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Trash, Kitsch, Camp, Junk, Cult. Nella lista, a momenti, ci potrebbe finire anche “Trump”, ormai sinonimo di “cattivo gusto”. Ma bando alle ciance politiche, la materia di cui sopra, ribaltando il motto di Flaiano, non è grave, però è seria. Perché è un termometro che ci permette di misurare lo stato di salute della nostra società. Un primo elenco spinoso di sostantivi, quello iniziale, di difficile definizione, che però ci aiuta ad interpretare la realtà odierna su un piano estetico e, di conseguenza, anche etico. La domanda, che sorge spontanea e che ci ha spinto a scolpire su questi 12 fogli il tema seguente, è: perché, ad oggi, il cattivo gusto è imperante? Ma soprattutto cos’è il cattivo? In soccorso arriva il labile concetto di trash, che il maestro Labranca definisce come un’emulazione fallita, per cui l’intenzione – l’imitazione di un modello alto – mal si concretizza nel risultato: Little Tony che imita Elvis o più semplicemente una vecchia Panda con alettone e scarico da Formula Uno. Ma di esempi del genere ce ne sarebbero a bizzeffe se ci mettessimo a sondare il panorama social-mediatico che ci circonda o se dedicassimo un pomeriggio a fare zapping tra gli emittenti televisivi locali, dove le goffe e in sovrappeso vallette a mezzo servizio rivaleggiano con le loro colleghe sode di Mediaset. In questo dedalo di espressioni, il cattivo gusto quale elemento culturale – che va dalla moda, al design, all’architettura e a tutte le manifestazioni della sensibilità artistica del popolo – è il figlio di un processo nato con l’industrializzazione, la produzione in serie e con la società di massa, e sta lentamente giungendo al suo grado di esasperazione, per cui tutti, rincorrendo affannosamente modelli diventati ormai copie malfatte di altri modelli, finiscono per nuotare nel medesimo calderone livellante dell’eccesso auto-referenziale.

Ecco fermiamoci qui. Fermiamoci a questa parzialissima definizione, a queste poche, plastiche parole, prima di ritrovarci impantanati tra migliaia di esempi avendo a disposizione delle categorie troppo semplicistiche per capirli nel loro valore profondo. L’eccesso, l’abbondanza. Partiamo da qui. Il trash è il massimalismo, è il surplus, il pluscool, il “di più”, il “troppo”. È il contrario della sobrietà, dell’umiltà, della semplicità, dell’austerità. È il «voglio ma non posso» senza la consapevolezza dell’inettitudine, è l’ambizione alta che si scontra con i bassi mezzi – culturali e spesso economici – a disposizione. È la volontà senza la potenza e su cui troneggia indomito il fascino indiscreto dell’apparire. Eppure in questo folle movimento centrifugo di elementi confusi e generi ammassati che cercano una redenzione mondana dalla realtà mediocre in cui nascono ne può nascere spesso una forza eversiva e onirica, dalla foggia grossolana e triviale ma genuina e liberatrice rispetto al perbenismo moralista, all’austerità puritana, al rigore burocratico e alla sofisticazione della tecnocrazia imperante.

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Tommaso Labranca, scrittore, autore televisivo, conduttore radiofonico, editore e intellettuale

Ma è qui che il trash, il cattivo gusto secolarizzato, il carnevale perenne, dimostra il suo volto bifronte, la sua lama a doppio taglio. La carica destabilizzante del trash soccombe ogni volta che la luce di un riflettore si accende, quando l’oscenità, estetica e morale, diventa il pretesto per una spettacolarizzazione integrale della propria vita. Perché è proprio quest’idea, distorta e narcisista, che in qualsiasi momento, come in un grande Truman Show, possa arrivare il proprio turno per vivere i 15 minuti di celebrità di cui parlava Warhol, a rendere queste vittime del cattivo gusto delle macchiette televisive sempre pronte per essere selezionate e portate in scena. È questo il nuovo elisir della felicità, l’afrodisiaco supremo, il sogno venduto alle masse di neo-proletari caduti nella spirale del trash, vittime di un selvaggio e barbaro processo di urbanizzazione ai confini dei centri metropolitani. Il sogno di stare sotto i riflettori. Non è infatti perennemente pronta ad alzarsi dal suo sgabello e avvinghiare un microfono, la cassiera del Discount (con lo chatouche ai capelli come l’ultima velina, il phard in eccesso) non è pronta, dicevamo, a saltare in piedi sulla cassa, dare un calcio alla scatola di bastonicini Findus e intonare una canzonetta di Rihanna, sperando che le telecamere la mandino in mondovisione a reti unificate?

Ed ecco che questa ambizione e questa speranza finiscono per scontrarsi con l’assenza di qualsivoglia competenza, qualsivoglia merito o abilità ma per cui il neo-proletariato – che corrisponde infine al ceto medio impoverito dalla società post-industriale costretto a vivere di servizi e a trovarsi una ragion d’essere nel terziario – non si dà pena.
A provarlo sono le audizioni del Grande Fratello, dove per quattro mesi le telecamere sono puntate sulla quotidianità di quindici personaggi che devono tirare fuori il peggio di loro ventiquattro ore al giorno, realizzano il sogno proibito del neo-proletariato: diventare famosi. Perché entrare nel regno dei Vip corrisponde all’affrancamento definitivo dal proprio odiato passato, dalla puzza di officina del proprio padre, di cui si disprezza il lavoro manuale, per poter finalmente fare incetta di prodotti cosmetici, spa, fitness, e trasformarsi da fan in icona. Ma chi può dargli torto? Chi può biasimare questo intemperante neo-proletario, cresciuto con le luci catodiche del televisore che proiettavano vividamente sul suo lobo frontale la vita, le stravaganze, gli agi e le romantiche disgrazie di uno star-system che sembra stare lì, dietro l’angolo? Chi può giudicare il suo bisogno di cancellare la macchia di soppressata dai pantaloni, che gli pesa come un anatema, come una scomunica, per entrare nel pantheon dello star-system? Se, per altro, non esiste alcuna differenza di merito tra chi sta al di qua e chi al di là dello schermo quotidiano, tra la nostra beneamata cassiera e Paris Hilton?

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Il quinto numero de Il Bestiario degli italiani, è finalmente disponibile! (qui)

Non è questo sogno la rinnovata utopia del cristianesimo, un marxismo rivisitato, una voglia di uguaglianza generalizzata che sa di american dream? E allora via all’emulazione, via a fare di più, a mettere un colore più sgargiante, a cercare il prodotto più glamour per rincorrere e perché non superare la propria icona, convinti che apparire coincida con essere, sperando che un giorno le telecamere piombino nella propria casa come è successo alla formosa famiglia delle Kardashian. Ecco l’utopia del capitalismo che differenzia i neo-proletari dai loro genitori, abitanti di una società della miseria, della penuria e della mancanza, che tiravano fuori l’abito della Domenica per presentarsi a messa e che concepivano il valore di un oggetto secondo la sua durata. Ora i neo-proletari si vogliono emancipare nella società dell’abbondanza, della paccottiglia a buon mercato, della rateizzazione di ogni merce. Soddisfatti i bisogni primari, ora hanno la pretesa e il tempo libero di raffinare la propria sensibilità artistica. Ma il Trash non si ferma qui e dalle periferie suburbane delle grandi metropoli o dalle province, arriva fino alle villette a schiera dei neo-ricchi, pacchiane costruzioni neo-classicheggianti, piaggerie dell’antica Roma dove insieme all’ornamentalismo dell’antiquariato si mischiano elementi incompatibili, in un eclettismo sfrenato che già nel 1982 Lyotard definiva

«Il grado zero della cultura generale contemporanea: si ascolta il reggae, si guarda un western, si mangia un hamburger la mattina e un piatto locale la sera»

Ma se si è preso il peggio del comunismo (il conformismo), possiamo anche dire che la trash way of life ha trattenuto anche il peggio del capitalismo, siglando il passaggio da un’antropologia della miseria e della penuria, a una cultura post-industriale dell’eccesso, dello scarto, del surplus, per cui il gusto dell’homo consumens per alimentare questa mega-macchina impazzita deve essere un groviglio confuso di stili di vita mutevoli, cosmopoliti, effimeri, massimalisti e facilmente spendibili. È da questa consapevolezza che nasce il bisogno di parlare della confusione culturale e dell’assenza di cultura come causa e conseguenza di questo elefantiaco disastro etico ed estetico. E per cultura è importante intendere una riduzione dei punti di riferimento simbolici, che equivale a dire una disintegrazione dell’identità. La cultura è stata estromessa dall’orizzonte di senso di ognuno, da quando il trash fantozziano declamava una delle sue frasi cult: «la Corrazzata Potmekin è una cagata pazzesca», da quando Mike Bongiorno affermava che «la televisione è un gioco, non bisogna prendersi troppo sul serio», srotolando il tappeto rosso dei palinsesti della Rai sotto i piedi di Luca Giurato. La massa di neo-proletari ha fatto della medietà e del qualunquismo la sua virtù, delegando così ad un’élite intellettuale il monopolio della “cultura”, definitivamente divisa su due fronti inconciliabili.

«la Corrazzata Potmekin è una cagata pazzesca»

Mentre da una parte è stata intellettualizzata fino a far sospendere qualsiasi partecipazione del popolo alle “cose alte” portando allo svuotamento delle sale cinematografiche, dei teatri e al completo distacco della sensibilità quotidiana dalla materia artistica – resa ormai auto-referenziale –, dall’altra parte la “cultura”, intesa come collante popolare e simbolico, è stata presa in ostaggio dal basso ventre del neo-proletariato. Qui si continuano a partorire icone su icone da inseguire, modelli da emulare, attraverso il nuovo strumento plebiscitario, il “like”, assegnato a rapper e youtubers, blogger e influencer, che da Facebook e Instagram possono così diffondere liberamente il Verbo, possono dare il via alla trash experience per migliaia di giovani che aspirano al successo. Ma se questa cultura viene dal basso, non è cosa buona e giusta? Non è sacrosanta? Non siamo forse arrivati al momento in cui la massa ha sovvertito, definitivamente, la sovrastruttura delle élites? La spazzattura di cui siamo circondati non sancisce, per caso, la vittoria della dimensione onirica e surrealista su una vita reale che lascia tutti insoddisfatti, e la sconfitta dei valori piccolo-borghesi di derivazione protestante? Ma il popolo ama espressamente queste icone, o le ama perché ne hanno gli occhi e la testa saturi? Ama il trash, o ha solo il trash a disposizione per riuscire a sognare un po’ nella società post-capitalista?