Sul plateau Announo, ogni giovedì, Giulia Innocenzi ci propone un’inedita rivisitazione del simposio platonico. Farinetti, Belen, Giovanardi, Renzi, Fedez, la Parietti: in bilico tra giovanilismo e immobilismo, la conduttrice si aggiudica più di due milioni di ascolti con una ventata di aria fresca portata dai 20 giovani ospiti, divisi in due fazioni opposte, che separano i colori rosso e nero dello studio. Sacrificati in cambio di un prolungato quarto d’ora di successo, torneranno anch’essi nell’anonimato, senza che dei giovani freghi niente a nessuno. Ma non è di loro, né della Innocenzi, già sufficientemente vessata dal web, che vogliamo parlare, quanto del felice format di Announo.

Prende le vesti di un contraddittorio che si pretende contestatario, ma è rigido e sistematico. Quale format fa più comodo al sistema, di quello che elabora un sistema? Platone, Kant, Hegel, Marx, Gentile: la storia della filosofia ci insegna che la sistematizzazione del reale ha sempre rapporti intimi con il potere. Pur non essendo a questi livelli, la monopolizzazione del discorso in Announo si rivela efficace. La suddivisione dello spazio sociale e perciò politico (proprio perché suddivide il sociale), in bianco e in nero, è una strategia pericolosa. E’ un autoritarismo vestito da pluralismo. Separa in modo unidimensionale. La logica è semplice: si sceglie un tema di attualità e lo si divide in pro e in contro. Si creano una gestualità, un tono, uno stile, un modello per l’uno e per l’altro: diventeranno gli unici possibili! A questo punto la dicotomia è scandita, fissata, le categorie sono in atto, pronte a sussumere ogni declamazione. Le soluzioni sono già in studio, militaresche, sull’attenti, prima ancora che sia sorto il problema e iniziato il talk-show. Le ideologie sono confezionate, già decise a monte. Sei nero o sei rosso? “Da che parte stai?” è la domanda ricorrente, ripetuta ad ogni istante, ma mai esplicitamente posta allo spettatore; è la domanda che, di fronte alla tv, il padre fa al figlio, la moglie al marito; è il non-detto sotto inteso di un programma che pretende avere una visione d’insieme. Ma di che insieme? Un insieme composto di due posizioni scelte arbitrariamente da… Giulia Innocenzi (?). E le altre? Immigrazione: pro o contro? Gay, maternità surrogata, Renzi, Internet: pro o contro? E il pro e il contro sono decisi a tavolino, privi di uno slancio veritiero, incapaci di ritrarre le sfaccettature indefinite della realtà: è la doxa che si fa in due per ridurre il tutto ad un unicum indistinto e confusionario: in cui la parzialità di Giulia Innocenzi provvederà facendo da ago della bilancia. Gli stessi rappresentanti delle due parti sono i saltimbanchi di queste opinioni, costretti anch’essi nei limiti della parte assegnata. Il Monsignore e Aldo Busi sull’utero in affitto: se sei contro sei un catto-reazionario, se sei a favore ti schieri con il libertario illuminato (anche se Busi, alla fine, si è accorto dell’inganno).

La realtà, con tutte le sue declinazioni, viene canalizzata in due opposti contrari eppure non finalizzati all’annientamento reciproco. L’uno sopravvive sulle colpe dell’altro, che deve sempre essere incluso nel proprio orizzonte di senso, per legittimare l’altro, per fargli avere vita facile. Perché sappiamo che il bene presuppone sempre la presenza di un male da creare e poi contrastare, è la sindrome di Yattaman, dell’eterno nemico che dà uno scopo alla finzione. Altrimenti gli alfieri del bene come arriverebbero a fine mese?