Così titolava The Economist, nel 2005, quando diagnosticò il paziente “Italia”, appesantito da un’economia in recessione, dalla sonnolenza politica della classe dirigente, dalla tassazione eccessiva e da un impasto burocratico di regolamentazioni. A questi si aggiungono malgoverno e corruzione. Siamo i malati dell’Europa, secondo gli europei, siamo il paese dell’eterno carnevale dalla sintesi gattopardesca. Ed è così da più di un secolo, se pensiamo che nel 1911 Giuseppe Prezzolini scriveva sulle pagine della Voce: “Tutto cade. Ogni ideale svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal parlamento il triste spettacolo si ripercuote nel paese. Ogni partito è scisso. […] Tutto si frantuma. Le grandi forze cedono di fronte a uno spappolamento e disgregamento morale di tutti i centri d’unione. Oggi uno è a destra, domani lo ritrovi a sinistra”.

Ma la patologia italiana è uno spasmodico attaccamento alla realtà che si sintetizza nel motto: “tengo famiglia”. Una prassi quotidiana che ci ha tenuto distanti per anni da ideologie, grandi progetti, sogni rivoluzionari, che ha piegato partiti e istituzioni, che ci ha fatto ritardare, certo, ogni appuntamento con la Storia. Ma mentre tutti gli altri popoli europei cedono sovranità, diritti sociali, cultura e identità (persino concetti antropologici quali uomo e donna) ad un’Europa-simulacro (fatta di “libero mercato”, “investitori stranieri”, “progresso”, “democrazia”) in Italia non si sacrifica nulla. L’Ue, con il trattato di Maastricht, ha pensato di coronare il suo obiettivo centralista attraverso la destatalizzazione di una società che era già senza e contro lo Stato, e oggi ci ammonisce perché non rispettiamo la maggior parte delle sue direttive (sul lavoro, sulla liberalizzazione dei servizi postali, sui rifugiati, ma sono 91 in tutto le procedure d’infrazione aperte).

Il brigantaggio meridionale, l’indipendentismo padano, la mafia, le autonomie locali, sono tutti esempi dell’insofferenza nei confronti di un’autorità invisibile e immateriale come può essere lo Stato o l’Unione Europea. L’italiano è abituato al contatto diretto con il potere (con cui convive, baratta, scambia, sin dai tempi dell’aristocrazia terriera), e non cede i suoi interessi particolari per una normativa o una rettifica proveniente da Bruxelles, piuttosto sciopera e protesta. Non è avvezzo a immaginare l’autorità, non può supporla né presagirla, deve vederla, sentirla, tastarla. Se il potere, come fu il caso risorgimentale, passa da una fisicità ben determinata e conosciuta ai moduli impersonali di qualche funzionario, allora immediatamente è costretto ad affittarsi un corpo altrove. Questo perché siamo restii alle forme astratte o trascendentali di autorità. Siamo persino riusciti a fare del Cristianesimo una religione dell’immanenza, che ha rimpiazzato il Dio unico con una schiera politeista di santi e beati, pagane espressioni della terra e del tempo, delle gioie e delle sofferenze, di protezione personale, di superstizioni paesane. Paghiamo con più benevolenza le offerte a San Francesco e a Santa Rita piuttosto che all’Agenzia delle entrate. Non facciamo le rivoluzioni ma ci mobilitiamo in massa per raggiungere San Giovanni Rotondo in Puglia a celebrale l’anniversario della morte di Padre Pio. La nostra prima educazione è culinaria piuttosto che civile, viviamo, dice Longanesi, “alla giornata, tra acqua santa e acqua minerale”.

E adesso che il destino nazionale è appaltato alla Commissione europea, che la storia si evolve verso la creazione di blocchi continentali, noi siamo una società reale che sopravvive nonostante lo Stato e l’Europa. Benché scherniscano la nostra mancanza di organizzazione, la bancarotta generale non comporterebbe un fallimento della società, perché ogni italiano fa due o tre lavori per sbarcare il lunario – due dei quali alieni all’occhio sonnolento dell’amministrazione pubblica – e, sostiene Prezzolini, “se fra questi ve n’è uno almeno da trascurare, la preferenza vien fatta a quello dello Stato, in base al principio che la roba di tutti è roba di nessuno”. Perciò tireremo a campare con le piccole associazioni, le confraternite, le riunioni parrocchiali, le catene solidali, il clientelismo, il familismo amorale. Perché siamo adepti a reificare il potere in dimensioni sempre più piccole: regionali, campanilistiche, familiari, personali. La nostra verve individualistica, che viene liquidata con tanta facilità come un vizio, è solo un’esclusione dello Stato dagli affari privati, e oggi che lo Stato non è più sovrano, significa escludere anche qualsiasi altra forma di intrusione da parte delle istituzioni sovranazionali. Perciò questa arretratezza medievale, questo realismo pre-ideologico e pre-moderno, è un bacillo che ci vaccina da un’altra malattia, quella europeista, esterofila, cosmopolita. Il nostro campanilismo, che è poi una sorta di pluralismo – tradito invece dalla democrazia – resiste alla reductio ad unum del vortice centripeto europeo. L’Ue si illude di poter fare finalmente gli italiani in chiave europeista, quando hanno fallito nel tentativo vent’anni di fascismo e 50 anni di inglesismi e di colonizzazione culturale americana. L’Italia sarà fatta quando gli immigrati supereranno gli autoctoni. Forse a quel punto spariranno i dialetti, qualcuno parlerà l’idioma nazionale e si avrà più senso civico. Ma fino ad allora, per fortuna, siamo malati.