«Dobbiamo aprirci al futuro. Siamo ancora un Paese provinciale». Così ci ammoniva la neoeletta presidenta della Camera Laura Boldrini intervistata dal settimanale «Sette». E aggiungeva: «Gli italiani parlano poco le lingue».Quanto sei provinciale! Non facciamo i provinciali! L’Italia è la provincia del mondo! La definizione è tagliente come un coltello giapponese, il ghetto semantico una prigione mentale da cui è difficile evadere. E allora via a mode da importare, letterature esotiche e cinematografie metafisiche, a subculture difficili da digerire ma fondamentali per guardarsi allo specchio senza dover fare una smorfia, e per sentirsi, finalmente, al passo con i tempi. Perché oggi la categoria di “provinciale” è una nemica contro cui portare avanti una quotidiana, antropologica battaglia. Perché “provinciale” è chi vive alla periferia del buon gusto, chi è bigotto, becero, rustico. Eppure, c’è da dire che mentre si registra un esodo sistematico dei giovani dalla provincia verso i grandi centri urbani, l’insostenibilità della vita metropolitana sta portando i cittadini a guardare alla provincia come ad un eden ritrovato. Ecco che la provincia e la città si scrutano a vicenda, si amano e si odiano.

La provincia sta vivendo in questo momento la sua fase pre-catastrofica, il minuto prima dell’apocalisse, costretta, in un mondo globalizzato in cui solo le megalopoli contano qualcosa, ad importare mode e abitudini metropolitane.

Li abbiamo visti i picciotti, arsi dal sole con gli occhi color pece, vendere una dignità e un’eleganza che valgono millenni di storia siciliana, passeggiare sul lungomare di Mondello con atteggiamenti da west coast e conciati come nei peggior salotti di Milano, non alzare più al cielo quel canto levantino ma gargarismi di hip-hop made in Usa. I giovani che invece abbandonano il paese per aggiudicarsi un titolo di studio e ritagliarsi uno spazio nel perimetro urbano, se non sono attaccati al loro luogo d’origine da un rapporto ancestrale, diventano, il più delle volte, l’avanguardia stracittadina e cosmopolita pronta a vendersi l’anima tra un happening, un aperitivo e un vernissage, pur di levarsi l’odore di panzerotto fritto incollato sulla pelle.

Il cittadino, di contro, esaurito dallo stress, lo smog e la mala urbanistica, vuole ritrovare la lentezza della provincia, la serenità della vita di paese, il biologico, l’artigianato, il paesaggio bucolico. Senza rendersi conto, poi, che nella sua gita fuori porta pretende gli stessi comfort lasciati a casa.

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Pizzo Sella, nei pressi di Palermo, una storia di abusivismo, mafia e mala-urbanistica. Dov’è il cool della provincia?

Il cittadino, di contro, esaurito dallo stress, lo smog e la mala urbanistica, vuole ritrovare la lentezza della provincia, la serenità della vita di paese, il biologico, l’artigianato, il paesaggio bucolico. Senza rendersi conto, poi, che nella sua gita fuori porta pretende gli stessi comfort lasciati a casa. Centri commerciali, resort, lounge e sushi bar: alcuni dei desideri avverati di chi, come un turista e non un viaggiatore, vuole guardare con un solo occhio la provincia, quella del weekend nel trullo – si! – ma con il condizionatore, nello chalet con il wi-fi, e perché no, con le nonne che fanno le orecchiette a mano, nella Bari vecchia. E allora ecco che la provincia – fintanto che si rimane nel perimetro del centro storico – ritrova una sua dignità museale. Guai, però, ad uscire dalla galleria ben allestita e recarsi, per esempio, alla “collina del disonore”, a Pizzo Sella (un milione di metri quadri di cemento illegale sotto forma di villette a schiera).

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Rosti al Pigneto, a Roma, con tanto di orto biologico e bicicletta. Sui tavolini del caffè, probabilmente, l’ultimo Mac della Apple.

Il rapporto tra la città e la provincia è, nel nostro Paese, una tra le questioni più controverse e oscure. Stiamo assistendo allo snellimento di un confine tra l’universo agreste e quello metropolitano, un confine evanescente e sfumato. Ci si stupirà nel passeggiare lungo il corso di un paesino di provincia, affollato da negozi d’alta moda e grandi catene di abbigliamento al punto di assomigliare alla milanese via Monte Napoleone; o nel girare a Roma, dove alcuni quartieri semi-periferici, tra cui il Pigneto, sono stati bonificati all’insegna della slow-ideologia, e vi sorgono ristorantini bio, mercati a chilometro zero e piste ciclabili, riducendo la figura di Pasolini ad un testimonial di comodo – lui che tra quei palazzi raccattava i suoi “ragazzi di vita” – per ritrovare una perduta genuinità. In questo numero del Bestiario degli italiani, vogliamo dunque indagare e descrivere i cortocircuiti di questo incrocio geografico e simbolico, che sta stravolgendo nel profondo la nostra identità, il nostro pluralismo, l’eccezionalismo strapaesano di una terra di santi e peccatori, di furbi e di fessi.

*** articolo di Lorenzo Vitelli, Andrea Chinappi e Carlotta Correra, estratto dal numero 4 della rivista Il Bestiario degli italiani