Li vediamo ovunque: per strada, in fila, nel traffico, nei negozi, al ristorante. Padri e madri chini a soddisfare i desideri dei figli, a raccogliere cartacce, giochi e merende, a sedare prontamente i loro pianti con videogames e cellulari. Proni si adeguano alle richieste dei piccoli reggenti, che appagati, in cambio, concedono l’ambito silenzio. Ma l’inversione – fino all’annullamento – delle gerarchie famigliari è un fenomeno che si riproduce su scala più ampia, una massima, diremo pure, su cui si fonda la nostra attuale società. L’assenza di un’autorità visibile e di una gerarchia formale, reale, tangibile – assenza cui si rifà tutto quel ceto di prostitute intellettuali per elogiare la democraticità dell’odierno status quo – è significativa all’interno di un contesto capitalistico-liberale che deve, per sua necessità, smussare sul piano sovrastrutturale qualsiasi contrasto ed eliminare qualsiasi forma di dominio o di potere che non sia quello, appunto senza regole, della merce. Ora, la liquidazione dell’autorità – non che questa sia indiscutibilmente accettabile (pensiamo all’autoritarismo borghese) – oltre ad essere funzionale in larga parte al nuovo assetto sociale, ne ha creato i prodromi psicologici. L’eliminazione dell’auctoritas è l’eliminazione del vincolo e del divieto, la trasformazione del Super-Io da istanza oppressiva a istanza permissiva, la confluenza dell’inconscio nel conscio. L’assenza di una forma dominante lascia l’individuo in uno stato infantile, pre-adolescenziale, antecedente alla formazione di una coscienza definita che si attinge solo con l’uccisione come superamento e integrazione dell’autorità – ora divenuta astratta quindi meno identificabile.

L’autorità è perciò lungi dall’essere stata uccisa dai sessantottini: si è spostata altrove. L’evasione da una forma autoritaria tramandata dal passato ad una forma liquida è un fenomeno originato – come gran parte di quei sedimenti moderni che ci trasciniamo appresso – dal secolo dei Lumi, ovvero dall’idea di un corso storico inteso come positiva evoluzione, scandito dall’idea generale di Progresso: dal nuovo che si oppone al vecchio, dalla concezione di scoperta intesa esclusivamente come “creazione”, oscurando la “scomparsa” che essa comporta (la “distruzione creatrice” di Schumpeter). Sembra evidente che un’autorità legittimata dal tempo trascorso non possa prevalere in una simile struttura, così gli stessi anziani hanno perso il loro valore di “occhi che hanno preceduto il presente” per essere disprezzati in quanto “baluardi contro l’imposizione del nuovo” e mentre i genitori corrono appresso ai figli, essi attendono la morte seduti sulle panchine. Parlano da soli perché non sanno più a chi raccontare. Di fatto, quando il nonno, ma anche il padre, non conosce l’utilizzo dell’ultimo apparecchio elettronico, del cellulare di ultima generazione, e non è all’ultima moda, non è in pari con il “nuovo”, allora come potrà “vietare” al figlio, come potrà dire di “no” e a cosa dirà “no”? Se non offre, come potrà negare? La prole è già inserita nel preambolo del nuovo, e lo riproduce simbolicamente. Il padre non merita più di essere ucciso, ci ha già pensato il tempo. Ma senza questo assassinio, la coscienza non potrà diventare adulta e la soppressione del parricidio come atto metapsichico potrebbe essere la causa della fine dell’istinto rivoluzionario.

A questo punto, se la società si è sovrastrutturalmente infantilizzata, la retorica giovanilistica è il suo auto-compiacimento. L’ossessiva ricerca del “giovane”, l’apprezzamento ridondante del “nuovo”, sono le costanti che costellano il nostro immaginario e che hanno giustificato, in quanto innovative: la politica come incompetenza, la moda come isterismo, l’arte contemporanea come un bluff e via dicendo. Lo stesso Renzi e il suo inglesissimo team, giocano, proprio con i mezzi del loro essere young, a negare la loro autorità. Rispetto al ruolo di padre nobile della Francia rivestito da De Gaulle, Renzi non sembra neanche essere premier. Il capo di governo batte il cinque, da del “tu” di modo che gli sia dato del “tu”, usa un linguaggio informale, e nega aprioristicamente un vocabolario ricercato, anche quando la complessità della situazione lo richiederebbe e ne necessiterebbe. E’ la strategia “al ribasso”, si tenta l’appiattimento forzato a ciò che richiede formalmente la “domanda”, in questo caso gli elettori, che vogliono che le cose cambino, che si abbandoni il vecchio per il nuovo, e per fare questo, dice Renzi, bisogna fare, fare il “nuovo”. E questo “fare” è divenuto l’epicentro metafisico delle sue proposte al tempo indipendente da lui e al tempo stesso connaturato nella sua giovinezza anti-autoritaria. Egli non deve fare niente, per il semplice fatto che già sta lì, che è nuovo e il nuovo, pleonasticamente, fa, agisce. Eppure, questa tirannia del nuovo è proprio quell’autorità che ci trascina, in nome del Progresso, verso il baratro. A quando il parricidio?