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«L
o spettacolo è il brutto sogno della moderna società ingabbiata, che non esprime altro finalmente che il suo desiderio di dormire» Guy Debord

 

Si è inaugurata, nel settembre di quest’anno, la decima edizione di uno dei Talent Show più seguiti al mondo, X Factor, nato dall’intuito del produttore discografico britannico Simon Cowell, che ha esportato il format in più di 40 versioni in tutto il mondo. In Italia dopo le prime 4 edizioni per gli schermi Rai, nel 2011 il programma viene acquistato da Sky Italia, ed è, ad oggi, tra i programmi con il maggior numero di ascolti sul palinsesto (1,3 milioni la prima puntata di settembre). Il Talent però, non è stato immune agli scandali, che hanno coinvolto Marco Castoldi, in arte Morgan, in prima persona, il giudice da Guinness che ha vinto più edizioni al mondo e che, dopo il mancato rinnovo della sua poltrona, ha mosso delle pesanti accuse contro il programma:

«Sappiate ragazzi che quando vi iscrivete anche solo per la prima audizione voi avete già firmato un contratto discografico, voi siete legati mani e piedi per sempre a una casa discografica che non vi farà avere successo».

Simili dichiarazioni vennero poi fatte da Osso e Mr Rain, due concorrenti che rinunciarono al ballottaggio degli Home visit, dicendo di non sentirsi pronti per quel genere di esperienza. Qualche tempo più tardi, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, si scoprono che le motivazioni sono più complesse, dettate dai vincoli del contratto. Così affermava Mr Rain:

«Ho chiesto di vedere prima il contratto, mi hanno detto che non si poteva, era contro la regole del format. Così siamo arrivati lì senza averlo fatto leggere almeno a un avvocato. Da lì in poi saremmo stati vincolati a X Factor per due anni, non avremmo potuto caricare nulla sui nostri social, che avrebbero completamente gestito loro. Insomma, prendevano la tua persona per due anni […].

C’è una tensione assurda, sono tutti lì che si ammazzano per entrare, le canzoni dovevi sceglierle insieme al vocal coach e, se non fossero andate bene a Simona Ventura, le avremmo dovute cambiare. E poi c’era la sensazione che la gara non sia proprio pulitissima: non sto parlando del televoto, lì ci sono i notai, ma del fatto che tutti sapevamo che nessuna major investe 300mila euro sul contratto del vincitore sul nulla».

Un altro recentissimo scandalo, è stato aperto dal caso di Danilo D’Ambrosio, giovane musicista di Avellino.

Video documento della manipolazione dell’audizione di Danilo D’Ambrosio

Ma tralasciando i dietro le quinte del programma, vogliamo disegnare, a dieci anni dalla nascita in Italia, il bilancio di un Talent che ha segnato profondamente un’intera generazione di giovani esordienti, che hanno visto nel palco del Mediolanum forum un escamotage per eludere la faticosa e straziante gavetta tra locali e sagre di Paese, improvvisati studi di registrazione e cantine umide, nonché la difficile scalata nell’indicizzazione di Youtube. Il Talent ha risposto ad un’esigenza sempre più viva e prepotente in tutti gli strati della società: l’urgenza di salire, almeno una volta nella vita, sul palco, davanti ai riflettori, dando ampio credito alla profezia di Andy Warhol per cui tutti «in futuro, saranno famosi per 15 minuti». Ma come dice il nostro Leo Longanesi,

«l’arte è un appello a cui troppi rispondono senza essere stati chiamati».

E così ci prendiamo un po’ di tempo per indagare questo fenomeno televisivo e discografico che ha stravolto il modo di fare musica. Ora, il formato è noto a tutti. Il programma si presenta come una sfida tra i giudici, che si dividono i candidati secondo delle categorie ripartite per fascia di età o di sesso, mentre una classe è riservata alle band. Pur facendo parte del mondo dello spettacolo, i giudici non sono obbligatoriamente dei cantautori (fu il caso di Mara Maionchi, Simona Ventura, Vittoria Cabello) e selezionano durante i casting, le audizioni e i Boot Camp, gli aspiranti cantanti che poi andranno a formare le categorie partecipando di fatto al nodo centrale del Talent (home visit e, in caso, i live). Questi magistrati incarnano delle maschere teatrali perfettamente ritagliate su di loro. Una tra tutte quella del disturbatore (colui che, pur avendo ormai la sua rinomanza, è un outsider dell’universo della musica commerciale) impersonato, nelle varie edizioni, da Morgan e da Elio, che ha segnato la transizione dal cantante dei Bluvertigo a Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours. A questi si aggiunge la quota femminile (Maionchi, Ventura, Cabello, Arisa, Skin), in un’occasione quella gay (Mika) e quella giovanilistica (Fedez, Soler).

L’ obiettivo, per gli autori del programma, è l’audience. Per i giudici è la scoperta di un talento che scali le classifiche e venda qualche migliaio di dischi. I concorrenti, almeno idealmente, vogliono coronare il proprio sogno. In definitiva, è possibile, conciliare questi interessi: le aspettative dell’audience con la scoperta di un talento artistico duraturo e valido? Il format del Talent show può assolvere veramente a questa funzione salvifica per il mondo discografico? È possibile che X factor riesca a partorire, maieuticamente, il genio artistico? Diciamo subito che, ad ora, il Talent, pur avendo garantito ai vincitori una certa notorietà e un discreto successo commerciale, non ha stampato il nome di nessuno nel pantheon della musica italiana, e le major continuano a campare grazie ai nomi dei soliti big. Tra i vincitori di X factor che si ricordano vi sono Giusy Ferreri, Noemi, Marco Mengoni, la Michelin, Lorenzo Fragola e pochi altri che rimangono all’interno di un contesto minore nel mondo della musica. Michele Bravi, ad esempio, vincitore della VII edizione, ha accusato una crisi dopo il meteorico successo iniziale. Pur avendo ripreso a cantare è adesso anche uno youtuber di tutto punto che testa i prodotti cosmetici di fronte ai suoi follower.

Sembrerebbe allora che il rapporto tra le prospettive di share e la ricerca del talento sia un rapporto di subordinazione della prima alle seconde. Ma entriamo nel dettaglio. Come abbiamo detto, il dominus incontrastato che muove la penna degli autori è, indubbiamente, l’audience, il vero fattore X che rappresenta l’aspettativa di vita e di sopravvivenza del format televisivo all’interno del palinsesto SKY. Per raggiungere gli ascolti auspicati, in un programma che a differenza di Sanremo si estende su tutta una stagione, la musica non basta. La trasmissione deve avere una storia, un racconto, un’evoluzione, degli elementi perturbatori, uno sceneggiato ben definito. Ed è per questo che il fattore X, o quanto ne causa la scoperta – se per un attimo volessimo prendere sul serio il programma – , non è un fattore che riguarda soltanto le doti canore e artistiche del candidato, ma un ampio spettro di elementi interdipendenti che si muovono nella dimensione della commerciabilità e della fruibilità dei contenuti. Si privilegiano infatti candidati che insieme ad un brano musicale, portino con sé un frammento di vita ad alto valore virale, una storia fuori dalla norma (un trauma personale e intimistico, un dramma familiare che riguardi il conflittuale rapporto con i genitori). Le lacrime di una casalinga con il sogno della musica nel cassetto, il precariato di un giovane dogsitter cresciuto con il poster di Jim Morrison in cameretta, vanno per la maggiore insieme ai “fool”, personaggi/giullari shakespeariani dal guardaroba e la sessualità improbabili e con una storia tutta loro alle spalle.

Lo spettacolo richiede, inoltre, per vivificare continuamente la narrazione, un uso spropositato di aggettivi iperbolici e suffissi accrescitivi per descrivere e giudicare le performance dei concorrenti. Com’è possibile, ci chiediamo, che tutti i vincitori della prima fase delle audizioni vengano designati dai giudici come dei prodigi della musica, delle voci originali in grado di emozionare e trasmettere un messaggio nuovo; che siano acclamati dal pubblico con una standing ovation, e poi, spenti i riflettori, quando non passano il secondo turno, ritornano nel loro anonimato? C’è un attrito profondo tra la dimensione semantica e quella effettiva, un’asimmetria tra lo show e la realtà che stride ad ogni fotogramma. Mentre le luci stroboscopiche si spostano sul prossimo concorrente, un candidato illuso da un giudizio esagerato (dettato dalle necessità di uno storytelling sempre accattivante), verrà con tutta probabilità eliminato, dopo aver messo la sua storia e la sua voce al servizio di una megamacchina dal timbro industriale che lo ha sacrificato sull’altare dello share in cambio di 1 minuto e 40 secondi di notorietà.

A questo punto, tolti tutti i fronzoli dello show, tutti gli orpelli della messa in scena, quello che rimane è una qualità – se guardiamo all’ambito strettamente musicale – piuttosto mediocre. Lo show si emancipa forzatamente dal contesto canoro, e si rifugia altrove, dietro altri fattori scenici, emotivi, demagogici. Ecco perché, finalmente, X factor è votato ad essere un programma di successo ma fondamentalmente incapace di portare a termine lo scopo per il quale è stato concepito. È vero che il mercato discografico post X Factor si aggira intorno alle 5 milioni di copie vendute, e che ha rilanciato in parte il mondo della musica, come del resto è stato fatto con il mondo della gastronomia dai vari Talent culinari. Ma è anche chiaro che il programma non è in grado di scoprire, né tantomeno di costruire, il genio artistico. Nessuno dei vincitori o dei concorrenti segnerà indelebilmente il panorama musicale italiano o internazionale, perché l’idea stessa che un talento possa essere generato con la partecipazione costante del pubblico – anima stessa dell’audience, il vero, grande, divino giudice – è un errore.

È un errore credere che il pubblico, quando sceglie il suo candidato preferito al televoto, conosce i motivi di quel voto, sa chi ascolterà, cosa gli piace e cosa gli piacerà domani: il suo giudizio sul momento, condizionato, per altro da una serie di fattori extra-musicali (quei fattori che servono per aumentare l’audience: la vita privata, la storia intimistica), non rispecchia veramente le sue preferenze ed i suoi gusti. La specificità dell’arte, che la rende diversa dalla disponibilità immediata della merce, è proprio nella libertà che gli è concessa, di evadere dal contesto presente e saggiare nuovi limiti, alzando l’asticella del senso comune. Nessuno ha scelto, votato, eliminato, giudicato Battisti, De André, Mina, Gaetano, Dalla, Celentano, Tenco, o i nostri grandi cantautori contemporanei, che non hanno fatto un percorso con il pubblico, ma a latere. Il gusto del pubblico è sempre stato presente, ovviamente, ma l’idea che il pubblico abbia una consapevolezza del proprio gusto è semplicemente assurda, e negherebbe all’arte la sua libertà, ossia quella possibilità di anticipare, di interpretare, di evadere dal sentire collettivo. Ci ricordiamo di quando Battisti fu costretto a confrontarsi con un platea – la contemporaneità – che gli era ostile, durante il programma “Speciale per voi”, del ‘70, condotto da un giovanissimo Renzo Arbore.

Tratto dal programma “Speciale per voi” del 1970 condotto da Renzo Arbore

Ancora, quando Battisti partecipò al Festival di Sanremo, insieme a Wilson Pickett, con la canzone Un’avventura, i critici gli riservarono delle aspre critiche, reputando la sua voce “molto impacciata”. Natalia Aspesi, su Il Giorno, la definì “piena di chiodi che gli stridono in gola”. Quello del successo non è quindi un processo immediato, che si compie nell’arco temporale di una stagione televisiva, ma è fatto da un cammino artistico che scende e si cala nel pubblico, ma che non può essere eterodiretto da questo, non può venire giustiziato dal valutazione di una sera, sulla base di una performance o di un brano. Ecco allora che X factor ha dato come risultati – insieme alla riduzione della durata dei brani per meglio adattarsi alla violenza delle immagini e al tempo degli stacchi televisivi (3 minuti al massimo) – la creazione di un mercato della musica in continuo movimento, un turnover di forza canora che coincide con le mode e i gusti momentanei (e non quelli permanenti) del pubblico, senza riuscire a saldare nel pantheon della musica nazionale nessuna vera personalità, nessun punto di riferimento.

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Luciano Pavarotti caposaldo della musica Italiana a livello mondiale

In definitiva è un programma di successo a livello economico, sia per l’emittente del Signor Murdoch che per le major discografiche, che nella confusione generale del panorama musicale riescono ad avere una piattaforma di scouting gestita interamente da quel pubblico che da giudice diventerà poi acquirente e consumatore – solo per un tempo limitato! Il tempo di una moda – Ma è un programma che non ha successo a livello degli obbiettivi che ne costituiscono i motivi della sua esistenza, perché è incapace di scoprire il famoso fattore X, che rimane ancora – grazie al cielo – un’incognita su cui non si potrà mai lucrare, un fattore artistico che mischia genio e talento, e che non si può attingere con una campagna promozionale da milioni di euro, con il pompaggio mediatico dei migliori spin doctor. È un relativo fallimento se lo si osserva dal punto di vista delle aspettative dei concorrenti, sia vincitori che vinti. La notorietà e la visibilità non corrispondono alla riuscita artistica, è questo l’inconscio, il dato rimosso del programma. Un’intera generazione che si affaccia agli studios di Sky, con appresso tutta la sua vita e le sue esperienze, è cascata nella trappola, credendo in questa analogia. Come se un palco e un milione di share a puntata potessero essere le chiavi per una compiutezza musicale. E non stiamo parlando soltanto di giovani narcisi che vogliono stare sotto i riflettori, ma anche di cantanti semi-professionisti che imboccano quella strada convinti che sia una scorciatoia per arrivare al successo. Ecco che questi giovani, i principali fruitori di una musica usa-getta, ristrettasi dall’ingombrante Lp all’evanescenza dei bytes, diventano parte di questo ingranaggio oliato con il loro stesso sudore. In definitiva X factor è per il mondo della musica come i romanzi urban-fantasy (quelli sui vampiri, per intenderci) per l’editoria, sono un sottogenere letterario, una moda passeggera, che si sfrutta finché si può per arrotondare un profitto costruito sostanzialmente su altri autori.

Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie, spiega la truffa dei talent show