Sulle ricche sponde dell’isola vi passarono fenici, etruschi e cartaginesi, ma solo i greci fondarono a Kallìste, “la più bella”, la prima, vera città: Alalia, oggi Aléria, situata alla foce del Tavignano, tra Bastia e Porto Vecchio. Stiamo parlando della Corsica, l’Île de Beauté, scampata a trent’anni di dominazione focena, alle razzie degli etruschi e dei cartaginesi, succube per 700 anni all’autorità romana, controllata, a partire dal 764 d.C, dallo Stato pontificio fin quando Gregorio VII non delegò al vescovo di Pisa il patrocinio della Corsica. Se quella pisana fu un’epoca più o meno pacifica ad interrompere un breve momento di prosperità, oltre ai perpetui attacchi dei saraceni, fu l’irruzione di un’altra repubblica marinara nella storia corsa, quella genovese. La spartizione dell’isola tra le due repubbliche fu particolarmente violenta, terminando soltanto con l’annessione dell’isola allo stemma della Croce di San Giorgio. Quella genovese fu vissuta come una vera e propria occupazione che durò per ben cinque secoli e che ancora oggi è ricordata come uno dei momenti più dolorosi. Le tracce di Genova si ravvisano nell’architettura e nell’urbanistica delle città, tra cui le più importanti roccaforti, Bonifacio e Calvi, e nelle torri di guardia che sorgono su ogni promontorio costiero. Dopo il passaggio di testimone tra i francesi, i genovesi e gli inglesi appoggiati dall’eroe nazionale – l’equivalente del nostro Garibaldi – Pasquale Paoli, il dominio dell’isola tornò definitivamente in mano alla patria della Marianne quando Napoleone dichiarò l’isola département francais nel 1811.

Durante tutto questo periodo, tuttavia, non mancarono le rivolte, le insurrezioni, le sommosse da parte dei corsi, a cui la posizione insulare e la cultura agro-pastorale dovuta al raccogliersi della popolazione nell’entroterra per sfuggire alle invasioni, hanno dato una vena particolarmente familistica e clanica, nonché un attaccamento viscerale alla terra e al passato, ai valori della dignità e dell’orgoglio, alla Vendetta come garante dell’ordine naturale stabilito dall’estinguersi del “debito di sangue”. Abitualmente caratterizzati da un profondo senso di sfiducia nei confronti dei pinzuti, gli stranieri, i corsi furono ugualmente temuti e visti di cattivo occhio dagli occupanti che si susseguirono. Gli storici romani si stupivano nel vedere i maschi che, catturati e venduti come schiavi, piuttosto che sottostare al padrone si lasciavano morire disgustati dalla vita. E non ci fu mai un attimo, a partire dalle rivolte contro i generali di Roma, contro i signori feudali e i genovesi, sino ai tentativi rivoluzionari di Sampiero Corso, “il focoso”, e di Pasquale Paoli, che i corsi si arresero all’invasore senza opporre resistenza.

Lo stesso vale per la Francia contemporanea, l’ultimo occupante con il quale si intrattiene un rapporto piuttosto ambiguo. Si pensi che i cittadini autoctoni hanno obbligato il dipartimento metropolitano ad aggiungere nei cartelli stradali i nomi delle città in lingua corsa, e hanno lottato per avere la possibilità di insegnare nelle scuole questo idioma regionale sin dalle elementari. Eppure la madrepatria non ha mai dato importanza alla diversità corsa. A partire dal 1973 e dallo scandalo dei rifiuti tossici riversati dalla compagnia italiana Montedison sulle coste dell’isola infatti, che lasciò inerme la République, cominciarono i bombardamenti, gli attentati, le rapine a mano armata in banche, edifici pubblici e strutture turistiche, persino attentati alle basi della Nato, fino all’uccisione del prefetto Erignac, tutto per mano dei militanti del Flnc, Fronte di Liberazione Naziunale Corsu. Questo movimento geloso dell’identità corsa disprezzava il centralismo francese e il disinteresse di Parigi nei confronti del’isola, tanto che a partire dal 1962 il governo aveva dato ai rimpatriati d’Algeria, i pieds-noirs, dei finanziamenti statali e dei terreni agricoli originariamente assegnati ai contadini corsi. La Francia si è rivelata allora l’ennesimo colonizzatore che ha portato avanti una pulizia etnica soft, silenziosa ma capillare. Se già la maggioranza corsa visse una diaspora a partire dei primi del Novecento, e ad oggi è ancora divisa dalle lotte intestine tra le principali famiglie dell’isola, i corsi sono adesso più combattuti che mai. Mantenere viva l’identità dell’isola oppure cedere alle lusinghe degli introiti turistici (si è arrivato a spacciare per tradizione locale il salame d’asino, giusto perché lo chiedevano i villeggianti) è il grande dilemma. I caratteri ancestrali e atavici dell’isola del Moro sono messi al bando per un ben più gradevole “pathos del sorriso” (Baudrillard) e un’accoglienza artificiosa che non nasconde del tutto la profonda insofferenza degli autoctoni per i nuovi coloni armati di macchine fotografiche e pronti a saccheggiare gli spazi incontaminati. Immensa fonte di guadagno in questo paradiso del mediterraneo, il turismo smuove l’economia per 3 mesi l’anno ma costringe l’isola alla vegetazione per i restanti 9. Rappresenta effettivamente un’alternativa allettante per un mercato poco produttivo sia in ambito agricolo che industriale, a costo tuttavia di rendere l’isola un’immenso villaggio turistico, un giardino coloniale per i vicini europei che mina tradizioni, usanze e abitudini, che sradica la parlata locale ed elimina le proprietà indecifrabili che hanno reso per lungo tempo la Corsica tanto affascinante, assimilandole nell’anonimato del centralismo francese.

Più di qualsiasi altro invasore, il turismo e il cemento sono i nuovi nemici dell’etnica corsa, pur non essendo economicamente dei nemici del suo popolo. La svendita di terreni edificabili potrà rovinare per sempre il maquis e il paesaggio facendo diventare l’isola un’anonima località balneare come se ne trovano in tutto il mondo. Dietro uno scenario così contrastante si cela un problema più ampio che dovremo porci anche noi italiani, attenti unicamente agli aspetti positivi dell’affluenza turistica sulla nostra penisola e dimentichi di tutte le contraddizioni che il servilismo turistico e la speculazione generano in una comunità.