia e i cantori dell’uguaglianza di diritto. Poiché la storia insegna che ogni forma di governo implica l’esistenza di una classa dominante e di una classe dominata; ed è perciò necessario agire per sanare, quanto più possibile, il solco che le divide, piuttosto che adornare di giustificazione ideologiche le disuguaglianze crescenti.

Disponibile su www.circoloproudhon.it

copertina_elites_3d