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Spiegare chi sia Bauman non è un’impresa semplice. Ci troviamo dinanzi a colui che con grandi probabilità sia riuscito, più di ogni altro, ad analizzare gli aspetti del vivere e delle sue sfaccettature della nostra epoca storica. In chiave sociologica più che esistenzialista tout court. Nato a Poznań, il 19 Novembre 1925, di orginie ebraica, vittima della repressione nazista, fu costretto ad abbandonare la Polonia e a dare vita ad una lunga peregrinazione conclusasi con l’arrivo a Leeds, dove ottenne una cattedra nell’Università. La sua riflessione principale parte dall’assunto che la globalizzazione sia il fenomeno cardine attorno al quale si sia innestato una destrutturazione antropologica e societaria di enorme portata.

Tanto enorme da mandare in crisi le basi fondanti dell’essere uomini

Le solidità umane, proprie dell’era moderna, infatti, vengono completamente ribaltate, nella contemporaneità, dalla possibilità sempre presente di una rimodellazione che destina l’esistenza umana ad una dimensione “liquida”, modellabile, modificabile, quindi mai immutabile in nessuna delle sue caratteristiche. Con un linguaggio spesso profetico, illuminate e spiazzante in termini di acutezza delle spiegazioni dei fenomeni a noi circostanti, egli opera un disvelazione assoluta dei mali del nostro tempo, ponendoci davanti ad una scelta radicale: perseguire la vita liquida o strutturarci difendendoci da essa. La caduta delle metanarrazioni, la morte della metafisica in sintesi, è parte in causa nelle responsabilità della crisi dell’uomo. Tesi ripresa e condivisa da quella di Lyotard.

«Nella modernità liquida raramente una cosa mantiene la sua forma abbastanza a lungo da ispirare fiducia e da solidificarsi in affidabilità. Camminare è meglio che rimanere seduti, correre è meglio di camminare e fare surf è ancor meglio di correre»

Così Bauman lesse la crisi finanziaria del 2009, accumunando la crisi dei mercati alla crisi di qualunque entità costruita su base liquida che per definizione non detiene le capacità durature di mantenersi stabile, rendendo analogica e correlata la crisi delle coscienze segnata dalla mercificazione delle idee, in un quadro educativo pesantemente minato dall’assolutismo mercatista-informativo che fa sì che:

«L’arte del vivere in un mondo più che saturo di informazioni deve essere ancora acquisita. E ancor di più lo deve la ben più difficile arte di educare gli esseri umani a questa vita»

Intervista a Zygmunt Bauman sul vivere post-modenro 

Il denaro, il potere, il consumo non hanno per Bauman, nessuna capacità di renderci felici e ancor di più: «Etichette, marchi e loghi sono i termini del linguaggio del riconoscimento», svolgono una funzione prettamente riconoscitiva del ruolo e della posizione sociale, all’interno di uno sviluppo relazionale “a basso impegno”, che non prefigura, così, la necessità di sforzi di chissà che vigore. Il consumo può donarci una felicità istantanea ma mai permanente. Sintetizzando allo stremo e basandoci sui pochi discorsi fatti precedentemente, proviamo ad analizzare uno se non il problema centrale dell’opera di Bauman, ossia quello dell’identità all’interno della società liquida. La disintegrazione delle comunità locali, vittime del prevalere di una società incapace di fermarsi, quindi del dominio del tempo sullo spazio, e la rivoluzione dei trasporti hanno contribuito all’inclinazione dello Stato-Nazione, portatore sano dell’identità di un popolo e del suo destino, facendo sì che gli “ancoraggi sociali” legati alle questioni identitarie perdessero presa e gli individui entrassero in una spasmodica ricerca di un “noi” attributivo di senso. A questo punto entrano in scena le cosìddette “Comunità guardaroba” ossia quei momenti aggregativi utilizzati dall’umanità per appendere la propria identità anche se non li riguardano direttamente, ad esempio i grossi eventi sportivi, i matrimoni delle celebrità etc…

Si sviluppa così una nuova gerarchia sociale, fondata sull’istantaneità e sulla precaria libertà di scelta e non esistendo più lo Stato quale garanzia ultima della propria collocazione, uomini e donne vengono ossessionati dallo spettro dell’esclusione. L’identità, per Bauman, dunque, crolla. Ma è in buona compagnia. Sì perchè in una società liquida persino l’amore e la religione vengono assorbiti dalla destrutturazione. Le relazioni amorose divengono di tipo consumistico, il “per sempre” diviene “finchè dura”, la ricerca è sempre quella della felicità istantanea e viene meno qualsiasi idea progettuale che riguardi la coppia. Quello che viene ricercato sono delle gratificazioni immediate spesso di carattere sessuale che tendono a non togliere “tempo”, appunto, allo sviluppo della propria possibilità sociale. Le relazioni vere e proprie vengono sostituite con i “contatti”. Dio, dal canto suo, che è per Bauman inconoscibile in quanto vastità dell’universo, è stato neutralizzato e sostituito dalla scienza e dalla tecnologia, anch’essi prodotti speculari alla mercificazione che ci consentono di sfuggire dalla narrazione teologica della storia del mondo che ci porrebbe davanti a nuove responsabilità.

L’identità al tempo di Facebook

La liquefazione delle classi sociali, inoltre, ha fatto sì che queste crollassero, venendo sostituite dai più modellabili “ceti”, ove le identità vengono sviluppate mediante percorsi di carriera e non più dal ruolo produttivo svolto all’interno dell’organicità dello Stato. L’Homo Consumens è immerso in una vastità di paure, orrori e rischi dovuti alla definitiva venuta meno delle organizzazioni sociali. Situazione di incertezza che lo pone dinanzi ad un vuoto abissale dal quale può pensare di salvarsi solo aggrapandosi alla struttura etica e alla rifondazione di un aggregato comunitario in grado di rispondere ai bisogni tipici dell’essere umano. Questo un brevissimo sunto di qualche punto cruciale della riflessione del nostro. Un insieme di immagini abbastanza desolanti che ci schiaffa dinanzi la nostra “miserevole condizione”, per dirla come Montaigne. Eppure, come in fondo ad ogni tunnel, ci sono dei bagliori di luce. La dimensione comunitaria sembra essere la risposta alla crisi dell’uomo contemporaneo. 

«Dobbiamo tentare l’impossibile», dice Bauman, «lascio ai lettori di decidere se la coercizione nella ricerca della felicità praticata dalla società consumista liquido-moderna, renda felice chi vi è costretto»

Ci teniamo a chiudere con la citazione, che dal canto nostro, è la più capace a trasmettere speranza sul futuro prossimo, avendo fiducia nel fatto che quanto scritto sino ad ora via abbia lasciato, in bocca, una buona dose di amarezza contrapposta ad altrettanta voglia di riscatto, perché è vero che il sociologo non fornisca ricette salvifiche e si limiti a sottolineare con brutale realismo la situazione attuale, ma sta a noi, attraverso piccoli passi quotidiani, far si che il futuro della nostra società prenda una strada migliore, ed è per questo che Bauman ci ricorda senza troppi fronzoli, che comunque vada e comunque la si legga:

«La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida».

Società e felicità secondo il sociologo polacco