– D: Parliamo di altri registi. Orson Welles cosa pensa del nuovo cinema americano?
– R: Non ho visto niente della generazione più recente a parte qualche esempio d’avanguardia. Tra quelli che potrei definire la giovane generazione, Kubrick mi appare come un gigante…
Non ho visto Lolita, ma credo che Kubrick sia in grado di fare qualsiasi cosa. E’ un grande regista che non ha ancora fatto dei grandi film.
(
Viaggio nella terra di Don Chisciotte, Conversazioni con Orson Welles, 1964)

Stanley Kubrick (New York26 luglio 1928 – St Albans7 marzo 1999) è considerato uno dei più grandi registi della Storia del Cinema.
Quando chiedevano a Michelangelo Antonioni perché si fosse dato proprio alla Settima Arte, lui rispondeva che fare un film era un po’ come vivere una seconda volta. Ecco, per Stanley Kubrick valeva esattamente l’opposto: dirigere una scena non aveva alcun senso a meno che il gioco non valesse la candela. (Nel suo caso la candela è valsa eccome, almeno in metà dei 13 lungometraggi). In Barry Lyndon grande racconto del ‘700 sulle avventure di uno spregiudicato arrampicatore sociale, le candele vengono addirittura utilizzate per simulare la luce naturale dell’epoca. Una scelta efficace, resa possibile dall’evoluzione nella fabbricazione di pellicole. E cosa dire del Overlook Hotel, vasto e intricato set di Shining?Un albergo complicato quanto la mente umana del protagonista, Jack Torrence, personificato magnificamente dal tre volte premio Oscar Jack Nicholson. Il labirinto, con il suo Minotauro al centro e la deriva inevitabile tra stanze, corridoi, fantasmi e fotografie sospese nel tempo, crea un grandioso smarrimento che inciderà – coma l’ascia di Jack sulla porta di legno – sul cinema horror delle generazioni successive.
In fondo si dice che lo stesso Kubrick fosse, nel privato, un uomo tanto geniale quanto incapace di trovare un filo di spago nella sua enorme casa. Aveva il privilegio di potersi perdere, girando film che sono rimasti per sempre.
L’insensatezza e, insieme, l’attacco all’uomo e alle sue guerre la si può ritrovare nei due film anti-militaristi per eccellenza: Orizzonti di gloria e Full Metal Jacket. E non c’è poi molto su cui aggrapparsi se non allo sguardo del regista dietro la cinepresa o nelle ultime scene, in quello freddo della cecchina vietcong che spara senza sapere il perché. Del resto, al cineasta americano non è mai fregato molto rintracciare il significato che potrebbe stare dietro ad un ciak: non servivano le parole – come egli disse “una camicia di forza terribile”.
Molto più importante il significante, la musica, l’emozione che penetra e che cattura lo sguardo dello spettatore. E non a caso all’inizio fu solo fotografia; Kubrick nel giro dello star system hollywodiano vi arriverà relativamente tardi, con Paura e desiderio e soprattutto con il rivoluzionario e wellsiano Rapina a mano armata del 1956, sebbene la passione di tuffare l’occhio dietro un obiettivo fosse cominciata molto prima. E’ una passione che nacque a tredici anni, quando il padre gli regalò una macchina fotografica. Un percorso cinefilo che non verrà più abbandonato. Stanley inizia a ritrarre il mondo nuovo, quello dell’immediato dopoguerra, lavorando per la rivista Look.

Apparentemente i primi film del maestro (i più fruibili) possono ancora essere inquadrati nella logica dei “generi”. In essi è difficile svelare l’ambiguità che invece contaminerà il periodo della maturità. Nonostante tutto Spartacus (1960) tra i kolossal di argomento storico, tanto di moda in quegli anni e tra i meglio riusciti, aggiungerà un tassello fondamentale che aprirà al regista le porte del grande pubblico. La prima produzione avventata e proprio per questo del tutto kubrikana, sarà l’ossessiva versione di Lolita di Nabokov. Un omaggio molto personale al capolavoro dello scrittore russo e che permette a Kubrick di soffermarsi sullo sguardo nichilistico dell’umanità, con quella caratterizzazione simbolica che sarà una costante di tutti i film del periodo d’oro.  Il culmine di questo percorso é 2001 Odissea nello spazio. Siamo nel 1968, anno spartiacque tra la vecchia e la nuova generazione di Hollywood e del cinema d’autore. 2001 è uno dei più bei film di fantascienza (ammesso che in questa tipologia possa essere incasellato). Basato su un soggetto di Arthur Clarke l’opera si lascia guardare in modo lento, ottenendo ciò che il suo autore vuole dallo sguardo di chi osserva, o meglio, di chi sbircia: un’ineluttabile curiosità dovuta ad una sapiente costruzione di simboli e di enigmi che costellano questa danza di navi spaziali e astri lungo l’abisso che separa la vita dall’inconoscibile. Proprio quell’inconoscibile che si materializza ogni tanto nel monolite nero, ingegnosa metafora e sottile linea di confine tra le certezze granitiche dell’ineluttabile e le presenze non-protagoniste nel film (e quindi ingombranti) di scimmie, uomini e intelligenze artificiali in ribellione. Una grande Odissea per l’appunto che fornisce una visione anche di ciò che (non) sarà: la rinascita dopo la vita. Un affresco lungo tre ore con, alla fine, una qualche speranza. O forse solo il ritratto impietoso dello sviluppo e dell’evoluzione.

La rivoluzione viene compiuta definitivamente con Arancia Meccanica. E’ il 1971. Sebbene via sia una maggiore adesione alla trama, la vena dissacrante è ampiamente espressa. Kubrick, le cui propensioni alla grande parabola scientifico-filosofica si ricongiungono bene con i film precedenti , questa volta prende spunto dal romanzo di Anthony Burgess. Ne viene fuori un ritorno al futuro, all’Odissea nello spazio, all’autodistruzione moderna dell’essere umano che crea per flagellarsi. Ma Arancia Meccanica ritrae soprattutto un mondo vagamente grottesco perché al centro dell’Universo stavolta non vi è Hal 9000 o il monolite, ma bensì un giovane delinquente che adora l’uso della violenza – esperienza da degustare come le droghe o con il latte. Alex va in galera e lì viene poi rieducato dalla Scienza in modo da provare disgusto per l’amata “ultra-violenza”. Alex dal punto di vista del sistema è recuperato.
Il film è suddiviso in tre blocchi concentrici che ricordano il procedimento con il quale l’uomo della caverna di Platone riesce a raggiungere e a trovare una cura fuori dalla caverna stessa, vedendo per la prima volta il sole. La cura in realtà non è altro che un meccanismo illusorio di repressione.
La terza parte è quella in cui Alex, dopo la metamorfosi, osserva ritorcersi contro di sé tutto quello che egli stesso aveva fatto subire al mondo prima della così detta “cura”. Questa circolarità narrativa è sapientissima e permette al regista una dialettica continua tra il dritto e il rovescio, nella quale Alex è, a seconda delle prospettive, il giocatore vincente o la vittima sacrificale.

Kubrick in questo modo porta uno splendido attacco alla società del tempo, servendosi di un futuro non troppo lontano per descrivere la violenza della (e nella) Modernità. Il finale lascia pochi dubbi. Un finale che si contraddistingue per il marcato pessimismo e una certa sfiducia di fondo. Kubrick infatti non crede ad un’idea diversa di violenza. Nel caso di Arancia Meccanica non vi è un finale positivo, affabile: non è come in 2001 nel quale il protagonista moriva liberandosi per poi rinascere come super-uomo del cosmo; non vi è il conflitto armato tra violenza e progresso che si staglia dalla scimmia all’uomo e dall’uomo alla macchina. In Arancia Meccanica Kubrick ci dice che l’individuo non è recuperabile, che la sua non è la rivoluzione tanto agognata dai proletari di tutto il mondo (siamo negli anni “70). Esistono dei reietti che una società priva di morale, di sogni e di utopie deve recuperare. E per farlo utilizza la grande illusione del progresso. Un modo se vogliamo riformista, apparentemente innocuo, ma sterile e inadeguato di curare l’istinto. Un tema attualissimo perché applicabile ad una vasta gamma di situazioni che gli uomini affrontano ogni giorno. Vanamente, ci dice Kubrick. Perché ognuno di noi coltiva la sua parte di Alex, del Marine Joker o dello scrittore Jack Torrence dentro di sé.

E la loro parabola – dalla trasgressione alla frustrazione – coincide molto spesso con la nostra.