«Che invidia avrebbe provato quel tizio libidinoso, chiunque fosse, se avesse saputo che ogni mio nervo era ancora cinto e consacrato della sensazione del suo corpo – il corpo di un demone immortale vestito da bambina»
Vladimir Vladimirovič Nabokov, Lolita

Qualcuno ha detto che nel celebre romanzo di Nabokov, Lolita (1955), lo scrittore russo abbia messo in scena qualcosa di più di un perverso amore tra l’intellettuale quarantenne Humbert Humbert, di origini mitteleuropee, e la giovanissima, irruente Dolores, Dolly, Lola, Lolita Haze, lo stereotipo della ragazzina provinciale americana con il sogno di diventare una ballerina a Broadway. C’è chi dice che dietro le quinte di questo ménage, vi sia rappresentata la vecchia, annoiata, cinica e pervertita Europa che corrompe una giovane e ingenua America ancora in grado di sognare. Altri sostengono il contrario: ossia che sia l’America a sedurre il vecchio continente.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

Ma che sia l’una o l’altra delle interpretazioni, il tema centrale del romanzo rimane la giovinezza. La potenza destabilizzante, imbarazzante, sovvertitrice della giovinezza, in grado di ribaltare integralmente la vita di un uomo, in grado di farlo impazzire e paradossalmente anche ritrovare o ricordare – in quel luogo dell’anima che è la gioventù, una foresta ai margini delle convenzioni sociali, dei compromessi, della resa.

Il cinema e la letteratura dell’ultima metà del secolo hanno ampiamente esaminato il tema dell’amore anagraficamente impossibile. Pensiamo alla Voglia matta di Salce, Il Tigre di Risi, e quanti altri ancora tra scrittori e registi si sono cimentati sul tema, che hanno messo in ridicolo gli esasperati tentativi di ritrovare la gioventù perduta in un’età inoltrata. Ma ecco che in Nabokov, con Humbert Humbert, rispetto agli altri personaggi che vedono nell’infatuamento per una giovane donna la possibilità di redenzione o di sospensione del tempo, con la speranza di bere nuovamente alle fonti della giovinezza, in Nabokov viene espresso magistralmente l’amore per la giovinezza nella sua forma più pura, autentica e disinteressata. Humbert Humbert non è un personaggio ridicolo come il Gasmann diretto da Risi, è un po’ inetto forse, ma non vive una crisi di mezza età, non è alla ricerca di un riscatto. Si innamora di Dolores, tredicenne sensuale ma poco elegante, a tratti mascolina, americanamente volgare, consumatrice spasmodica di riviste per teenagers, chewin-gum, caramelle e gelati, a suo agio nei motel delle superstrade, perché lei incarna la potenza ineguagliabile della spensieratezza giovanile. L’eros dell’ingenuità. La sensualità della leggerezza. Cosa c’è di più affascinante, di più eversivo della disinvoltura con cui Lolita si siede sulle ginocchia del frustrato Humbert poggiandogli distrattamente i piedi nudi e impertinenti sulle sue gambe di vecchio europeo alle prese con noiose traduzioni? Lolita incarna il demone della giovinezza. Insolente e ingestibile, viziata e arrogante, meravigliosamente sensuale, americana (come il rock and roll, come un juke-box, come tutta quella paccottiglia commerciale e colorata del boom economico). L’anima dell’America, la più giovane nazione del mondo, è raffigurata letterariamente nelle contraddizioni di Lolita: da un lato l’essere il prodotto perfetto della società dei consumi, e insieme essere anche una ribelle per vocazione, per corporeità e temperamento, una creatura sovversiva e rivoluzionaria nel suo quotidiano.

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Ma se l’America ha conquistato il mondo intero con la potenza della sua giovinezza, con la sua ingenuità, estremamente femminile e legata alla vita, in Europa il mito della giovinezza ha origini che parlano di eroi (per lo più maschili) e di morte. “Muor giovane chi al cielo è caro”, recita il frammento di Meandro che sigla il topos greco del legame indissolubile tra morte prematura (thanatos aoros) e giovinezza, topos impersonato dagli eroi dell’Iliade, Ettore e Achille. Come se per i greci la morte precoce ed eroica fosse un compimento della giovinezza stessa. Come se la giovinezza per eternizzarsi, per esprimersi in tutta la sua potenza creatrice portasse inevitabilmente alla distruzione. Poiché in Omero, la morte più anti-eroica in assoluto è quella che si compie nell’estrema vecchiaia, e che fa si che la vita equivalga in tutto e per tutto alla giovinezza, accompagnata dal trapasso in nome di una gloria imperitura. Morire giovani: stravagante espediente greco per beffare la morte! Una morte che si presenta come liberazione dello strazio della vecchiaia, del compromesso, degli affari domestici, della vita quotidiana deprivata dell’ardore giovanile. Recitano così i versi del poeta Mimnermo:

[…] rapido dura il frutto

di giovinezza, breve come un sole.

Ma quando è ormai trascorso questo termine della stagione

essere morti è meglio che la vita.

Ma insomma che cos’è questa giovinezza, questa forza che muove tutto, a cui tutto tende e da cui tutto si allontana? Che diavolo è questa giovinezza di cui parlano gli antichi greci? Il motivo greco che lega giovinezza e morte non ci è poi così lontano, se pensiamo che in tutta la storia occidentale, dal mito cavalleresco e l’amore trobadorico, sino agli antesignani romantici della Beat generation: Schlegel, Novalis, Holderlin, esso ritorna incessantemente. Ritorna nel Faust di Goethe, in cui il vecchio professore vende l’anima al diavolo per giovinezza, sapienza e potere. Il motivo è presente in Foscolo e Leopardi, nel ribellismo infantile dei sensi di Arthur Rimbaud – “dio della pubertà” – che si prolungherà fino ai Beat, alla Gioventù bruciata raffigurata da Nicholas Ray, e poi alla generazione Trainspotting degli anni 80′ (e non a caso il regista vent’anni dopo in T2 pone proprio il problema della giovinezza). Ma ancora si ritrova negli Scapigliati – «Giovani, ci teniamo ai meriti e ai difetti della gioventù» – o nelle stesse avanguardie del primo Novecento, il futurismo su tutti: «noi non vogliamo più saperne, del passato, noi giovani e forti futuristi!» (Marinetti 1909). La giovinezza con il fascismo viene spogliata dalla sua aurea decadente e torna ad essere, classicamente, “primavera di bellezza”, ma si vuole pur sempre coronata, come in Omero, dalla “bella morte”.

giovinezza

Giovinezza

Sembra di avere qui a che fare con il tema dei temi, in una società che sin dalla classicità ha visto nella giovinezza l’apice, il telos della vita: la perfezione mai più raggiunta. Il momento culminante dell’esistenza. Tuttavia, adesso che la giovinezza non è più correlata simbolicamente alla morte, ma è una condizione che si tenta di estendere incondizionatamente, fino ad ottenere risultati grotteschi, è veramente possibile sentirsi giovani, nel senso vero del termine, nel senso della “amabile, eroica, favolosa” giovinezza di cui parlava Chateaubriand? Una giovinezza che cerca di far sparire la morte dal suo orizzonte di senso, che vuole il più possibile occultarla, posticiparla, che ha abbandonato ogni forma di ritualità iniziatica all’età adulta – lasciando gli individui in uno stato di giovanile irresponsabilità perenne senza per questo essere in grado di esplorare i limiti, di sondare i margini e compiere integralmente un’esistenza – può ancora essere pienamente giovane? Se l’uomo non è più per la morte come sosteneva Heiddegger, può essere per la vita? «Chi vuole salvare la vita la perderà, ma chi invece la perderà in nome dello spirito» recita il Vangelo. La forza creatrice della gioventù non è proprio nella potenza disinteressata della sua auto-distruzione? Meraviglioso il passo di Mario Appelius, nel suo libro biografico Da mozzo a scrittore (Oaks, 2016) dove l’avventuriero recita:

«Disgraziati gli uomini che lasciano passare l’ora della giovinezza senza rendersi conto dell’attimo che passa e non torna più! La vita potrà dar loro molti altri tesori, ma tutti questi tesori messi insieme non potranno compensarli d’aver rinunziato all’ebbrezza di sentire la propria gioventù e di buttarla, insolentemente, prepotentemente, giocondamente, in faccia al proprio Destino, che in fondo è fatto per tutti gli uomini, unicamente, di disillusione e di dolore».

Quando anche la giovinezza, genuflessa ai vincoli e ai divieti del biopotere, tutta dedita alle diete vegane e al consumo di integratori vitaminici, si occupa della salute, della conservazione di sé, della qualità e quantità della vita, non perde forse la sua carica eversiva e selvaggia? Finite tutte le guerre, finite le grandi narrazioni e le avventure da quando i voli di linea lowcost ci consentono di arrivare ovunque come turisti, senza per questo essere viaggiatori, non resta che vivere una lenta, canuta e anti-eroica morte posticipata il più lontano possibile.

Ma è qui che ci viene in soccorso l’agile saggio di Riccardo Paradisi pubblicato più di un anno fa ma il cui titolo, Un’estate invincibile. La giovinezza nella società degli eterni adolescenti (Bietti, 2016) ora che la stagione è arrivata, ci consente di attualizzarlo anche con il ciclo climatico. È un libro che può aiutare sia noi giovani – pur avendo orrore dell’uso che oggi si fa del termine, il sottoscritto è obbligato anagraficamente ad inserirvisi – come coloro che sono in un’età più avanzata, a ripulire il concetto di “giovinezza” e ricollocarlo laddove il biologico e lo spirituale, quindi la giovinezza anagrafica e quella dello spirito, si intersecano e dialogano proficuamente. Dando ai più giovani uno strumento per non adagiarsi su una giovinezza biologica che può perdere la sua verve creativa, la tensione dello Streben (la ricerca) faustiano, la consapevolezza del kairos come momento opportuno per l’azione. E risolvere anche i problemi di chi, sfioriti i vent’anni, crede che ormai vi sia solo il declino.

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Perché in fondo, forse vale la massima di Bruno Cortona, alias Vittorio Gasmann nel Sorpasso di Risi: «Lo sai qual è l’età più bella? Te lo dico io qual è. È quella che uno c’ha giorno per giorno. Fino a quando schiatta… si capisce». L’obiettivo che l’autore si pone infatti, è proprio quello di ricollocare la giovinezza, in un momento storico in cui il concetto è diventato sempre più fluido ed estensibile a piacere – magari con l’aiuto del botulino, del viagra, di un lifting o di altri espedienti chirurgici e farmacologici – nella sua giusta dimensione, che si è biologica, ma anche spirituale, poiché “giovani significa stare sulla cresta dell’onda fino all’estremo – qui Paradisi cita un Langendorf che potrebbe fare da incipit al Mercoledì da Leoni di Milius –. Giovani ancora coloro che, dopo una lunga esistenza, si riservano la speranza di un destino felice”. E attraverso questo viaggio in cui Paradisi accompagna il lettore, tra cinema, letteratura, arte e filosofia, si arriva a comprendere che può e deve esistere una metafisica della gioventù che non si riduca al mero episodio biologico, ma si decreti come vocazione, stato d’animo in cui la morte, l’avversario supremo, diventi una complice nella liberazione e non la grande rimossa, una musa della propria esistenza, poiché, come dice Don Juan intervistato da Castaneda “se noi ci muoviamo, lo facciamo solo quando sentiamo l’incalzare della morte”. Giovinezza è questo: muoversi.