In esclusiva per noi l’editoriale pubblicato sul numero 2 del “Bestiario degli Italiani

Ci credeva sul serio, il nostro premier, quando all’incontro sul peacekeeping (pace in conserva) dell’Assemblea generale dell’Onu, ci ha candidati “a custodi della cultura nel mondo”. L’Italia finora subalterna torni ad essere la culla delle arti, delle lettere e del sapere umanistico! E così si propone di creare una task force a guida italiana per salvaguardare i tesori artistici nelle aree di crisi, riferendosi sopratutto a quelle minacciate dall’Isis futurista che, tra Mosul e Palmira, brucia musei ed opere d’arte (invero, per finanziarsi, le rivende online a qualche occidentale). Non passano neanche 60 giorni da queste parole profetiche, e al Museo di Verona vengono rubati, sotto gli occhi dell’unico custode, 17 capolavori tra cui un Tintoretto, un Rubens e un Mantegna, per un valore tra i 10 e i 15 milioni di euro.

Ecco che il fare renziano si rivela parte di un dire o di un raccontare, a cui la realtà dei fatti si contrappone irrimediabilmente. E ci chiediamo, quindi, sull’onda di un fallimento come è stato l’Expo, che ci ha relegato al ruolo di osteria cracchiana (speck e patatine) dell’Occidente, come è possibile che questa narrazione governativa di un’Italia forte, che ha ritrovato dignità nell’esporre il tricolore (seppure accanto, o in basso, alla corona stellata di Bruxelles), che dà prestigio al made in Italy, all’artigianato, alla provincia e ai borghi medievali, all’Italia rurale, bio, km 0, a quell’Italia dei tesori artistici; come è possibile, dicevamo, che sono stati nominati sette direttori stranieri a capo dei più grandi gioielli museali della penisola? Cosa ci ha indotto, se non la totale incapacità di gestire le nostre risorse, a svendere, in nome della semplificazione, le risorse ai privati? Perché imbavagliare e relegare ai margini decisionali le Soprintendenze alla tutela del paesaggio e semplificare, ossia rimuovere, le procedure di autorizzazione ai lavori di edilizia?

Ciò che sta emergendo dalla volontà politica della nostra classe dirigente, espressione di una generazione il cui leitmotiv è da sempre il cambiamento in versione “smart” e un modello d’imprenditoria che ad Olivetti ha sostituito Farinetti, è un’italianità storpiata. La tendenza esterofila (coronata dallo spot di Sanremo in versione multiculturale) e il sovraffollamento di anglicismi sono prerogativa di un complesso d’inferiorità non dissimulato, di un provincialismo che vuole uscire da sé, ma ci rimane a forza, caricaturalmente. L’Italianità, perciò, è solo un oggetto del linguaggio, che non si riferisce più ad un processo storico che per anni ha partorito, con tanta frequenza, il genio italiano, ma un marchio registrato, monopolio del governo, che lo strumentalizza al fine di promuovere politiche che di italico non hanno nulla. Potremo chiamarlo “italian washing”, l’uso improprio dell’italianità – fossilizzata in un “brand” – esaltata sul piano sovrastrutturale e smantellata nella realtà dei fatti, violata da Nord a Sud. Così vediamo che la lotta alla speculazione edilizia ha finito per musealizzare i piccoli borghi e i centri storici ed ha trasformato le periferie in quartieri-dormitori. La cucina italiana spettacolarizzata nei salotti televisivi, si riduce nella vita quotidiana ad un anonimo “street food” che dietro la portata dal nome “fettuccine della nonna”, nasconde il lavoro di un magrebino sottopagato. Mentre lo storytelling renziano è quello di un’Italia rinascimentale, viene approvato il Trattato Transatlantico; mentre si dice no all’Europa delle banche, gli istituti di credito popolari, garanti di un’economia solida e dello sviluppo territoriale, con il decreto sul governo societario, sono diventate Spa, consegnandoci di fatto al credito europeo. Se gli Stati Uniti sono il “faro della democrazia nel mondo”, noi dobbiamo essere a detta di Renzi – che, come Bush, ha fatto del “chi non è con noi è contro di noi” il non-detto della governabilità – il “faro di civiltà e bellezza”: una piccola industria alla provincia dell’impero, sottoposta ad un’economia di mercato integrale, che salvaguardi qualche tesoretto lasciato in eredità dalla storia, per far contenti gli ospiti stranieri.

Italiani è finalmente uscito il secondo numero!

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