Yukio Mishima si spense il 25 novembre del 1970 in modo spettacolare. L’esito non fu quello sperato. La disonestà intellettuale dei posteri lo liquidò dandogli dell’estermista nazionalista, del fanatico esaltato, ed il pensiero prettamente politico dell’autore giapponese rimase silenziato in favore di una più tollerabile estetica letteraria espressa nei suoi romanzi. La stessa figlia dello scrittore, in una conferenza tenuta a Roma, all’Istituto di cultura Giapponese, afferma che il Mishima “politico” non è altro che la sublimazione di quello “letterario”.

Eppure a noi, questi due aspetti, sembrano le facce di una stessa medaglia che vivono in un rapporto dialettico, e l’una non può esistere senza l’altra.

Nel Padiglione d’oro, romanzo pubblicato dallo scrittore nel 1954, vediamo riassumersi nelle descrizioni degli ambienti, del santuario, delle stagioni, della sfera emotiva del personaggio principale, tutta la concezione della bellezza di Mishima, vista e vissuta come un sentimento indefinito, intoccabile, eterno ed eccessivo, ossessionante, equiparabile, e finalmente sovrapponibile, alla morte. La bellezza tragica e sublime nella sua poetica viene a galla con un simbolismo che pervade tutta l’opera.

Dall’altro lato invece, in lezioni spirituale per giovani samurai, o nella sua filosofia del pensiero e dell’azione, nelle lettere con Kawabada, altro eccezionale scrittore, primo giapponese a vincere il nobel per la letteratura nel 1968, vediamo delinearsi un assioma politico imprescindibile, un pensiero pervaso da quel gusto estetico tipico del Mishima “letterario” che però si politicizza, romanticamente e tragicamente, con l’individuazione precisa di un nemico, il moderno, e inseguendo con aforismi incalzanti la bellezza e la perfezione, l’eternità che fa da ombra a questi due concetti. Nel biglietto d’addio lasciato prima di compiere il suicidio, troviamo tutta la sua volontà di eternizzarsi e di rendersi più prossimo che mai alla bellezza/morte, la bella morte: “La vita umana è breve, ma io voglio vivere per sempre”. Politica ed estetica in Mishima si confondono.

Il pensiero di Yukio Mishima si struttura nell’immediato dopo guerra, quando la vittoria degli Stati Uniti sul Giappone lascia amareggiato lui e molti altri suoi compatrioti. La sconfitta per i giapponesi non era stata presa in considerazione. Il militare Hiroo Onoda si rifiutò di credere che la guerra fosse finita e rimase a combattere con il suo plotone nelle isole filippine sino a trent’anni dopo l’armistizio. Lo stesso imperatore ordinò la resa, ma Onoda non poteva sopportare un simile disonore, e come lui anche Teruo Nakamura, che continuò a combattere sino al 1974. Questo era il clima che si respirava in Giappone, e questi erano gli uomini che il Paese del Sol levante partoriva.
Di fatto in Mishima cominciò ad emergere una critica spietata del Giappone moderno, quando l’influenza degli Stati Uniti nella politica interna e la sudditanza nei confronti delle Nazioni Unite, minarono le fondamenta tradizionali della cultura Giapponese, tra cui la sacralità della figura dell’Imperatore, che divenne “uomo tra gli uomini”, e la trasformazione delle usanze e dei costumi, dal Kimono al jeans. Anno dopo anno il Giappone perdeva la sua autonomia e la nuova Costituzione del 1947, redatta dal generale Mc Arthur, nonché il trattato di San Francisco, cambiarono decisamente l’identità culturale del Paese, obbligandolo alla rinunzia della guerra che rappresentava, per i samurai, l’unico modo di morire  di una bella morte, rendendo onore a sé e agli antenati. Il nuovo Governo colluso con gli States arrivò sino al punto di decretare il divieto di insegnamento scolastico di geografia, storia e morale giapponese. 

Mentre il Pease del Sol levante si amalgamava agli standard del libero mercato democratico Occidentale, Mishima creò nel 1968 un suo esercito personale, “la società degli scudi” – gesto fanatico quanto pieno di idealità e di speranza – e decise di svincolarsi dall’americanismo, per rifondare l’etica giapponese e recuperare il sentimento nazionale. Il suo progetto si concluse, come da tradizione, in perfetta coerenza con la sua estetica letteraria, nel suicidio rituale, il seppuku, la morte più bella ed onorevole, dopo aver tentato di svegliare gli animi dei soldati regolari nella caserma del generale Mashita. Il proclama non ebbe quel successo in cui probabilmente Mishima neanche sperava. Il suicidio era premeditato, doveva rappresentare simbolicamente non solo la morte di un uomo, ma dell’ultimo esponente della cultura nipponica.

«Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E’ bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E’ il Giappone! E’ il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo.»

Questo suo gesto, passionale e ardito, avvolto in una cultura a noi incomprensibile, è senza dubbio quel nesso, esageratamente disperato e drammatico, pervaso di una forte sensibilità per la bellezza, che lega il Mishima “politico” a quello “letterario”.

Oggi che il Giappone fa parte a tutti gli effetti del sistema occidentale, sul piano politico, economico e culturale, di quello antico non ne resta più nulla, ed il gesto del giovane patriota rimane tutt’ora incompreso e male interpretato. In lui non si è più visto oltre l’esaltazione nazionalista, divenuta una colpa, non si è visto al di là delle sue idee conservatrici, che fecero di lui un misogino reazionario. Tuttavia, per quanto il suo “suicidio eroico” avrebbe detto Durkheim, fosse la manifestazione del suo ego, della sua concezione estetica che non poteva desiderare modo più sublime per abbandonarsi alla morte, il seppuku è perfettamente inquadrato in tutto il processo storico, civile e antropologico giapponese, in tutto l’assioma della sua tradizione, che ha sempre visto in quel rituale l’unico modo per recuperare l’onore perduto. Il seppuku e l’harakiri, non equivalgono in nessun modo al suicidio da noi concepito in Occidente, per noi è una sconfitta, un sintomo di debolezza e volubilità: è un crimine. In Giappone l’harakiri era l’ultima vittoria, il solo modo di salvare la propria integrità in caso di insuccesso, era la vivificazione incessante di un Giappone protettore di valori più alti e nobili della vita, rispettabili a costo della vita stessa che rimane, senza di essi, vuota ed incompiuta.

Mishima si può dire infine l’ultimo vero rappresentante della cultura giapponese, nella sua manifestazione più esasperata, esaltata e fanatica, sublime e affascinante, tragica e romantica.

Bibliografia:

– Lezioni spirituali per giovani samurai, Feltrinelli

Il Padiglione d’oro, Feltrinelli