Sono pochi ma buoni. Un piede nel mainstream uno nell’underground. Si sono ritagliati uno spazio nell’attuale panorama giornalistico e culturale ma riescono a parlare con la società civile. Non muovono certo le masse di lettori sui quotidiani, non sono più engagé né tanto meno scomodi, ma mantengono il gusto della provocazione. Fuoriusciti tutti da esperienze politiche studentesche disastrose, hanno fatto i conti a sinistra con un’egemonia dogmatica, a destra con i falliti tentativi del “fare sistema”. Spassionati, disillusi, incidono poco e niente sulla realtà politica.

Non hanno facce televisive né twitter pret-à-porter, pagine facebook gonfiate da pallidi profili di indiani inesistenti o curati dalle équipe di esperti in web communication. Non vivranno nella memoria dei posteri perché la memoria ricorda solo ciò che incide. Restii ad impegnarsi nella costruzione di un’alternativa politica o di un struttura antagonista, hanno fatto dell’italianissimo motto “tengo famiglia” la giustificazione per non spingersi troppo oltre la pubblicazione di pamphlet amareggiati o antologie di articoli. Teste pensanti disinnescate che non agiscono nel mondo e che al tempo non portano voti a nessuno, non sono invisi dai piani alti delle redazioni di giornale o dagli autori dei programmi televisivi in quanto forniscono un valore aggiunto al dibattito. Questi intellettuali hanno chiamato strategicamente l’isolamento indipendenza. Perciò, seppure non organici a nulla, finiscono per essere accondiscendenti al tutto.

In ogni modo, sono il substrato culturale valido che, incapace di saggiare i confini di un progetto alternativo a lungo termine, se non si impegnerà nella creazione di un realtà unitaria e trasversale sarà costretto a morire nella solitudine. La scelta quindi è tra rimanere nell’autocontemplazione o sporcarsi le mani: tornare nel pays réel forti di un seguito e di un’autorevolezza per partecipare effettivamente alla creazione di un laboratorio di pensiero intragenerazionale, dove passare il testimone, dove riaprire il dibattito, dove scrostare le idee dai simulacri reimmettendole nelle meschinità della vita. Perché da soli i giovani non possono fare niente, è questo il non-detto della retorica giovanilistica. Ci vogliono i maestri per dare la benedizione e, se possibile, che siano cattivi maestri.