A voler affibbiare a tutti l’etichetta del “pol. corr.” pur di non esservi tacciati per primi, si finisce per servire una causa più che corretta. E’ il caso di una destra, quella più raffinata, si intende, costretta ad elogiare il primo ministro francese del Partito Socialista Manuel Valls – l’uomo forte che fa da stampella al budino Hollande -, per le sue dichiarazioni veementi contro il terrorismo di matrice islamica. Valls è perfino definito “patriota” – mentre lui stesso preferisce dirsi “eternamente legato alla comunità di Israele”. Per la destra fogliante, machiavellicamente, ogni espediente è valido per dare addosso alla religione dei lunghi coltelli di Muhammad, Sigillo dei profeti, anche accaparrarsi l’esclusiva sulla chiamata allo “scontro di civiltà” della sinistra autoritaria di Valls, dimentichi che questi, da Ministro dell’Interno, nel 2013, approvò il mariage pour tous; dimentichi che a portare avanti la stessa battaglia anti-islamica sono le Femen.

Dall’altro lato invece, la Presidente della Camera Laura Boldrini, così come una certa sinistra, quella più raffinata, sia chiaro, paladina dei diritti civili e dell’emancipazione della donna – temi con cui fa campagna elettorale da un cinquantennio a questa parte – pur di non confondersi con la destra di cui sopra e monopolizzare il politicamente corretto, è obbligata a fare l’apologia – con tanto di Chador alla Moschea di Roma – di un Islam tutto “pace e amore”, pop e matriarcale, con burqa e tacco a spillo.

Ne risulta perciò che da queste due prospettive così chiare e lineari – mentre il mondo musulmano è un pur purr rid di interpretazioni coraniche! – tutto si evince meno l’Islam nella sua complessa realtà. E’ piuttosto una corsa ad imporre la propria interpretazione antropologica: a destra, l’Islam “brutto e cattivo” rafforza la narrazione identitaria del etnos/demos contro lo straniero/parassita, mentre a sinistra l’Islam buono e pacifico – solo un po’ arretrato! – dà una tinta friendly e terzomondista. Sono entrambe forzature concettuali da campagna elettorale. E in questa lotta oscurantista a colpi di ghetti semantici, noi sappiamo soltanto una cosa dell’Islam: che la comunità musulmana, qui da noi, non occupa posti dirigenziali o di potere, non ha lobby né cattedre universitarie; sappiamo che, da Al-Qaeda – di cui solo il 12% delle vittime colpite è occidentale – alle milizie del Califfato islamico – che oltre i cristiani e i curdi uccide soprattutto sciiti e sunniti – l’Islam è la religione più esposta ai pericoli del terrorismo. Sappiamo, per questo, che difendere l’Islam dalle crociate delle destre sicuramente non è politicamente corretto, ed anzi significa stare proprio dalla parte di chi il monopolio sulla correttezza non lo ha. Sappiamo però che l’Islam è una religione energica, vitalistica, patriarcale e virile, priva di una guida spirituale e di un testo sacro univoci, e perciò possiamo anche astenerci dal sostenere l’altrettanto dannosa causa boldriniana che vuole leggere il mondo musulmano nel suo orizzonte di senso: un popolo da aiutare, da far progredire in un’ottica occidentalista. Diceva Henry David Thoreau: “non c’è odore più cattivo di quello emanato dalla bontà corrotta […]. Se sapessi con sicurezza che c’è un uomo che sta venendo a casa mia con il piano consapevole di farmi del bene, scapperei a rotta di collo”. Né la malafede neocon, né la “bontà corrotta” terzomondista.