Quanti minuti sono passati dalla morte delle 12 vittime mietute nella sede di Charlie Hebdo e la creazione dello slogan, “Je suis Charlie”, che ha riunito migliaia di persone l’11 gennaio a place de la République per manifestare in nome della libertà di espressione, di satira, di pensiero? Immediatamente i primi hashtag, poi i post, le magliette, le bandiere e gli striscioni, nessuno aveva capito niente della strage ma già l’unanime consenso sulla vicenda non dava spazio ad una riflessione matura e seria sulla questione. La dimensione razionale era occupata dai saltimbanchi semantici creati ad arte dall’industria delle emozioni. Giornalisti, Media, intellettuali, periodici: hanno prodotto un brand. Adesso lo monopolizzano, hanno il potere sulla “libertà di espressione”. Tanto che, la sera stessa del corteo parigino, l’umorista francese Dieudonné M’bala M’bala fu condannato a due mesi di carcere per aver scritto, su Facebook, “Je suis Charlie Coulibaly”.

Probabilmente, invece, negli States lo spettacolo è stato organizzato con qualche giorno d’anticipo rispetto alla decisione della Corte Suprema che ha approvato il matrimonio gay in tutti e 50 gli stati federali. All’hashtag #Lovewins e agli almeno 10 marchi (tra cui Youtube, Uber, American Airlines, White House, the Verge, Twitter e altri) che hanno tinto i loro loghi dei colori arcobaleno, si aggiunge la precisione svizzera con cui Facebook lancia il tool “Celebrate Pride”, al quale hanno aderito cinquantamila utenti. Una “rivoluzione” fatta per icone, quella che ha scardinato il matrimonio, peraltro memore della lezione di Le Bon: “le idee suggerite alle folle possono diventare predominanti soltanto se rivestono una forma semplicissima, che per di più sia traducibile in immagini”. Quale migliore réclame di quella che annette “amore”, “diritti” e “uguaglianza” in salsa arcobaleno-futurista? Il popolo della rete vi partecipa dando prova di tutto il suo isterismo, perfettamente segregato nei ranghi di un’operazione di marketing macchinosa, che non ha nulla di spontaneo ed è anzi eterodiretta dai grandi marchi. Tra questi compaiono firme note: Amazon, Apple, Goldman Sachs, Morgan Stanley, tutti intenti a foraggiare da anni le politiche gay friendly. Un business che nell’offerta dei diritti vede solo un nuovo e profittevole mercato, quello dell’universo gay, il brand dei brand, dalle apparenze filantropiche ma che ripulisce qualcuno dai vecchi peccati, e santifica qualcun’altro per le future iniziative.

Così sui social parte l’ondata di conformismo virale, e pure se l’equazione “social” e “conformismo” a qualcuno va un po’ stretta, dalle primavere arabe, ai blogger sul modello Yoani Sanchez, da “Je suis Charlie” a #Lovewins, intorno a questi fenomeni si addensa un’aura di speculazione, c’è il sentore di analisi e ricerche di mercato, di marketing, di margini di manovra programmati a monte da un apparato che sceglie hashtag, slogan, magliette, status, loghi e foto, impone la sua grammatica e la sua discorsività e perciò smaschera la pretesa sovversiva e rivoluzionaria della causa Lgbt. La conquista dei diritti civili non ha per niente il sapore di conquista, di sforzo, di lotta, non ha una verve combattiva: questo basta per renderlo conforme. Chi colora la sua foto profilo di Facebook lo fa con spirito di rivalsa, ma alla fine è sollevato, dà prova del suo impegno civile, ha una nicchia confortevole e già strutturata da un universo di simboli pre-confezionati. E’ un fascista che si atteggia a rivoluzionario nel 1939. Il conformismo totale veste i panni di una rivolta, è un’inversione dei significati: che magistrale falsa coscienza! Con alle spalle i portafogli delle multinazionali e i social, queste minoranze rumorose sono già una maggioranza tutt’altro che discriminata, rivestono i panni dei più deboli con gli espedienti elargiti dai più forti. Tutti seduti “dalla parte del torto”, tra tweet, spritz e celebration pride, eppure con il monopolio della “ragione”!