Ebbene sì, in questo grande processo di secolarizzazione che ha attraversato l’Occidente, anche la creatività, prima esclusiva di Dio “creatore del cielo e della terra” (Gen 1,1), è diventata un attributo dell’uomo. Ora ci sono schiere di giovani, un tempo detti vitelloni (ma che nella società dell’efficienza a tutti i costi hanno perso la gaiezza della nullafacenza), che si sono messi in testa, pur di non fare niente di concreto, di dirsi creativi! Non sono passati neanche cinque anni dalla morte di Steve Jobs – il Mosè che ha liberato i mac-users al grido di “siate affamati, siate folli” – che la creatività non ha più niente a che vedere con l’ideazione di qualcosa di veramente innovativo, ma con il rigido percorso formativo che si intraprende: facoltà di comunicazione, design (interior, product, graphic) corsi di specializzazione, master. C’è un intero segmento dell’istruzione universitaria e del mercato dedicato alla creatività. Ma che cos’è la creatività, chi l’ha mai definita?

Non è certo il genio di Monicelli, dotato di “fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”, ma la programmatica invenzione e la vendita del superfluo. Giovani startuppari, esperti di marketing e di comunicazione, designer, professionisti delle arti plastiche: tutti pronti ad allestire la paccottiglia più commerciale che trovi il maggior riscontro nel mercato, che instilli nella popolazione un ulteriore bisogno di qualcosa, alla ricerca di un nuovo desiderio da inventare (come se nel mondo già non eccedessero), inducendo a furia di guerriglia marketing le persone ad immagazzinare oggetti, esperienze, sensazioni. La creatività non è più estro, capacità di risolvere problemi, di migliorare la convivenza collettiva, ma quello di estrarre profitto creando un desiderio e vendendo il prodotto che lo possa soddisfare, scardinando e stravolgendo un intero sistema di valori. Così ci ritroviamo venditori di fuffa in tutte le salse: giovani ritornati da Katmandu che importano Tofu e aprono il loro ristorante vegano sulle ceneri di una vecchia alimentari, talent culinari che stravolgono le tradizioni gastronomiche per arrivare ad un’ideale di perfezione che culminerà con un piatto vuoto (del resto questo è stato il percorso dell’arte, conclusosi (?) con Malevich e il suo Quadrato bianco su fondo bianco); e ancora i creativi nel mondo della moda, che finiranno per farci tornare con una foglia di fico sui genitali. Cantautori improvvisati che si accalcano agli sportelli degli studio di Sky per far parte del nuovo Talent Show che sull’altare della commercialità sacrifica genio e talento, e dove la “creatività” si appiattisce sulle dinamiche dell’audience.

Ecco che la creatività è il nuovo conformismo, e i prometei della mitologia postmoderna spuntano fuori dai garage delle villette a schiera degli Stati Uniti, come i guru della società digitale: Steve Jobs, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos. Apple, Facebook, Amazon: tutti frutti della creatività, ma realmente dai benefici infinitamente più grandi e numerosi rispetto ai danni? Chi, riflettendo sul proprio quotidiano, può sinceramente affermare di vivere in una società – ci si permetterà di dire – naturale? Chi può realmente pensare che una deriva sociologica come il selfie, o il banale acquisto via internet che sta mandando a casa i negozianti, o ancora Whatsapp o Facebook che mettono ogni giorno a repentaglio relazioni e identità, siano davvero opere di una creatività positiva, di un genio creatore? Ma noi ce ne strafottiamo dell’interconnessione globale, delle notizie che corrono.

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