Ogni eretico si rifà ad un’ortodossia, anch’essa, a sua tempo, eretica. Come l’Illuminismo fu eretico nei confronti di quello che viene troppo genericamente detto “oscurantismo medievale”, così oggi i postulati fondanti del Moderno e dell’Illuminismo si sono assolutizzati definitivamente, creando una nuova ortodossia. Il Moderno, da fresca e illusa innovazione, si è concluso, è divenuto Postmoderno; un Assoluto invecchiato, reazionario e conservatore di sé stesso.

Su principi quali la razionalità, l’egoismo antropologico, il soggettivismo, il Moderno ha scatenato la sua rivoluzione. Si è illuso di poter conoscere le cause del mondo, di poter spiegare il fuoco e il fulmine, il moto della terra e degli astri, ha ribaltato Dio dallo scranno e vi ha messo un compasso e una bilancia. Alla ragione oggettiva ha poi sostituito la ragione soggettiva, al sentire è subentrato il pensare, all’incanto il disincanto. La cieca fede nel Regno è divenuta cieca fede nel Progresso, nel mondano, nel dato empirico, una nuova metafisica forse troppo compromissoria con il nuovo modo di produzione capitalistico. Una volta assolutizzatosi il capitalismo a modello economico della società Occidentale, anche la sua metafisica si è storicizzata, è diventata fattuale, cristallizzata nelle mentalità di qualsiasi individuo, è divenuta vecchia, postmoderna. Il Moderno ha perso lo slancio, l’illusione, la speranza, ha compreso la sua impotenza quando il come delle cose non ne ha rivelato il perché, le cause prime, quando la meccanica quantistica non ha svelato il segreto della felicità, quando la tecnica, contrariamente al sogno di Tesla, ha alienato l’umanità invece di mettersi al suo servizio; quando la scienza non ha indicato il senso della vita.

Ormai siamo vecchi, spassionati, disillusi figli di un tempo finito, che al battesimo sostituisce il vaccino, al capo tribù e al politico acclamato il freddo tecnico, alle funzioni sacre le omelie televisive, all’attesa escatologica la guerra nucleare. Ragionevoli superstizioni. Eppure continuiamo a pretenderci una civiltà d’avanguardia, sospinta dallo slancio – per forza d’inerzia – di idee vecchie più di quattro secoli: democrazia, progresso, benessere, scienza, universalismo, libertà, quando abbiamo assodato, da oltre un cinquantennio, il loro fallimento. Il Moderno è postmoderno, è sceso al compromesso, si è fatto carne nel capitalismo, sicché la democrazia è divenuta delegazione, il progresso alienazione, il benessere edonismo, la scienza idiotismo specialistico, l’universalismo meticciamento, la libertà relativismo. Abbiamo perciò il compito di sovvertire questa assolutizzazione, di renderci consapevoli del carattere senile che investe tutte le nostre azioni e le nostre idee. Come l’anziano che, rispetto al giovane (distante, ma intimorito dalla morte), è ad un passo dalla fine e non la teme, noi non troviamo insopportabile l’insolubilità dei problemi, l’impossibilità della verità, l’insensatezza della vita. Non lottiamo, ma eludiamo questa paura nel vino, nel mondano, razionalmente. Siamo lontani anni luce dall’accettare l’assurdo. E se la paura persiste, allora è una malattia psichica, da curare a forza di xanax e anti-depressivi.

L’eretico quindi oltraggia la cultura ufficiale, l’ortodossia moderna che fa dell’esclusione sociale la sua nuova croce, il suo nuovo rogo. L’eretico è il giovane impaurito, febbrile, che fa della paura il sangue della sua infantile mobilità, capace di ridere, piangere ed entusiasmarsi. E’ colui che non conosce la stanchezza né il dubbio, non si rassegna alla disperazione, ma dispera della rassegnazione; egli guarda al relativismo come ad un sorpassato passatempo della vecchiaia, e con la certezza sfida l’assurdo che accetta. La sua esistenza non riflette né descrive le dinamiche del mondo, non esaurisce la realtà e la realtà in lui non si esaurisce. L’eretico è l’incompreso, colui che nasce postumo; è l’inattuale rappresentante della possibilità, non è figlio del suo tempo, ma di un tempo che deve ancora venire; non si riconcilia con il presente, perché questa è la scelta più difficile. Egli «spreca la propria anima, […] non vuole ringraziamenti, […] non restituisce nulla: perché egli dona sempre e non vuole conservarsi» (Nieztsche) è «il rifugio di tutte le idee sradicate dall’ignominia moderna» (Dàvila). L’eretico è religioso, perché crede che il migliore dei mondi debba essere fatto; è scomodo perché agisce disinteressatamente, evade la logica dell’utile e del tornaconto, non risponde positivamente allo stimolo del profitto; è inutile, perché non misura la realtà con il metro del denaro. L’eretico è un amico, è l’innamorato, l’escluso, il diseredato; egli è miserabile se il soldo fa la virtù, disgraziato se la grazia proviene dal successo. L’eretico annuncia la fine, impersona l’origine; è la malattia della civiltà, è la sua cura.

Dal 28 maggio in libreria 

Pensiero in rivolta FRONTE