Carlo Pisacane

Il Pisacane,…spiegherà che << Bisognava poter essere socialisti e patrioti insieme, combattendo tanto il comunismo autoritario che l’anarchismo individualista>>, ed ancora: <<Noi Italiani siamo stati, e saremo in avvenire, i maestri di guerra del mondo. Da Romolo e Scipione noi portammo l’arte della guerra alla più grande perfezione (…) Suscitiamo in noi l’antica baldanza.>> Il ricordo di Roma che unisce, fu al Pisacane sempre costantemente presente: <<è giusto, mentre tutti gridano contro la guerra, rammentare che senza la guerra la civiltà non sarebbesi sparsa sul mondo romano.>>. Ai suoi antichi commilitoni diceva: <<Camerati, la guerra che noi combatteremo, sarà guerra del nostro risorgimento, quindi non già dell’epoca della nostra decadenza dobbiamo cercare l’ispirazione, ma bensì da quella della nostra grandezza.>> (v. del Pisacane, I Saggi storici-politici-militari sull’Italia, e Scritti vari). Il socialismo del Pisacane era talmente nazionalista, che egli non reputa di dovere ammettere nell’esercito nazionale i democratici stranieri. Scrive Mori (La Questione romana, 1861-1865, Firenze 1963) che la preoccupazione del Pisacane, come pure del Mazzini, era <<dare vita ad una dottrina sociale che sgorgasse dall’ESSERE nazionale (il maiuscolo è di Pisacane), che desse vita, cioè, all’iniziativa italiana, che svegliasse dal letargo il nostro popolo, la nostra nazione e le desse coscienza della sua missione sociale e nazionale, italiana ed europea. Quindi, comunque venisse accentuata quella componente sociale o socialista, la democrazia nostra volle essere e fu nazionale, italiana, non cosmopolita. I più decisi di questo atteggiamento (…), i più contrari ad una libertà e a una democrazia avuta in dono d’oltremonte, furono proprio Mazzini e Pisacane.>> Coloro che fecero il Risorgimento, i combattenti e l’élite spirituale avevano nettamente chiaro di realizzare un’Italia Unita, repubblicana, nazionale – socialista. L’opzione Savoia fu imposta da sopravvenute circostanze, accettata con riserve dai patrioti (riserve –alla luce di non pochi fatti- giustificate), ma senza mai mettere in discussione l’Unità dello Stato, alla quale dovettero piegarsi –più o meno obtorto collo, sotto l’incalzare dei moti repubblicani dal ’48 in poi, e delle imprese garibaldine- anche il Cavour e lo stesso Savoia i quali, in origine, pensavano ad una Unità territorialmente tronca, perché –per volontà di Napoleone III, gran protettore di Pio IX- non si doveva andare oltre l’Emilia – Romagna. In ciò, i Savoia colsero con più intelligenza dei Borbone l’opportunità offerta loro dalla Storia, trasformando in missione della loro Casa, nel ’48 e le ’59, un casus non preveduto né cercato, se non nel decennio delle prime due guerre. L’animus internazionalista contro l’Italia, vide uniti reazionari cattolici e marxisti (situazione che sarà ben nota a Togliatti, polemico in tal senso verso il movimento Giustizia  e Libertà.) Furono decisamente antitaliani Marx, Blanqui e Proudhon: Gli articoli contro il risorgimento italiano e contro Garibaldi, all’epoca della visita di questi in Inghilterra, da parte di Marx furono numerosi; Blanqui fu nemico di Mazzini, perché in lui <<vedeva più nazionalismo che democrazia>>. Proudhon, anarchico, scrisse contro l’Italia, esaltando il potere temporale, rampognando Napoleone III che aveva favorito l’unità d’Italia.   I clerico – reazionari, borbonizzanti o austriacanti che fossero, nel loro essere antiunitari si muovevano (come oggi si muovono) sulla stessa linea del marxismo (presentemente, i leader della Lega Nord provengono quasi tutti dalla sinistra extraparlamentare, nel mentre neoborbonici ed austriacanti sono equamente suddivisi in quanto a provenienza politica, anche se prevale l’appartenenza ad una pseudo destra estrema: Franco Cardini ha origine politiche a sinistra, come Bettiza. Massimo Introvigne ed il suo CESNUR, con i sodali di Alleanza Cattolica, svolgono tuttora compiti di indagine politica per conto del soglio pontificio cattolico.) Abbiamo parlato del Pisacane, il quale nelle sue opere cita spessissimo gli intellettuali della Repubblica Partenopea, cui faceva riferimento, e dai quali trasse non poche idee sulla sua concezione di socialità. 

Gian Domenico Romagnosi

Anche il Romagnosi, grande esempio di patriota ed Iniziato, aveva in animo <<una metafisica politico-sociale che aveva al tempo stesso carattere nazionale e di socialità e dove, tra le righe di tante sottili ed erudite disquisizioni, chiamava più che allo studio, alla lotta la gioventù italiana>> (così il Berti nei suoi scritti). Il Romagnosi, scrive il Cattaneo (Scritti storici e geografici) scorgeva le origini della sua metafisica della storia nei “collegi braminici dell’India”. Egli intravvedeva la possibilità pratica di una monarchia nazionale rappresentativa, che potesse favorire il risorgimento d’Italia.

Carlo Cattaneo

Per il Cattaneo, a torto considerato “federalista” (nel senso moderno di proto secessionismo), l’anelito unitario e la coscienza dell’ENTE (ontologicamente) ITALIA sono ben fermi. Per lui, <<Nazione è come dire comune nascimento di pensieri: e i pensieri ci nascono nella lingua materna; ond’è che nazione e lingua vanno del pari. E si consideri che a definire se un’associazione d’uomini sia naturale o artificiale, ogni altro criterio, fuor di quello della lingua, sarebbe dubbioso, e per difetto d’accettabile arbitrato lascerebbe durar perpetue le controversie; essendo disputabili i confini veri che separano l’una dall’altra contrada, oscure e favoleggiate le origini e le genealogie dei popoli, sofisticabili gli oracoli della storia. Solo non può negarsi né porsi in dubitazione il fatto, che alcuno sia nato, e parli e pensi in un determinato idioma. Questa, a dir vero, è la nota caratteristica e il plasma dei concetti; questa l’impronta nativa e non cancellabile dell’ingegno; questa la forma in cui ci è dato d’essere alla nostra volta generatori e creatori d’idee; questa, in una parola, la patria dell’anima.>> Nel 1858, descrive “L’Italia alla vigilia della Riscossa”; egli insiste: << La fisionomia dell’Italia è spiccata a contorni gagliardi, e non manco rilevate e spigliate sono le sue membra; nelle quali lo spirito risponde alla forma. Imperocché le divisioni etnogeografiche, se non s’assettano in tutto alle geografiche, non ne svariano però gran fatto; e quel che è più, tanto le une quanto le altre trapassano per gradi da luogo a luogo e da vernacolo a vernacolo con legamenti e articolazioni, le quali, come provano la varietà delle parti, così attestano l’unità del tutto>>.  Quale fosse l’intendimento del Cattaneo circa il proposto federalismo (ben altro da quel che scelleratamente oggi si propone) lo spiega il medesimo Cattaneo. Infatti, nel maggio-giugno del 1848 egli scrive ad un imprecisato: <<Amico, D’accordo a quanto mi ragionate della Sicilia, rispondo sempre con le parole di Torquato Tasso: Italia e Roma. E’ manifesto che la Sicilia, volendo fare da sé, non può aspirare a miglior sorte di Malta e delle Isole Joniche – Vae soli! Quando poi non voglia restar sola, né soggiacere nuovamente a Napoli, deve aggiogarsi all’universa Italia in Roma. L’Italia non potrebbe essere una col pontefice re, perocché si è fatto esperimento che non può essere nostro capitano chi vuole essere sacerdote e padre dei nostri nemici…>>. Nella medesima lettera il Cattaneo si sofferma poi sulle ragioni del federalismo da lui proposto per l’Italia, di organizzarla cioè in Repubblica federale, riaffermando però recisamente la necessità e la vocazione unitaria della Nazione, essendo il federalismo soltanto funzionale ad un ordinario decentramento amministrativo dello Stato, come un tempo le province romane nei confronti del governo imperiale o del Senato repubblicano: << …E’ per tal fatto che le aule dei principi fastidite dai più generosi, rimasero sempre in balìa dei peggiori. Perloché, da Falaride a Nerone, dal teschio di Boezio alla tazza di Alboino, dalla quaresima dei Visconti ai patiboli d’Emma Liona. Alla paura di Tagliacozzo, alla ignavia di Mortara, il principato fra noi fu sempre codardo e crudele. …la Sicilia, che logorò invano sette progenie di principi, come spera ella ancor salvamento dal mutar famiglia, perché s’abbraccia ella ancora all’ossario della costituzione normanna?… Laonde, chi non vuole la repubblica  come termine supremo, l’adotti come necessario transito dal diritto patrimoniale al diritto nazionale… .La cattedra del pontefice, dopo un intervallo di repubblica, potrà forse divenir trono di re. L’Italia sarà giunta all’unità regia per la via della libertà. E un intervallo di libertà è pur necessario per conquistare l’indipendenza; alla quale sotto bandiera di principe mal s’arriva, perché i principi d’Italia, non altrimenti dal pontefice, tremano di rimanersi in faccia al popolo senza patrocinio d’armi straniere. Dunque Italia e Roma>>. 

Pietro Stanislao Mancini

Il 22 gennaio 1851, presso la regia Università di Torino, Pietro Stanislao Mancini –docente di diritto internazionale e marittimo- dichiara che il diritto internazionale dovrebbe essere rifondato sul principio di nazionalità (Pietro Stanislao Mancini, Della nazionalità come fondamento del diritto delle genti). Per il Mancini, la Nazione era costituita dalla cellula elementare delle parentele familiari; a questa primordialità citologica, dovevano essere aggiunti gli elementi distintivi della stessa nazionalità: <<la regione, la razza, la lingua, le costumanze, la storia le leggi, le religioni>> (v.Mancini, cit.), elementi per i quali deve formarsi la coscienza nazionale. Per il Mancini è valido il concetto classico – pagano secondo cui l’ambiente geografico interagisce con l’elemento etnico e culturale informandone il carattere degli individui che popolano lo stesso ambiente, per cui <<La RAZZA, espressione di una identità di origine e di sangue, è un altro importante elemento costitutivo della Nazione. E’ sotto questo rapporto appunto che la Nazione ritrae più della Famiglia>> (Mancini, cit). Ma c’è un altro elemento ancora da tenere presente per il principio di “nazione”, cioè il linguaggio per cui <<…Nelle lingue si riflette pure la filiazione delle razze; … . Questo è indubitato, che l’unità del linguaggio manifesta l’unità della natura morale di una Nazione, e crea le sue idee dominanti>> (Mancini, cit.) Dunque, insiste il Mancini, è assolutamente necessaria <<LA COSCIENZA DELLA NAZIONALITA’, il sentimento che ella acquista di sé medesima e che la rende capace di costituirsi al di dentro e di manifestarsi al di fuori… .Le cose dette fin qui mostrano ormai a discoperto in che consista una NAZIONALITA’, e quali ne siano gli elementi costitutivi, e ci porgono ragione di riconoscere in essa una società naturale di uomini, da unità di territorio, di origine, di costumi e di lingua conformati a comunanza di vita e di coscienza sociale>> (Mancini cit., pp. 27-39.)

Carlo Bianco

Carlo BIANCO, conte di Saint-Jorioz, intransigente repubblicano, pubblica nel 1830, a Malta, il trattato Della guerra nazionale d’insurrezione per bande, applicata all’Italia, in cui propugna –prendendo a prestito la resistenza spagnola a Napoleone – una lotta “dura e senza Paura” a tutti quei principotti vili>> che si erano piegati ai <<protocolli di Vienna, di Parigi, di Lubiana, di Troppavia e di Verona>> nei quali era stata proclamata la terribile condanna dell’Italia a mai più risorgere.  Il Bianco ritiene che le città siano nidi di corruzione, e vuole servirsi per le sue guerriglie di liberazione nazionale dei nuclei più sani della popolazione: egli si propone di organizzare nuclei di contadini-combattenti, sull’esempio dell’antica romanità e di Sparta; ritiene che debbano essere migliorate le condizioni di vita materiale di questi neo-combattenti, ai quali bisogna assegnare <<congrue porzioni di terra>>, esattamente come in Roma si assegnavano terre ai milites delle legioni. Pensiero romano-italico, quello del Bianco, per il quale l’unità e la libertà d’Italia sono lo scopo, nel mentre –come pure per il Pisacane- il nazionalismo socialista, o socialismo nazionale, è lo strumento politico-ideologico. Dal Machiavelli, il Bianco trae l’epigrafe per il suo Trattato (Machiavelli: Lettere familiari, LXVIII): “Liberate diuturna cura Italiam./ Extirpate has immanes bella, quae hominis/praeter faciem et vocem nihil habent”. Conseguentemente l’Italia è lodata come il Paese <<dalla natura destinato ad essere la sedia dell’impero del mondo>>. E’ profeticamente magica l’apostrofe del Bianco, secondo la quale << (…) ai soli popoli classici è concesso di riprodursi col loro proprio genio, e per via d’una recondita essenza, propria della terra degli eroi e del sapere; ben che lo straniero per sua convenienza gli privi dei loro mezzi, conoscenze e virtù, ed estenda il vizio, l’ignoranza e la miseria. Si domanda continuamente che cosa sia la fenice d’Arabia; ella è l’Italia, che sempre rinasce dalle sue ceneri! Sì! E tocca pure oggi a questa fenice di rigenerarsi, svellendo il male dalla sua radice, se vuole la sua intiera rovina prevenire… .Sventoli una volta lo stendardo italiano! Risorga l’europea fenice! Spieghi nuovamente l’aquila del Campidoglio le sue ali dal ferro straniero fin oggi a vergogna nostra tarpate!>> Per il Bianco non ci sono alternative a ROMA capitale dell’Italia unita, che egli vuole rinsanguare con la vitalità delle più coraggiose popolazioni montanare di tutta la nazione; egli, dunque, non reputa <<…di cadere in isbaglio nel predire che pel buon regime del governo italiano ben ordinato, e con quella capitale, saranno le meravigliose gesta degli avi nostri per rinnovellarsi, e come fenice dal suo rogo la sfolgoreggiante gloria dell’antica Roma eccelsamente risorgere, mentre gli eletti rappresentanti del popolo italiano, per prudenza, energia, saviezza e dottrina superiori a chiunque, nell’unico, mirabile, stupendo tempio del vaticano congregati, faranno restar di meraviglia sospeso il mondo, e sarà per tal modo il più magnifico edifizio in oggi esistente, in ampia e venerabil aula del più luminoso parlamento del mondo gloriosamente trasmutato>> (Bianco, op.cit. pp.44-75) Si deve allo stesso Carlo Bianco la rifondazione della setta degli Apofasimeni, che C. Gentile (Giuseppe Mazzini Uomo Universale, Foggia 1982) definisce come dotata di <<carattere fierissimo di romanità>>. E Giano Accame, nel suo Socialismo Tricolore rammenta che la memoria romana della setta si aveva nella sua stessa organizzazione <<nei gradi di centurione, tribuno legionario, proconsole e console assegnati ai capibanda; nella profusione di aquile e fasci littori e bastoni consolari d’avorio da usare come distintivi; nelle divisioni in manipoli, coorti e legioni>>.

Benedetto Musolini

Al calabrese di Pizzo Calabro Benedetto MUSOLINO si deve, nel 1832, la fondazione della setta carbonara dei “Figliuoli della Giovane Italia” (nessun legame con la mazziniana Giovane Italia). Il Musolino si era formato nell’ambiente culturale del mondo latomistico calabrese, ricco dei fermenti e del sapere di Telesio, Campanella come della sapienza di Bruno e di Romagnosi. Il Musolino apparteneva alla piccola nobiltà calabrese e la sua famiglia era di sentimenti patriottici italiani (il padre ed il fratello erano stati assassinati dai borbonici). Il Settembrini, che fu uno dei primi affiliati alla setta, ne ricorda il programma politico unitario ausonico: <<Lo scopo era nientemeno che cacciare d’Italia non pure tutti i principi, e gli Austriaci, e il Papa, ma i Francesi di Corsica e gl’Inglesi di Malta, e formare una gran repubblica militare. Capo supremo un Dittatore sedente in Roma, dieci consoli governare le dieci regioni, in cui si divideva l’Italia>> (Settembrini, Ricordanze della mia vita). Il Musolino, fu uno dei primi e maggiori esponenti del socialismo nazionale, imbevuto della Tradizione classico-pagana. Fu eletto deputato al Parlamento Napoletano nel 1848 e, dopo il “golpe” borbonico del 15 maggio, capeggiò la rivolta calabrese. Fu, per questo, condannato a morte dal tribunale borbonico; postosi in salvo, partecipò alla difesa della Repubblica Romana nel ’49. Alla caduta di questa si recò all’estero. Partecipò alla spedizione dei Mille, a capo del contingente di Camicie Rosse calabresi sbarcato nel reggino. Dopo il 1861, fu deputato della Sinistra, accettando la Monarchia ma senza mai rinunciare alle sue idee comunitariste. Da questi rapidi accenni riesce davvero difficile non sorridere (amaramente) di fronte alle forzature di coloro che vogliono vedere una antitesi –nel risorgimento- fra federalisti e unitaristi, atteso che nemmeno i più convinti fra i federalisti avevano dubbi sull’Unità e sulla capitale dello Stato; il dubbio, semmai, era su quale forma amministrativa dare alla Nazione Unita.  

Stupisce, dunque, continuamente, la stupidità neoguelfa e neo cartaginese degli attuali “celto – padani” (che pure non disdegnano le prebende parlamentari nella bistrattata Roma), che accoppiano volgarità a crassa ignoranza, come nel caso dei loro incongruenti riferimenti al Cattaneo. Nessun federalista del XIX secolo ha mai messo in discussione –ripetiamo- il fato Unitario della nazione italiana. Ma è indubbiamente comodo, profittando del misconoscimento dei fatti interessanti la storia patria – da parte di moltissimi nel popolo di oggi (e dei politici nostrani, invero quasi totalmente ignoranti) – contrabbandare la verità. E rimane il fatto che -periodicamente- l’Italia deve difendersi dai suoi nemici di sempre (cattolicesimo neo-temporalista e la pletora dei nemici interni, eredi di quelle stirpi che furono già sottomesse all’Italia urbica, mai sazi del loro odio anti italiano ed antiromano) Ma il fato unitario si muterà nella coscienza della stirpe. Una coscienza che rimarrà intatta almeno fino a tutto il 1918.

Ad una nuova, futura, élite italiana, a nuovi eroi competerà di riportare l’Italia nel solco del Padre Romolo, a quella Tradizione “fas” che è stata Fortuna e Provvidenza delle origini italiche.