Chi la farà franca, finalmente? L’élite di estrazione provinciale (spregiudicata, trasformista, ignorante, vorace e sempre più invisa al sistema internazionale) o l’élite tradizionale e metropolitana dei cosiddetti “saggi”, appoggiata dalla power élite internazionale, quella stessa che aveva determinato la deposizione di Berlusconi e la sospensione democratica con le (fallimentari) esperienze di Monti e poi di Letta? Il loden o il risvoltino? Questa la domanda del momento, la vera impasse che ha fatto dell’Italia, come titolava l’Economist qualche anno fa, la “vera malata dell’Europa”.

Perché di fatto il dream team renziano, o meglio il carrozzone a trazione toscana (da Luca Lotti a Maria Elena Boschi), è proprio espressione di una borghesia provinciale a inviso a Bruxelles per le oltre 100 procedure d’infrazione aperte nei confronti dell’Italia, e per un inaffidabilità politica pari a quella di cui godeva soltanto Silvio Berlusconi. L’anti-europeista Renzi, al contrario di ciò che dice, non lo è per spirito idealistico o per ritrovare il senso comunitario dell’Europa, e di certo neanche per volontà di autodeterminazione, ma per necessità politica. Dice bene il senatore Marcello Pera, ex presidente del Senato e tra i fondatori di Forza Italia, in un’intervista rilasciata al quotidiano pagina99, che “il partito della nazione che ha in mente Renzi è in totale continuità con Forza Italia: Berlusconi prometteva le dentiere gratis, Renzi promette ai giovani un sussidio annuo per le discoteche gratis. Berlusconi doveva difendere la sua famiglia. Renzi, oltre alla sua, deve difendere anche la famiglia Boschi. Il club Mediaset prima, il circolo catto-demo-massonico adesso”. Come gli interessi del Cavaliere non coincidevano con quelli di Bruxelles, così anche Renzi, che alle sue spalle non ha solo sé stesso, deve giostrarsi tra le promesse fatte in sede europea e il calo dei consensi in casa propria che dipende proprio dai suoi sostenitori. Ed è dall’inizio dell’anno che sentiamo aumentare le tensioni tra Palazzo Chigi e l’Ue, tanto che adesso si è ritornato a parlare di spread, il differenziale tra bund tedeschi e titoli di stato italiani ripescato dalla scatola magica delle parole emergenziali. Anche se il clima d’allerta sembra alle porte, con Junker – che Renzi chiama bonariamente Jean-Claude, come fosse il suo vicino di casa – che mette una volta a settimana l’Italia sul banco degli imputati, prima per la questione degli aiuti alla Turchia, e la gestione dei migranti, poi per quando riguarda l’approvazione della Legge di Stabilità e ancora per il rapporto dei tecnici del Fmi che parla di “debolezza strutturali” e recessione.

Chi la spunterà tra il liberalismo rigido e austero, di stampo nordico, a guida tedesca, e quello arzigogolato, dall’inglese ancora maccheronico, inaffidabile, liberale per metà, un po’ incapace e un po’ furbesco? Renzi riuscirà a farla franca sia in Italia che in Europa, a fottere sia l’elettorato italiano che i vertici europei?