Piuttosto che cercare di capire l’attentato consumatosi nella sede di Charlie Hebdo a Parigi, lo scorso gennaio, si è preferito trovare uno slogan – #JesuisCharlie –  sotto cui indire una campagna in nome della libertà d’espressione contro il fanatismo. Quanto si sono commossi gli opinionisti digitali della domenica su questo hashtag, credendo che bastasse cambiare l’immagine di copertina di facebook, per partecipare attivamente a questa battaglia.  E così ancora i social sono stati viziati da un’infinità di casi che hanno indignato migliaia di utenti, pronti a sguainare citazioni di Voltaire e di Montesquieu. Ma ci accorgiamo solo adesso, di quanto il web sia disonesto, e quanto ciò che viene presentato come un fenomeno spontaneo proveniente dal basso, sia sempre un manipolazione eterodiretta dall’alto.

Perché, all’isterismo collettivo che ha accompagnato la vicenda di Charlie Hebdo, non segue un po’ di sdegno per quanto sta accadendo ad Erri De Luca?  Accusato di istigazione a delinquere dal Pm della procura di Torino che ha chiesto oggi 8 mesi di carcere, lo scrittore di origini napoletane deve rendere conto della sua opinione sugli scontri in Val di Susa resa pubblica in un’intervista del 2013 all’Huffington post: “Mi spiego meglio: la Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo”. Dove sono le magliette, gli hashtag, i tweet, i post, gli articoli, dove si nasconde il nostro ceto intellettuale che dorme con Mill sotto al cuscino e mette bocca su tutto senza prendere posizione su niente?

Cala un relativo silenzio su questa vicenda che però ci fa riflettere su una questione di più ampio respiro. La società liquida di Bauman non è che una favoletta palliativa e scaccia-pensieri per non vedere come, se da un lato la realtà è intessuta di esperienze sempre più volatili e precarie, sicché viviamo in un mondo apparentemente fluido e vario, senza più un centro stabile, dall’altro è vero il contrario, poiché il campo delle libertà individuali è sempre più soggetto ad un restrizione giudiziaria incalzante. La società liquida è una narrazione superficiale dietro cui risiede un sottotesto orwelliano, di cui dobbiamo renderci conto se non vogliamo finire per chiamare democratica una società totalitaria.