Scrittore, poeta, giornalista, drammaturgo e traduttore; Stefan Zweig, appartenente ad un’agiata famiglia ebrea, nacque a Vienna nel 1881 e morì suicida a Petrópolis, in Brasile, nel 1942. Famoso soprattutto per le sue novelle e le innovative biografie, Zweig è stato il primo scrittore ad inserire la psicanalisi nella narrativa. Negli anni Venti e Trenta fu uno dei massimi successi letterari, tra gli scrittori più letti e tradotti al mondo. Giorgio Kurschinski ci rivela che in Francia è oggi “uno dei due o tre scrittori di lingua tedesca mai dimenticati”, tanto da aver meritato nel 2003 un busto commissionato dalla presidenza del senato, collocato accanto a quelli di Verlaine e Stendhal nei giardini del Luxembourg. Dalle sue opere sono stati recentemente tratti i film Una promessa (2014), Grand Budapest Hotel (nomiantion agli Oscar 2015) e Stefan Zweig: Farrel to Europe, in corsa per gli Awards del 2016. Zweig è considerato un epigono della Jungwien ed è noto soprattutto per il romanzo autobiografico Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, libro apprezzato in Italia da scrittori e giornalisti come Piero Buscaroli, Giano Accame e Massimo Fini. Quest’opera sterminata – almeno per i contenuti – è, allo stesso tempo un romanzo storico, una biografia, una raccolta di ritratti, un romanzo generazionale, un libro sulla giovinezza, il racconto di un ebreo errante, la testimonianza dell’uomo di fronte alla Tecnica e alla modernità. Perché Zweig è come Jünger: scrive romanzi come fossero saggi e saggi come fossero romanzi. Ma Il mondo di ieri segna soprattutto il passaggio dalla pacifica Belle Époque al trauma della Grande guerra, che porterà alla nascita dei totalitarismi.

La sua infanzia fu agiata, cosa che gli permise di respirare appieno il clima artistico e letterario che si viveva allora nella capitale austriaca. Ma nonostante il dilagare della cultura nella città, la scuola fu da lui percepita come “una fredda macchina per apprendere, non regolata mai sull’individuo […] il carcere della nostra gioventù”. Costretto ogni giorno a varcare “l’odiata soglia”, il giovane Stefan trascorreva le ore di lezione leggendo poesie di Rilke o versi di Nietzsche (allora avanguardie culturali) di nascosto sotto il banco, mentre il professore recitava poesie arcinote. Tra la sua generazione e quella dei padri vi era un abisso. Tutto ciò che era nuovo era visto con estrema diffidenza. E il “largo ai giovani!” era ancora di là da venire.

“Accadde così quel che oggi sembra quasi inconcepibile, che la gioventù era ostacolo di ogni cammino, la vecchiezza un vantaggio”.

Quella appena descritta è invece, almeno per i giovani italiani, una condizione oggi assai nota. Per questo i classici non tramontano mai e vanno sempre riletti. Il mondo dei padri era lontano anni luce dal mondo nuovo in cui i figli si trovarono scaraventati come palle di cannone dalla Storia:

”Come erano lillipuziane le nostre preoccupazioni, che bonaccia regnava in quel tempo! Ha avuto fortuna la generazione dei miei genitori […] Essi infatti hanno vissuto al di là di ogni vera amarezza, delle perfidie e delle forze del destino, sono passati quasi dormendo accanto a quelle crisi e a quei problemi che torturano, ma insieme grandiosamente allargano il cuore. Hanno ignorato, adagiati nella sicurezza, nell’agiatezza […] che ogni giorno che albeggia alla finestra può sconvolgere la nostra vita”.

Cosa poteva saperne una generazione vissuta all’ombra della vita, sorda alle profezie di Zarathustra, delle scintille con cui la nuova epoca illuminava il mondo davanti ai loro occhi stanchi? Mentre per Zweig e i suoi compagni “ogni ora […] fu legata alla sorte del mondo”. Ogni novità nel campo delle arti, della letteratura e della musica passava tra le loro mani, che nulla si lasciavano sfuggire:

“D’un tratto l’antico ordine fu turbato [..] Noi giovani ci gettavamo con entusiasmo nelle onde, là dove si infrangevano più impetuose”.

Nuovi nomi e nuove idee si affacciano sul mondo: filosofi, politici e poeti si esprimono urlando. “Il nuovo secolo voleva un nuovo ordine, un clima nuovo”. È il tumulto dell’epoca: il Novecento ha avuto inizio.

A soli diciannove anni comincia a scrivere per il “Feuilleton” della Neue Free Presse diretta da Theodor Herzl, il grande teorico sionista autore de Lo stato ebraico. Traduce in tedesco romanzi e poesie straniere, si iscrive a filosofia all’Università di Vienna, poi viaggia a Berlino dove continua i suoi studi, venendo a contatto con “il servilismo volontario della Germania” che prenderà forma vent’anni più tardi. Viaggia ancora per “far scorta di impressioni e di esperienze, quante ne poteva accogliere il cuore”. A Parigi fa conoscenza con Paul Valéry, suo “venerato amico”, mentre a Londra conosce W.B. Yeates e Arthur Symons. Scrive opere teatrali di immediato successo, soprattutto in Germania, ma è noto anche a sud delle Alpi. In Italia, Benito Mussolini è uno dei suoi primi e attenti lettori. E fu forse per questo che appoggiò la richiesta di Zweig quando questi – mosso dal dolore della moglie del condannato – inviò una lettera al “Duce” affinché all’uomo che portò in spalla la bara di Matteotti fosse alleviata la pena, tramutatasi poi in grazia. Luigi Pirandello, ammaliato dalla prosa di Zweig, chiederà proprio a lui di tradurre in tedesco la sua nuova opera teatrale “Non si sa come”, prima ancora che esca in patria. Poi, in seguito alla morte di tre grandi attori (Matkowsky, Kainz e Moissi) che vollero via via portare in scena le sue opere, convinto che una sorta di maledizione o scarogna penda su di lui, rinuncia per anni a scrivere altri testi per il teatro. Ma i suoi romanzi hanno successo pressoché immediato e vendono milioni di copie. Conosce intellettuali e scrittori come Sigmund Freud, Arthur von Hofmansthal, Romain Rolland, Rainer Maria Rilke, Émile Verahaeven, Herman Hesse, James Joyce, Thomas Mann, Richard Strauss e Benedetto Croce. Colleziona autografi e manoscritti originali di opere in prosa e in musica: Mozart, Bach, Beethoven, Goethe, Balzac…Poi, arrivato in America, contempla New York ammirando “il fantastico firmamento della città, che la notte sfida con miliardi di stelle artificiali gli autentici astri del cielo”. È l’uomo nuovo che sfida la natura: l’era della Tecnica è cominciata. Poi il tumulto:

”Ed ecco che il 28 giugno 1914 echeggiò la rivoltella di Sarajevo, la quale in un attimo solo mandò in frantumi, quasi fosse un vaso di coccio, il mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui noi avevamo avuto educazione e dimora”.

L’attentato di Sarajevo lascia il mondo intero col fiato sospeso… E così dal “mondo di ieri” si passa al mondo senza sonno (titolo di una sua raccolta di racconti): “Più breve ora è il sonno del mondo, più lunghe le notti e più lunghi i giorni”. Così recita l’introduzione al racconto che dà il titolo all’opera. La Prima guerra mondiale fu una ferita troppo profonda affinché si potesse rimarginare. Seppure non vi abbia preso parte, per Zweig pare essere una vera e propria ossessione: ve ne è traccia in diverse opere. È il sottofondo tragico del breve e significativo racconto Mendel dei libri, o del romanzo amoroso L’impazienza del cuore, oltre che ai già citati Il mondo di ieri e Il mondo senza sonno. Mentre è la Seconda guerra mondiale il vero trauma che muove le fila della Novella degli scacchi, metafora della barbarie nazista. Maestro del genere biografico, i suoi ritratti non si contano: Balzac, Dickens, Hölderlin, Dostoevskij, Tolstoj, Nietzsche, Fouché, Montaigne, Maria Stuarda, Magellano, Maria Antonietta… tutte opere di successo stampate ancora oggi. E per un uomo che mise nero su bianco le fissazioni, le passioni, le paure e i traumi che hanno segnato la propria vita, non stupisce certo saperlo amico personale di Freud, a cui un giorno presentò Salvador Dalì. E la psicanalisi è infatti il tema portante di molte altre opere narrative. È il caso di Sovvertimento dei sensi, di Bruciante segreto, di Amok, o del racconto intitolato, non a caso, Paura. E, in maniera minore, tracce degli studi freudiani si trovano in Ventiquattr’ore nella vita di una donna o in Tramonto di un cuore. Da non dimenticare sono invece le “quattordici miniature storiche” contenute in Momenti fatali, opera in cui l’autore ritrae alcuni dei momenti più cruciali per la storia del mondo, dall’antichità alla trattato di Versailles.

Zweig è stato sì un giovane uomo pieno di vitalità e inquietudine, ma il militarismo non gli appartiene: aborrisce tutto ciò che è dogmatico e politico, tutto ciò che divide gl’uomini. Egli fu un cosmopolita, un pacifista che considerò “un anacronismo delittuoso essere addestrato nel ventesimo secolo all’uso di armi omicide”. L’unica sua guerra fu quella “contro il tradimento della ragione”. La Prima guerra mondiale pose fine alla primato dell’Europa sul mondo. Ma a essa seguirono nuovi tumulti: Lenin in Russia, Mussolini in Italia, Hitler in Germania. È il mondo dei totalitarismi.

Con Hitler al potere, l’autore ebreo così tanto letto in Germania, vide bruciare i suoi libri e il popolo ridere davanti alla locandina dell’omonimo film tratto dal suo racconto Bruciante segreto. I nazisti, da sempre privi di umorismo, ritennero la cosa un atto di lesa maestà nei confronti del Führer. Vietarono il film, sequestrando locandine e bobine. Poi, nel ’36, i suoi libri “roventi” furono vietati in Germania. Ma il nazismo arriverà anche in Austria, deturpando per sempre il volto di Vienna, mettendo fine a quella “supernazionalità spirituale” che tanto aveva caratterizzato la capitale europea: “In nessun altro posto del mondo era più facile essere un europeo”, ricorda Zweig. Davanti alla barbarie nazista e alla seconda grande guerra dovette fuggire nuovamente, dire addio alla sua casa, alla sua patria, ai suoi amici. Poi, smarrito il passaporto, divenne apolide. E fu straniero ovunque.

“Come austriaco, come ebreo, come scrittore, quale umanista e pacifista, mi sono volta a volta trovato là dove le scosse erano più violente. Esse per tre volte hanno distrutto la mia casa e trasformato la mia esistenza, staccandomi da ogni passato e scagliandomi con la loro drammatica veemenza nel vuoto, in quel ‘dove andrò?’ a me già ben noto. […] Spesso mi accade, se dico distrattamente ‘la mia vita’, e di domandarmi poi: ‘Quale vita?’ […] Poi mi sorprendo a dire: ‘La mia casa’, e non so a quale delle mie case di un tempo alludo […] Oppure dico: ‘Da noi’, e mi accorgo spaventato che non faccio più parte della gente della mia patria”.

Il “mondo di ieri” è l’unico mondo a cui sentì di poter appartenere. Perché era un mondo estinto, tutto ideale: il mondo della Belle Époque in cui Vienna brillava ancora per la sua tolleranza e il suo spirito cosmopolita, che ne fecero per un secolo intero la capitale della cultura europea. Quel mondo ordinato e senza fretta, fu per Zweig “l’età dell’oro della sicurezza…l’età della ragione”. Ma “oggi, dopo che la bufera lo ha frantumato, sappiamo che quel mondo della sicurezza è stato un castello di sogni”. Di fronte al nuovo trauma bellico, “un miracolo” gli parrà ormai vedere “un essere umano capace di bontà”. Troppa differenza tra il mondo di allora e quello in cui era nato. Un trauma troppo grande da sopportare.

Se molti tedeschi, davanti alla capitolazione di Berlino, si uccisero per non saper immaginare di vivere in un mondo senza nazional-socialismo, Zweig scelse il suicidio perché non poteva immaginare di vivere in un mondo senza Europa. È uno di quei suicidi storici, come quello di Drieu La Rochelle o di Yukio Mishima, immolatisi per motivi differenti, ma tutti suicidi letterari. Per Zweig la cultura doveva fungere da ponte tra gli uomini, avrebbe potuto unirli, anziché farli scontrare su un campo di battaglia. Ed egli scelse proprio un’opera letteraria come testamento, come ponte tra la vita terrena e l’aldilà. Il mondo di ieri, uscì infatti nel 1942, anno del suicidio del suo autore. Nella prefazione alla sua grande opera si presentò con una sorta di epitaffio, un addio più che una presentazione:

“Sono nato nel 1881 in un grande e possente impero, nella monarchia degli Asburgo, ma non si vada a cercarla sulla carta geografica: essa è sparita senza traccia. Sono cresciuto a Vienna, metropoli supernazionale bimillenaria, e l’ho dovuta lasciare come un delinquente prima che venisse degradata a città provinciale tedesca. La mia opera letteraria nella lingua in cui fu scritta è ridotta in cenere, e proprio nel paese dove i miei libri si erano resi amici di milioni di lettori. Io ora non appartengo ad alcun luogo, sono dovunque uno straniero e tutt’al più un ospite; anche la vera patria che il mio cuore si era eletto, l’Europa, è perduta per me da quando per la seconda volta, con furia suicida, si dilania in una guerra fratricida. Contro lo mia volontà ho dovuto assistere alla più spaventosa sconfitta della ragione e al più selvaggio trionfo della brutalità. Mai una generazione – non lo affermo certo con orgoglio bensì con vergogna – ha subito un siffatto regresso morale da così nobile altezza spirituale”.

Romantico, delicato, col viso rivolto ad un passato che non può ripetersi e col cuore pieno di nostalgia, Stefan trovò rifugio in Brasile: ultima tappa. Stanco di scappare e di essere straniero ovunque, davanti al suicidio d’Europa, decise di porre fine alla sua esistenza tramite un’overdose di Veronal, insieme alla seconda moglie. Il 22 febbraio 1942, giorno precedente il suicidio, scrisse in una lettera ad Alfred Altmann quanto segue: “Abbiamo deciso, uniti nell’amore, di non lasciarci mai”. C’è però chi non crede a questa versione, pensando che si tratti di omicidio. Ma affianco ai corpi sdraiati sul letto si trovò un biglietto: “Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo”. L’ultimo saluto di un uomo di ieri. Sdraiato sul letto, insieme alla donna amata, tramonta un cuore d’Europa, avvelenato dalla guerra.