In Non ci resta che piangere, Troisi e Benigni, per uscire dal quattrocentesco borgo toscano, sono costretti a pagare un dazio doganale. Sorpassato il confine in calesse, si accorgono che immediatamente prima del pedaggio hanno perduto un sacco. A quel punto Troisi torna indietro e varcando la soglia viene fermato dall’ufficiale – ebete o scaltro, chissà – che gli chiede nuovamente di pagare la tasse. E così di nuovo, una volta ritornato al suo carretto. Qui riassunto il concetto di burocrazia: spietata, anonima, ottusa, cieca (l’ufficiale non guarda neanche in faccia i due viaggiatori). Ma se vi aggiungessimo, a questa, la tecnica? Il risultato l’ha messo in scena sul grande schermo Terry Gilliam, in Brazil (1985), lungometraggio distopico ma tragicomico la cui trama ruota intorno ad un’esecuzione sbagliata dovuta ad un errore burocratico. Sulle note di 1984, l’alleanza tra Burocrazia e Tecnica diventa una combinazione ansiogena ma allo stesso tempo esilarante. Il grigiore dei palazzi è intessuto dai tentacoli delle condutture del gas, eppure nella Metropolis del regista statunitense – tra lifitng di donne eccentriche, ristoranti dai menù raccapriccianti e automobili ridicole –  qualcosa va sempre storto, in modo demenziale. Le innovazioni tecnologiche funzionano poco e male, sono difettose e disfunzionali. Non ci sono, però, grandi fratelli, despoti, monarchi, terzi reich: tutti i funzionari si limitano a svolgere le loro mansioni, ma gli esiti sono paradossali: “Firmi qui. Qui sotto. Grazie. Anche qui. […] – dice l’ufficiale giudiziario – Questa è la ricevuta per suo marito. E questa è la ricevuta per la sua ricevuta”.

Il mostro della tecno-burocrazia non è spaventoso ma menomato, è il prolungamento deficiente della nostra socialità. Al burocrate, comunque dotato di empatia e compassione, si sostituisce il robot, la macchina, incapace di gestire situazione extra-ordinarie o anomale, quali sono le circostanze della vita quotidiana. Le macchine automatiche (dai caselli e i distributori di sigarette e di caffè, ai computer, gli smartphone e i semafori) non ci permettono di essere fuori dall’ordinario. E questa non è una pretesa relativista di libertà, ma la semplice costatazione del fatto che il reale non si incasella in un sistema numerico binario compreso tra 0 e 1. Più si dilata lo spazio della tecno-burocrazia, più si contraggono le possibilità di esistenza, generando però, non il mostro tecnocratico dipinto da Orwell, ma una frustrazione collettiva e patetica. Infuriati al casello autostradale – che è l’equivalente di un dazio medievale – per l’eccessivo importo dovuto ad un servizio teoricamente pubblico, con chi ce la prenderemo? La macchina è lì, ignara, tremendamente stupida, risponde in modo binario: si/no. Paghiamo e ce ne andiamo, rancorosi. Poi gli autovelox e le multe impersonali che sostituiscono l’ausiliario di turno a cui potevamo supplicare ammenda e sperare nella sua umanissima parzialità. Prima il calzolaio con cui potevamo litigare per delle scarpe mal fatte, oggi il commesso che ci chiede di riempire un modulo per il ricorso. Costretti ad aggredire gli operatori dei call-center per le chiamate durante le ore dei pasti, non cambiamo in nulla lo status quo, quando “Mario” della telefonia chiama nuovamente. La rabbia è sublimata tristemente nelle scartoffie, affolla sterilmente gli uffici reclami e i centralini delle grandi multinazionali. Le macchine ci rendono docili ma frustrati, finalmente stupidi, ci sussumono nel loro modo di ragionare sicché finiremo per ridurre ogni ragionamento nello schematismo si/no.

La commistione tra tecnica e burocrazia è tremendamente scema, tanto che, come suggerisce il personaggio del film Hurry Tuttle, “fra un po’ di tempo grazie al vostro bellissimo sistema non si potrà più aprire un rubinetto senza riempire un 27B/60!”. Ed è proprio il ricercato Tuttle ad incarnare il ruolo del rivoluzionario per Gilliam. Un banalissimo, ma eccezionale ingegnere che ripara abusivamente i tubi delle caldaie domestiche dei cittadini senza essere autorizzato dal sistema, senza far parte dell’unica grande organizzazione, la “Central Service”: pedante mostro amministrativo di modulistica e timbri. Il nuovo rivoluzionario non è più violento, armato, ma è un rivoltato contro la burocrazia, un uomo deregolamentato, che opera clandestinamente, che fa del fattore umano la sua intelligenza rispetto alla freddezza della macchina. E con un parallelismo, probabilmente forzato, l’italiano, questo strano anti-cittadino che ha erto la burocrazia a grande impasse del progresso nazionale, è anche il primo che la rifugge dal retro: tra familismi, favortismi, economia sotterranea, raccomandazioni e clientelismo, mafie ed evasione fiscale, questa convivenza tra tecnica binaria e burocrazia formale, è in Italia sempre più vicina ma ancora lontana. Siamo i meno scemi del mondo sviluppato.