Cosa fare di fronte al filosofo postumo, l’inattuale interpretato sempre a posteriori, il filosofo di «tutti e di nessuno», che ha occupato gli scaffali delle biblioteche dei gerarchi nazisti – è famosa l’opera homnia di Nietzsche che possedeva Hitler – e che allo stesso tempo ha fatto da padre nobile delle ribellioni studentesche durante il ’68? Dove andare a pescare nel mare magnum di una filosofia aforismatica che supera gli steccati della logica per affrancarsi nel linguaggio poetico e mitico? Possibile che un poeta – più che un filosofo – come Nietzsche, sia stato oggetto di un così profondo e ampio dibattito, di un gara alla sua interpretazione più lucida, più didascalica, più vicina alle volontà di un pensatore che ha fatto dell’ambiguità il suo più grande espediente letterario, il suo più grande successo stilistico, la sua più grande sconfitta – che gli valse la malattia mentale? Perché è così facile che Nietzsche slitti da destra a sinistra con tanta disinvoltura, sicché è stato lo stesso Giorgio Almirante ad esclamare nel 1977, quando fu evidente l’interesse degli intellettuali anti-fascisti per l’opera del filosofo di Röcken: «adesso ci vogliono scippare anche Nietzsche»?

Cosa fare allora di questo corsaro, di questa “stella danzante” sopra la storia delle idee, che appassiona la destra per il suo aristocraticismo dei valori, e la sinistra con la sua filosofia di liberazione del desiderio dalle ideologie borghesi e conservatrici? Da un lato il Nietzsche della gerarchia e l’anti-democratico, il reazionario portavoce delle virtù dei bellatores contro le pretese di uguaglianza dei più deboli, dall’altro il Nietzsche del sé creatore, del sé desiderante, che si manifesta dice Rehman «nel trionfo dell’immediatezza e nell’accesso generalizzato al consumo». Il Nietzsche del guerriero e quello dell’anarca che disprezza i principi di autorità, di Stato, di morale, restio alle ideologie e alle sovrastrutture. Entrambe le figure – incapaci di rinnovarsi su basi realmente innovative – sfociano nel passatismo o nell’ammirazione sorda del presente, nelle inclinazioni anti-ugualitarie o desideranti-libertine, e si ritrovano fianco a fianco nell’apoteosi dell’ultimo spazio di partecipazione collettiva, l’agorà postmoderna, il tempio vuoto del mercato: come inseguimento sfrenato del successo per affrancarsi dal pecoronismo delle masse (il Nietzsche delle élite transnazionali che toglie di mezzo risentimento e senso di colpa per l’accumulazione di denaro come fonte di potere aristocratico) o come dissoluzione del soggetto che diventa somma di esperienze e situazioni, inceppato in un nomadismo di stampo nichilista che si tramuta in irresponsabilità (il Nietzsche figlio dei fiori che comanda una vita borderline). Ed è qui – dicevamo – nel mercato, che è precipitato il superuomo, proprio laddove Zarathustra aveva declamato la morte di Dio. E di fatto Nietzsche lo aveva predetto: «Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! […] chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo lavarci? Quali riti espiatòri, quali sacre rappresentazioni dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione?». A quanto pare non siamo stati in grado di rispondere ad una licenziamento tanto arduo. Proprio perché Nietzsche non è la soluzione, non può essere spiegato, chiarito, appianato, in una parola: risolto. A meno che non se ne voglia fare un manualetto per il perfetto eremita che si ritira sul ciglio della montagna e che scende per predicare, oppure del buon seduttore semi-colto all’inseguimento dell’eterno ritorno del coito, o di quante altre maschere schizofreniche. In entrambi i casi dei mostri che Nietzsche detesterebbe. E in questo forse potrebbe essere accomunato a Guy Debord, quando questi sciolse l’Internazionale situazionista per il numero di aspiranti aderenti. Quanto avrebbe sopportato Nietzsche i nietzscheani?

Smettiamola perciò di fare di Nietzsche un feticcio collettivo da strapazzare a piacimento – soprattutto nelle stanze accademiche – e restituiamogli la sua dignità di poeta, di narratore, di cantore mitico, da vivere come esperienza esclusivamente individuale e scissa da qualsiasi momento pubblico. Ognuno ha il suo Nietzsche con cui fare i conti, all’ombra delle proprie debolezze, a ognuno Zarathustra scende nella piazza della propria «cattiva coscienza» a dialogare con tarantole e falsi profeti. Che si possa avere il piacere di leggerlo e rileggerlo a distanza di anni, scoprendo qualcosa di nuovo su di sé ogni volta, senza farne un Bob Dylan o un’icona pop piegata alle mode universitarie e alla crisi adolescenziali delle nuove generazioni.