Qualche mese fa, una testata giornalistica di dubbio valore, all’interno di un articolo dedicato a Kierkegaard e alla sua celeberrima enigmatica rottura con la promessa sposa Regine Olsen, scriveva che “ciò che lui non disse a lei – il perché lui l’abbandonava – divenne il tema fondamentale della moderna filosofia occidentale”. Filosofia per i poveri, becero romanticismo da smercio, attitudine semplificatoria quasi da rotocalco ed estremamente stridente con la complessità del nostro uomo, che la filosofia occidentale l’ha davvero cambiata – e lo ha certamente fatto in e grazie a un modo che esula dalla filosofia stessa, intesa come mera speculazione da scrittoio, e più che mai intriso dell’esistenza nelle sue molteplici forme, quella stessa esistenza che catalizzerà l’attenzione della filosofia continentale di buona parte del Novecento – ma indubbiamente non nei termini di simili pseudointerpretazioni, prodotti di un’età, la nostra, assolutamente inadeguata nel trasmettere la cultura alle masse, secondo modalità che Kierkegaard stesso condannerebbe.

Nato a Copenhagen nel 1813, figlio di un mercante arricchito, Kierkegaard trova nella sfera familiare l’immediata gestazione del dolore che segnerà la sua esistenza e il suo pensiero: il padre, che un giorno aveva maledetto Dio, ricollega questo episodio alla morte della moglie e di cinque dei suoi sette figli. Søren, uno dei due sopravvissuti, cresce quindi in un clima di rimorso e di rigida educazione, covando quella che lui stesso definirà “un’atroce malinconia”, figlia di “un’incrinatura originaria”, che ne abbraccia il vivere fin dalle radici e che ne percorre, e allo stesso tempo ne ispira, l’opera intera. Nel 1840 si fidanza con Regine, di nove anni più giovane di lui, e all’anno seguente risale l’episodio dell’inspiegabile rottura del fidanzamento, da lui voluta e da lei vissuta drammaticamente (anche se in seguito si fidanzerà nuovamente e si sposerà, fatto che Kierkegaard non mancherà di rimarcare). Nel frattempo, Kierkegaard si è formato intellettualemente nella temperie idealistica, venendo a contatto con l’hegelismo che in quegli anni era filtrato in Danimarca. Nel 1841 è Magister in filosofia, e nello stesso anno si sposta a Berlino per seguire le lezioni di Schelling, alle quali muoverà feroci critiche. La cifra filosofica di Kierkegaard è il rifiuto deciso del pensiero astratto in tutte le sue forme, della speculazione oggettiva che trascura l’individuo esistente e il suo interesse, le sue priorità, la sua impossibilità di uscire da se stesso per coagularsi nell’oggettività di un fantastico Io-Io, chimerica figura partorita dall’idealismo tedesco e che non trova aggancio alcuno – nonostante gli sforzi dialettici dei sistematici – alla sfera dell’esperienza. Schelling e le sue lezioni, e insieme a lui, ovviamente, Hegel, morto da dieci anni dopo aver informato il contesto culturale nel quale Kierkegaard si muove, rappresentano, da questo punto di vista, i suoi principali bersagli: ad essi, come è noto, opporrà il cristianesimo come unica salvezza dell’individuo esistente e massima espressione della sua passione verso l’eternità, della sua soggettività e della necessità di compiere scelte – lo stesso cristianesimo, incarnato nel suo culmine nell’Abramo di Timore e Tremore, che l’hegelismo aveva preteso di superare definitivamente.

Tra il 1841 e il 1855, anno della sua morte, Kierkegaard svolge a tempo pieno l’attività di scrittore, mantenendosi col patrimonio del padre, e senza mai lavorare. L’ambiente in cui si muove, e che naturalmente filtra nelle sue opere, è quello dell’alta borghesia danese, dei salotti e del teatro. Molto si è scritto sul Kierkegaard religioso, sui suoi celebri “stadi della vita”, rappresentazioni di modus vivendi inconciliabili fra loro, secondo la dialettica dell’Enten-Eller o Aut-Aut (titolo di una delle sue opere più celebri), della disgiunzione inaggirabile contrapposta alla sintesi onnicomprensiva hegeliana, dell’alternativa perentoria che da essa deriva, della scelta e della responsabilità di essa, della decisione che per Kierkegaard costituisce il compito religioso dell’uomo. Kierkegaard è il padre del concetto di angoscia, il puro sentimento del possibile, che verrà apprezzato e ripreso dal pensiero esistenzialista e para-esistenzialista (Heidegger in primis) del Novecento, in quanto sentimento fondamentale dell’individuo e del suo stato, del suo esserci, della sua condanna – per dirla con Sartre – ad essere libero.

Ma Kierkegaard è stato anche un lucido critico della società dei suoi tempi, e questo è un aspetto del suo pensiero certamente meno noto, dal momento che la sua opera più importante da questo punto di vista, La nostra epoca, è apparsa in Italia soltanto nel 2013. In meno di cento pagine, Kierkegaard liquida la sua epoca come caratterizzata da una ragionevolezza abnorme, priva di passioni, maestra nella speculazione e incapace dell’azione, la quale è continuamente rimandata poiché ad essa ci si approssima ogni volta con arte, con “esercizio chimerico”, e alla fine la si evita sempre: tutti direbbero che stia per succedere qualcosa di importante da un momento all’altro, tutto sembra pronto per essere rivoltato, ma alla fine tutto ciò che accade è nulla, “si lascia sussistere il tutto togliendogli capziosamente senso”. I rapporti sociali inevitabilmente risentono di questa tendenza alla speculazione astratta, alla passività: privati della spinta appassionata dell’interiorità soggettiva, generano una “coesione inerte”, una “reciprocità di vedute tra allievo e maestro sulla buona scuola”. Nessuna differenza in campo, nessuna distanza, soltanto un’onnipervasiva obiettività nei discorsi che è una sintesi scialba di soggettività e oggettività, al punto che non si riesce più a distinguere chi parla; soltanto un’agire “per principio” che è sintomo dell’inettitudine all’agire stesso, tanto che si agisce per principio anche per cucire un bottone sulla giacca; soltanto una chiacchiera – abolizione della disgiunzione tra il tacere e il parlare – rivelatrice dell’inautenticità del vivere, della mancanza di forma, di carattere, di cultura, che si insinua nella società e anticipa l’utilizzo dello stesso termine che farà Heiddeger quasi cento anni dopo.

L’epoca ragionevole oltre ogni misura descritta da Kierkegaard è l’alba della modernità, è l’epoca post-illuminista del sapere a portata di tutti, degli “enciclopedisti ad armamento leggero”, che “dispongono en passant della realtà intera”, già profeticamente criticata da Leopardi. L’epoca dell’inettitudine all’azione si contrappone alla precedente epoca rivoluzionaria, nella quale l’azione – seppure ingenuamente – era fondante, e che Kierkegaard sembra almeno in parte rimpiangere. L’epoca da lui descritta è invece quella della dialettica dell’uguaglianza, che Kierkegaard contrappone, anticipando Nietzsche ed epigoni, all’antichità e alla sua dialettica dell’eminenza, nella quale l’individuo eccellente dominava su tutti, e nella quale persino l’ostracismo era considerabile come un’onorificenza, seppure in negativo. È l’epoca di quel processo “muto, matematico, senza scalpore” che Kierkegaard chiama livellamento e che consiste nel riportare il singolo ad un’entità generale astratta – preferibilmente il “pubblico”, la più astratta delle entità, un “deserto che è tutti è nessuno”, un “gigantesco nulla”, e che ha nella feccia letteraria il suo “cane da riporto” – in modo che non vi sia un capo, un eminente, poiché se vi fosse verrebbe immediatamente livellato.

Kierkegaard ha pubblicato praticamente tutte le sue opere sotto pseudonimi: ha scelto di frammentare il suo io e di farlo riverberare in queste figure nelle quali vi è sempre soltanto una parte di lui, oppure, in un certo senso, nelle quali ha messo tutto se stesso e nulla di sé allo stesso tempo. Nella Postilla conclusiva non scientifica alle Briciole di filosofia, Kierkegaard ammira Lessing per essere riuscito a impedire a chiunque di poter essere suo discepolo, esprimendosi attraverso la comunicazione indiretta, grazie alla quale il soggetto rimane libero di appropriarsi della verità. Kierkegaard stesso ha detto: “Alla mia morte i docenti mi convertiranno in un articolo di lucro; mi faranno oggetto del ‘docere’, forse con l’aggiunta: p. es. la sua particolarità è ‘che non si può docere’”. Scrisse inoltre, sempre nella Postilla, di avere iniziato la sua attività di scrittore col compito di “rendere le cose più difficili a chi vuole rendere tutto più facile”, ovvero, in primis, ai sistematici hegeliani. Eppure un’altra chiave del suo pensiero e della sua esistenza – oltre al compito dichiarato di “diventare cristiano” – Kierkegaard sembra avercela lasciata, avendola riposta nella prima delle sue opere, la sua tesi da Magister, e riproposta praticamente in tutti i suoi scritti seguenti: l’ironia, che Kierkegaard, riferendosi a Socrate (figura fondamentale nel suo pensiero, insieme a Cristo) e alla sua “ignoranza”, presenta come un concetto complesso, legato spesso allo scarto che sussiste tra pensiero ed essere, all’incapacità del pensiero di rendere conto -come voleva Hegel- del reale nella sua interezza. L’ironia rappresenta forse il sentimento fondamentale di un gigante del pensiero di fronte alla realtà e alle sue contraddizioni, all’intricatezza di un tutto che è sempre il mio tutto e mai quello di un sistema, e che allo stesso tempo è un tutto che non spiega se stesso, che non riesce a fondarsi e che rimane nel paradosso, e che in questa incertezza oggettiva riguarda ognuno di noi in quanto se stesso, in quanto soggetto esistente; un tutto non attraversabile senza dolore.

L’ironia assurge in Kierkegaard a forma indecifrabile di un’esistenza intera, dell’e-sistenza che separa il singolo dalla realtà che gli si offre, e che allo stesso tempo fugge sempre più veloce del suo pensiero, il quale avrebbe l’ambizione di comprenderla, e che non può fare altro che vederla dileguarsi. L’ironia è il fondamento pagano della salvezza kierkegaardiana.

 È qualcosa di meraviglioso quel che mi è accaduto. Venni rapito al settimo cielo. Là tutti gli dèi sedevano in assemblea. Per grazia speciale mi fu concesso il favore di esprimere un desiderio: “Vuoi” disse Mercurio “vuoi la giovinezza o la bellezza, o la forza o una vita lunga, o la fanciulla più bella, o un’altra delle tante magnificenze che abbiamo nello scrigno dei nomi? Scegli, ma una cosa sola”. Rimasi un istante perplesso, poi mi rivolsi agli dèi così: “Eccellentissimi contemporanei, io scelgo una cosa sola: d’aver il riso sempre dalla mia parte”. Nessuno degli dèi rispose parola, ma si misero tutti a ridere. Ne conclusi che la mia preghiera era stata esaudita, e m’avvidi che gli dèi sapevano esprimersi con gusto, perché sarebbe stato pur sconveniente rispondermi con tono grave: “Ti è accordato!”.

(Søren Kierkegaard, Diapsalmata in Enten-Eller)