In seguito alla pubblicazione di “Che cos’è la proprietà?”, nel 1840 Marx rimase particolarmente affascinato da Proudhon e riprese molti spunti dell’anarchico per elaborare le sue teorie sull’estorsione del plus-valore. I due intrattennero una relazione amichevole che si interruppe quando Proudhon pubblicò la “Filosofia della miseria” dove metteva in guardia il proletariato dalle nuove favole e utopie dialettiche che i critici del capitalismo stavano mettendo in piedi. Marx trattò Proudhon da piccolo borghese, la cui cattiva coscienza (il dualismo tipico della borghesia, una mano al portafogli, l’altra a scrivere trattati morali) lo costringeva a rimanere attaccato ai suoi interessi materiali. Proudhon, però, era figlio di un birraio e di una contadina, era nato con la zappa in mano, e affrontò in prima persona le barricate di Parigi del ’48 e la prigionia per aver criticato sulle colonne di “Le représentant du Peuple” Napoleone III. Era tutto meno che un piccolo-borghese. Il dissidio tra Marx e Proudhon nasce quindi nel diverso e primordiale approccio che i due pensatori hanno nei confronti della realtà. Essere proudhoniani significa credere nella spontaneità dell’azione umana, e non nel suo determinismo meccanico, credere nell’individuo e nella libera disposizione dei mezzi di sussistenza. Essere proudhoniani vuol dire pensare il mondo senza le astrazioni hegeliane o i processi dialettici ma guardando la realtà in tutte le sue sfumature, con la convinzione che nel pluralismo, nella diversità, e nell’ordine senza potere risiedano i principi per restituire alla società la sua autonomia. La libertà in Proudhon vuol dire autogestione, auto-emancipazione, auto-realizzazione. Nessun sistema politico, né il comunismo, né la democrazia, possono regalare ed elargire diritti e libertà. «Chi parla di umanità vuol trarvi in inganno» diceva, sulla scia di un altro anarchico, Henry David Thoreau, che affermava:

«Se sapessi per certo che qualcuno sta venendo a casa mia col deliberato proposito di farmi del bene, scapperei a gambe levate».

In Proudhon all’esclamazione vilipesa dalla critica – «la proprietà è un furto» – fa seguito un’altra e meno nota appendice: «la proprietà è la libertà». Questa ambiguità ha dato ai suoi detrattori la possibilità di bollarlo quale pensatore contraddittorio. Ma in questa apparente contraddizione sopravvive tutta la sua ricchezza d’analisi. La proprietà in Proudhon viene difesa quando è piccola e motivata dal lavoro e non dall’abuso o dalla speculazione, quando è fonte di uguaglianza e non di soprusi. Da qui nasce anche il progetto della Banca del Popolo. Invece di richiamarsi ad una rivoluzione determinata dall’evolvere dei rapporti di produzione, Proudhon vuole ribaltare l’ordine costituito partendo dall’economia reale, concreta e quotidiana, di un Banca di credito gratuito che possa fare del popolo il proprio finanziatore, eliminando l’intermediario della moneta e del prestito ad interesse per riequilibrare la simmetria tra capitale e lavoro. Quale pensiero, oggi, si rivela più utile e fecondo per un’Italia che ha fondato la sua prosperità sulle sue piccole e medie imprese, sull’iniziativa individuale, sull’artigianato e il settore manifatturiero in generale? Proudhon ha avuto una fortuna oggi dimenticata. Ha influenzato Sorel e Maurras, Bakunin e Kropotkin, Tolstoj e Dostoevskij, nonché la frangia anti-marxista dei repubblicani durante la guerra civile spagnola, i socialisti liberali di Rosselli, l’anarchismo di Berneri. Insomma ha influenzato, insieme alla destra maurrassiana, tutta una porzione della sinistra che voleva risolvere l’annosa “questione sociale” senza approdare al dirigismo, l’autoritarismo, il collettivismo comunista e le utopie marxiste. Alla morte di Proudhon, Marx, pur con qualche riserva iniziale, scrisse in una lettera all’amico J.-B. Schweitzer, dirigente del movimento operaio tedesco:

«L’audacia provocante con la quale affronta il “santuario” economico, i paradossi spirituali con i quali si prende gioco del monotono senso comune borghese, la sua critica corrosiva, la sua amara ironia, il sentimento profondo e vero di rivolta contro le infamie dell’ordine costituito, il suo sobrio spirito rivoluzionario, ecco quello che spiega l’effetto “elettrico” e sconvolgente che provocò»