“Giovani, festivi, aperti, cosmopoliti”, così il quotidiano Libération ha definito le vittime degli attentati di Parigi del 13 novembre. Noi tutti avremmo preferito il silenzio – atto ben più dignitoso per commentare un massacro – ma non poteva mancare la Gestapo degli hegeliani inconsapevoli. Intimoriti dall’idea che una qualsiasi situazione possa uscire dalla spartizione binaria di bene e male, hanno da subito inaugurato la dialettica del conflitto tra la “generazione Bataclan” – i giovani dei festini e degli erasmus, l’avanguardia della civiltà occidentale – e i terroristi accecati dal fondamentalismo religioso. La lotta, senza mezzi termini, è quella tra la spensieratezza e il terrore (sic!). Entrambe queste categorie si dimostrano miopi ad una concreta analisi dei fatti. Il giorno prima, le vittime di Parigi erano stagisti, precari, disoccupati (sta al 25%, in Francia, il tasso di disoccupazione tra i più giovani). Una morte atroce ha santificato questi martiri strumentali ad una nuova guerra santa, la jihad del Capitale, e ha ridato all’Occidente il monopolio sulla Ragione (prima sotterrata insieme ai morti della guerra afghana, irachena, libica) e ci ha restituito il nostro ruolo messianico nella leadership della libertà. I terroristi invece, fino a ieri, erano i disoccupati delle banlieuxracailles senza valori, responsabili degli scontri nelle periferie, nati sul suolo francese ma ai margini della società, e nel giro di mezza giornata sono diventati gli imam del terrore senza aver mai letto, probabilmente, il Corano, né frequentato la moschea.

Queste categorie, frutto dello shock emotivo più che di una lucida comprensione, non sono adatte a spiegarci l’accaduto. Dobbiamo risalire alle cause metastoriche, senza per questo cadere nel tranello hegeliano. Ossia che la spartizione radicale del mondo in aree di consumo e aree di produzione ha creato un dislivello planetario nella redistribuzione delle ricchezze e uno squilibrio nello sfruttamento delle risorse. I paesi sottosviluppati creano la ricchezza effettiva e l’Occidente la gestisce e la depaupera. Ora, pur sapendo che microeconomicamente la popolazione media europea e statunitense non vive nella società dei consumi integrale, ci troviamo, a livello macroeconomico internazionale, nella situazione del borghese e del proletario: rispettivamente il nord e il sud del mondo, il centro e la periferia. Il primo che consuma, l’altro che produce.

E da questo rapporto, inutile dirlo, è impossibile escludere la guerra. Anzi, la guerra è il corollario e la grande salvezza del dispositivo capitalista. Nel discorso stesso della libertà affinato dalla filosofia moderna – che ha declinato libertà di pensiero in libertà di mercato – si sedimenta il concetto della guerra. E tra queste due polarità, un vuoto, l’impensabile per il capitalista, il non-detto: il “benessere” e la “libertà” occidentali sono possibili solo ed esclusivamente con l’esercizio dello sfruttamento economico dislocato delle risorse di altri popoli. Qualcuno dovrà pur produrre ciò che consumiamo! Qualcuno dovrà pur essere sfruttato perché noi gioiamo! Da quando abbiamo abbandonato la realtà della produzione per dedicarci interamente all’economia terziaria (manager, marketing, promozione, pubblicità, servizi intermedi) e quaternaria (comunicazione, spettacolo, consulenza) – è quel cambiamento paradigmatico sottolineato da Boltansky e Chiapello in Le nouvel esprit di capitalisme – viviamo in un’astrazione onirica, con la possibilità di consumare – lavorando certo – ma senza produrre ricchezza effettiva: è il grande desiderio, il ritorno allo stato infantile, la vita del bambino. La produzione, che è un “principio di realtà” o di prestazione, è stata rimossa nelle profondità dell’inconscio per non dispiacere alla coscienza, e adesso ritorna come in un sogno freudiano, simbolicamente, e stavolta con un nome: Daesh. È la maschera apocalittica e virile dietro cui si nasconde lo spirito di rivalsa di quegli ultimi che producono, che credono, che preghano. L’Isis, ma anche l’immigrazione in generale, è l’eterno ritorno di tutto quello che, grazie ai saltimbanchi del pensiero unico, abbiamo rimosso dalle nostre coscienze: le guerre, i soprusi nelle zona mediorientale, la malapolitica internazionale, la destabilizzazione dei governi legittimi, è la realtà che ritorna in forma di lapsus e crea l’incubo, il Terrorismo! Quale simbolo migliore, quale migliore espediente ha inventato l’inconscio della produzione per far si che la psicologia collettiva possa ricacciare il mostro nell’abisso del rimosso con una nuova guerra e salvare integralmente il capitalismo, di nuovo!