Non sappiamo dove la Boldrini abbia trovato il tempo di scrivere il suo ultimo romanzo – tremendamente politico – sulla bellezza dello sradicamento e della condizione del migrante; sappiamo che ad ispirare I bambini sanno di Veltroni è il Piccolo Principe di Saint-Exupéry – capolavoro detestato dai bambini e amato esclusivamente dagli adulti; supponiamo che il film Mia madre di Nanni Moretti, l’uomo dei girotondi contro Berlusconi, significhi che il regista non abbia più granché da dire sulla politica, ed abbia preferito mostrarci una catarsi personale e critica; crediamo che l’intelletto di Enrico Letta ci potesse risparmiare l’idea geniale – taciuta durante il suo mandato da Presidente del Consiglio – a cui si riduce la sua ultima pubblicazione: “per crescere bisogna essere uniti, bisogna fare comunità”.

E pur non avendo visto i lungometraggi né letto i libri sopracitati, tutti noi possiamo permetterci un giudizio a priori, che non riguardi certo i contenuti, ma la strategia di una sinistra il cui intento è quello di recuperare la sua dimensione umanistica e culturale, venuta meno con l’operato politico renziano, per ritrovare la propria innocenza perduta, per parlare di nuovo di società, di problemi reali, seri… come se in Italia i problemi fossero una cosa seria. Quindi avvertiamo a pelle che questi romanzi, saggi o film, non parlano di noi, né dell’Italia, né degli italiani, né del passato, né del presente, ma sono la masturbazione salottiera di una sinistra che si auto-invita a rappresentare l’Italia sul red carpet dell’Auditorium per compiacere sé stessa. Perché se non lo fa da sola, non sarà certo il popolo a srotolargli il tappeto di fronte.

E a quest’arte autoreferenziale e intellettualistica, che vuole sentir parlare di sé più che parlare degli altri – perché in Italia i film non si fanno per il pubblico ma per i registi – preferiamo i cinepanettoni di Boldi e De Sica; preferiamo il cinema politicamente scorretto in cui il boro romano arricchito tradisce la moglie sulle piste di una Cortina a lui estranea, dissacrando lo snobbismo elitista e inaccessibile della Perla delle Dolomiti; di fronte ai bambini di Veltroni è meglio l’arroganza dei regazzini della commedia all’Italiana. Perché sono realistici, sinceri, spontanei, volgari… più veri di quel bambino a cui Veltroni domanda qual è il segreto della felicità e lui risponde “sognare!”. La grande maschera del conformismo cala sui volti banali degli intervistati… nessuno sbaglia una frase. Ecco l’idealismo della sinistra che ingabbia la realtà nella sua visione buonista del mondo. Perché sui 39 fanciulli intervistati da Veltroni nel suo film documentario – un sequel non richiesto dei Comizi d’Amore di Pasolini – non ce n’è uno un po’ stronzetto, uno che parla il dialetto, non ce n’è uno cattivo, uno che dica una fandonia – ammesso che la maggior parte non lo siano. Sono tutti così tremendamente seri e dignitosi, poco spontanei, già così piccolo-borghesi.  E intanto ritratto dopo ritratto, il candore fanciullesco smacchia le malefatte politiche. Non ci importa più di Mafia Capitale e dei rapporti con Buzzi se Veltroni fa i film su Berlinguer e sui bambini. Non ci importa più se invece di partire in Africa finiti gli incarichi politici, come aveva detto, redime il suo immobilismo tediandoci con il cinema-winniethepooh – meglio gli applausi della malaria!