di Andrea Muratore

L’Avventura, quella con la A maiuscola che ha affascinato i sognatori e i visionari di ogni epoca, sembrerebbe qualcosa di avulso, di lontano dalle logiche moderne generate dal XX secolo in cui la volontà dell’uomo di razionalizzare completamente la sua esistenza e di credere nel cieco potere della tecnica ha portato, oltre che all’avvicinamento del genere umano all’autodistruzione, a una vera e propria vertigine di valori. Quanti uomini possono affermare di sentire fermamente la volontà di una forte integrazione con la Natura? Quanti anelano a gettare uno sguardo negli abissi dell’infinito, metaforicamente o realmente? C’è chi, nel secolo scorso, questo ancestrale obiettivo è riuscito a raggiungerlo e dalle sue testimonianze trapela la gioia per la consapevolezza di aver vissuto una vita indirizzata in modo corretto.

Walter Bonatti nasce sul K2 nel 1954 ancora prima che a Bergamo nel 1930. Il fardello di esperienze personali negative che porta con sé dalla spedizione che per prima violò una delle vette più inaccessibili del mondo lo condiziona, chiamandolo alla ricerca di imprese solitarie che hanno permesso la formazione dell’aura di leggenda che avvolge questo personaggio. Alpinista, esploratore, giornalista, narratore, fotografo. Quante vite in un solo uomo. Una personalità forte ma anche tendenzialmente inquieta lo ha portato a girare il mondo in tempi in cui farlo era un privilegio. Patagonia, Zaire, Antartide, Indonesia, Venezuela, Nuova Guinea, Alaska. A suo modo ognuno di questi luoghi remoti rappresenta un mondo a sé, una terra selvaggia in cui l’uomo può resistere solo cercando un contatto panico e totale con la Natura, che sa essere madre affettuosa quanto matrigna. Bonatti parte da Bergamo e conquista il mondo, immortalando con le sue foto in cui panorami sconfinati aprono l’immaginazione di chi osserva la realizzazione più estrema del desiderio umano di sete di conoscenza Bonatti manifesta lo stesso ardore che animava i navigatori oceanici del XVI secolo, i mercanti russi che percorrevano la via di Buchara, i pionieri del Klondike.

Una cosa è immaginare questa Natura, un altro è viverla. Le parole di Bonatti sono una frecciata significativa ai moderni giramondo di Google Maps, ai chiusi di mente di tutto il mondo, a chi d’altro lato è tanto aperto mentalmente da perdersi in arzigogolati ragionamenti mai tradotti in pratica. In lui si coniugano razionalità e dinamismo, istinto e ponderatezza. Le vivide descrizioni dei luoghi da lui toccati sembrano portarci al cospetto dei ghiacciai della Patagonia o delle enormi cascate Vittoria, facendo nascere il rancore e l’invidia per la possibilità non concessaci di essere lì, ma spronandoci a maggior ragione a non essere mai appagati delle conoscenze, a andare sempre più in là.  In tutto ciò, l’uomo che solo si immerge nel mondo apparentemente ostile riesce a coglierne meglio le corrispondenze; abbracciare l’ignoto significa vivere nei grandi spazi, dei grandi spazi. E l’ossessione di Bonatti è il documentare la grandezza del mondo per dimostrarla a chi ha gli occhi velati. Nei suoi scatti ritorna il tema dell’apertura, un soggetto sempre attuale quanto misconosciuto in un’Italia che se da un lato ha concesso al mondo alcune delle menti più poliedriche della Storia, d’altro canto è il paese del Campanile, del pregiudizio e del sentito dire.

Bonatti è Battiato, Bonatti è Mennea, Bonatti è Imposimato. Si colloca tra quei personaggi che danno lustro all’Italia proprio elevandosi oltre l’italiano medio e il suo mondo limitato, figlio di una sostanziale ignoranza non autoimposta ma che non è comunque contrastata. Un’apertura mentale totale e incondizionata sono la caratteristica che accomuna personaggi come quelli citati, che permettono di sopperire alla vertigine di valori offrendo punti di riferimento sicuri per coerenza e stabilità. Non pretendono di ergersi a nuovi vati, e ciò lustra ancora di più il loro onore, dando una prova inequivocabile della loro rettezza morale.