Un mistero aleggia sulla data di nascita della rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff: le fonti in proposito si pestano a sangue tra loro e venirne a capo è impossibile, a dispetto delle assicurazioni degli storici. Secondo alcuni ella nacque il 7 maggio 1878, secondo altri il 4 agosto 1877; la riedizione più recente in lingua italiana dei suoi Ricordi di una socialista, ovvero l’autobiografia La mia vita di rivoluzionaria pubblicata da Feltrinelli Editore nel 1979, indica addirittura il 1869. Venne alla luce a Cernigov presso una famiglia ebraica molto benestante, ma il suo carattere ribelle la portò a lasciare ben presto la sua casa. Nel 1895 giunse a Bruxelles dove si iscrisse all’Université Nouvelle, nella quale si laureò in filosofia. Aderì giovanissima al socialismo sulla scorta delle opere di Georgij Plechanov e nel 1900 si trasferì a Roma: l’Italia divenne immediatamente la sua patria d’adozione e nella Capitale incontrò e conobbe Antonio Labriola, che la russa considerò per sempre il suo solo Maestro, ricordando successivamente quella circostanza come l’avvenimento più importante della sua vita.

Angelica, nei suoi anni di apprendistato militante, ebbe modo di incrociare la sua strada con Benito Mussolini: iniziò per entrambi un sodalizio che si concluse soltanto dieci anni dopo nel 1914. Del Duce e del fascismo in seguito la rivoluzionaria diede questo giudizio:

Gli uomini che trovava più congeniali al suo temperamento erano Nietzsche, Schopenhauer, Stirner: uomini che glorificavano la Volontà, l’Io, l’atto dell’individuo anziché della massa. Era inevitabile che si fosse entusiasmato alle teorie del socialista francese Blanqui, il quale aveva concepito la rivoluzione come un colpo di stato violento, come la presa del potere da parte di un piccolo gruppo di cospiratori rivoluzionari, ed è all’avventurismo rivoluzionario di Blanqui, piuttosto che al collettivismo rivoluzionario di Marx, che bisogna guardare per comprendere la successiva carriera di Mussolini.

Angelica Balabanoff divenne in breve tempo uno dei più stimati dirigenti del Partito Socialista Italiano e fu una importante esponente della frazione intransigente-rivoluzionaria, quella che più tardi sarebbe stata indicata come la tendenza massimalista, insieme a Costantino Lazzari, Giacinto Menotti Serrati, Arturo Vella, Alceste Della Seta. Anche Giovanni Lerda e Benito Mussolini appartennero a questa corrente, ma una sottile inquietudine interiore li condurrà a partecipare, sia pure con stili e risultati differenti, all’impresa della revisione rivoluzionaria e di sinistra del marxismo, nell’intento di far prevalere lo spirito sulla lettera, per usare un’espressione di Georges Sorel. Agendo in questo modo, gli ultimi due renderanno piuttosto difficili e complessi i loro rapporti con i principali rappresentanti della frazione, i quali d’altro canto si riconoscevano senza dubbi e senza incertezze nel marxismo ortodosso della Seconda Internazionale. Contraria alla guerra europea, la socialista si spese devotamente per la convocazione della Conferenza di Zimmerwald del settembre 1915 e contribuì con tutto il suo carisma alla sinistra zimmerwaldiana, antimilitarista e rivoluzionaria. Aderì entusiasticamente alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917; in Russia ella rafforzò il suo legame di amicizia con Lenin, che la spinse ad assumere lo storico ruolo di prima segretaria della nascente Terza Internazionale tra il 1919 e il 1920. Ma nel dicembre 1921 ella decise di lasciare la Patria dei Soviet per non farvi mai più ritorno, ormai in rotta con il governo rivoluzionario.

Angelica Balabanoff (1878/1965)

Angelica Balabanoff (1878/1965)

I dirigenti bolscevichi che la Balabanoff avversò in maniera più manifesta e con i quali ebbe continui e violenti contrasti nel suo periodo russo furono Grigorij Zinoviev, il primo presidente dell’Internazionale Comunista, e Lev Trotsky, responsabile della repressione della rivolta di Kronstadt del 1921 e detestato teorico della necessità della militarizzazione dei sindacati. L’ostilità per Trotsky non la abbandonerà mai, nemmeno al momento della svolta antisovietica della socialista russa: quando il traditore della Rivoluzione d’Ottobre e sabotatore della Russia Sovietica la inviterà ad entrare nella sua Quarta Internazionale, ella risponderà sdegnata e rifiuterà recisamente. Dopo aver trascorso un anno a Stoccolma, la socialista russa decise di trasferirsi a Vienna sul finire del 1922. Le sue condizioni generali di salute peggiorarono e per vivere diede ripetizioni e lezioni di francese. Ella stabilì immediatamente buoni rapporti con i socialisti austriaci, con Otto Bauer e con gli altri esponenti dell’Austromarxismo. Nel 1921, proprio su iniziativa del partito socialdemocratico austriaco, a Vienna era sorta una Internazionale a cui aderivano alcuni partiti socialisti di sinistra e che passerà alla Storia con il nome di Internazionale due e mezzo. Nel 1923 però l’intera operazione si concluse con la confluenza dei militanti della “2 e ½” nella Seconda Internazionale, che la Balabanoff disprezzava profondamente e definiva come l’Internazionale della guerra e del riformismo collaborazionista, covo dei socialsciovinisti.

Divenuta profondamente avversa allo Stato sovietico, ella simpatizzò per l’Internazionale di Vienna ma il ritorno dei suoi militanti nei ranghi riformisti provocò la rottura della Balabanoff anche con questi compagni. Nel frattempo, un gruppo di dirigenti ormai in esilio in Francia venne delegato dalla vecchia Direzione massimalista a rappresentare all’estero il socialismo italiano e riuscì nell’intento di avviare una discreta ripresa materiale e morale del Partito; il 10 dicembre 1926 a Parigi risorse e tornò a sventolare la vecchia bandiera dell’Avanti! Il giornale, non più quotidiano ma settimanale, si presentò ridotto ad un formato minimo; i modestissimi mezzi che ne permisero l’uscita furono il frutto delle offerte degli iscritti e dei simpatizzanti, il lavoro dei suoi redattori fu assolutamente gratuito. Ma la testata era alfine la stessa, la linea di continuità era mantenuta, l’antica battaglia non conobbe sosta. Noi vogliamo, voi vorrete-si leggeva in quel numero-che l’Avanti! soppresso in Italia riviva in Francia. Questo è un impegno d’onore che noi dobbiamo assumere con i compagni d’Italia. La funzione specifica che l’organo di combattimento si prefisse fu quella di registrare le fasi della ripresa e seguire col proprio lavoro gli sviluppi dell’opera di riorganizzazione del Partito. Redattore capo ma di fatto direttore della storica testata fu Ugo Coccia. La Direzione massimalista si appellò infine ad Angelica Balabanoff e le chiese espressamente di mettersi alla sua testa: a fronte di una tale chiamata alle armi la rivoluzionaria russa innamorata dell’Italia non poté opporre alcun diniego. La Balabanoff accorse fulmineamente a Parigi ed assunse pertanto la direzione della segreteria del Partito Socialista Italiano massimalista.

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Dopo la fine dell’Internazionale due e mezzo, nel 1926 si era costituito in Francia, ad opera di gruppi dissidenti di sinistra e di alcuni partiti socialisti minori rimasti inflessibili contro i socialpatrioti secondinternazionalisti, il Bureau internazionale dei partiti socialisti rivoluzionari, un organismo animato e guidato dal Partito Socialista Comunista Francese di Paul Louis e a cui aderirono anche il PSI massimalista, il Partito Laburista Indipendente Britannico, il Partito Operaio Norvegese, il Bund polacco, i socialisti rivoluzionari di sinistra russi, i socialisti indipendenti tedeschi, il Partito Socialista Indipendente romeno ed altre formazioni. Lo scopo dichiarato di tale Bureau fu quello di ricostituire la perduta unità proletaria internazionale degli anni prebellici e a tale battaglia l’Avanti! tentò di dare il suo contributo. Ma l’obiettivo ambizioso non era altro che una temeraria e visionaria speranza, certamente ben lontana dall’essere una opzione politica realisticamente praticabile nell’immediato e realizzabile in un prossimo o lontano avvenire.

Immaginare che le potenti, compatte, disciplinate e popolari Seconda e Terza Internazionale potessero sciogliersi dopo aver ammesso i propri errori storici della guerra e del dopoguerra per confluire in quella che il socialriformista Giuseppe Emanuele Modigliani bollò perfidamente come l’Internazionale Balabanoff era soltanto una assurda chimera, al limite della follia. Cionondimeno un appello all’unità proletaria contro il fascismo venne rivolto dal PSI massimalista ai socialisti unitari, ai comunisti, ai repubblicani e agli anarchici: sull’Avanti! del 27 febbraio 1927 venne auspicata la formazione di un forte fascio della classe operaia da contrapporre al fascio della borghesia al potere in Italia. La risposta più dura venne dai comunisti, che denunciarono la miserabile manovra di partito, mentre i socialisti unitari invitarono i socialisti massimalisti ad entrare nella Concentrazione d’Azione Antifascista, promossa dalla Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo di Alceste De Ambris. Per evitare di cadere nell’isolamento nel quale languivano i socialisti volontisti di Mario Mariani, a denti stretti la Direzione massimalista decise di entrare nella Concentrazione, con l’auspicio che essa potesse accogliere in futuro anche i comunisti che ne erano esclusi.

Pietro Nenni (1891/1980)

Pietro Nenni (1891/1980)

Nel frattempo si affermò e si fece strada all’interno del Partito la corrente guidata da Pietro Nenni che auspicava la riunificazione di tutti i socialisti italiani e la costituzione di un nuovo partito socialista insieme ai socialdemocratici e riformisti del PSULI (Partito Socialista Unitario dei Lavoratori Italiani) di Filippo Turati, Claudio Treves e dell’astro nascente Giuseppe Saragat: essi furono denominati unificazionisti. Angelica Balabanoff propugnò invece una linea in piena continuità con il vecchio massimalismo d’anteguerra, caratterizzata da una rigida fedeltà ai principi rivoluzionari, da un netto rifiuto di adeguarsi alla nuova situazione internazionale, da una donchisciottesca carica di generosità e di spirito umanitario, da un’orgogliosa appartenenza ad una concezione del socialismo che mutuava i propri ideali e i propri assunti dalla curiosa mescolanza di Giuseppe Garibaldi e di Karl Marx. Il contrasto esistente nel partito si fece ancora più manifesto sul finire del 1927 ma alle manovre dei fusionisti nenniani la Balabanoff provò a controbattere con un cavillo procedurale: alla rappresentanza emigrata del PSI massimalista non sarebbe stato possibile un mutamento di linea politica-e dunque una fusione con i socialisti unitari; ciò poteva essere eventualmente sancito da un formale Congresso in terra italiana.

La volontà della Direzione della Balabanoff di mantenere la discussione su un terreno eminentemente organizzativo venne però rapidamente superata di fatto. Un lungo articolo di Pietro Nenni del 1° gennaio 1928 sancì apertamente le ostilità degli unificazionisti nei confronti della Direzione massimalista. Il 15 gennaio 1928 a Marsiglia si riunì il primo convegno all’estero del PSI massimalista; furono assenti sia la Balabanoff, trattenuta in Svezia da impegni politici, che Nenni per partito preso, e l’ala massimalista intransigente venne sonoramente battuta. A grande maggioranza fu respinta la richiesta dei massimalisti di ritirarsi dalla Concentrazione, a causa dell’incompatibilità di una lotta a fianco di elementi che non vogliono derogare da metodi democratici e da idealità antisocialiste; questa mossa, qualora fosse risultata vincente, avrebbe aperto un solco incolmabile tra i massimalisti e i socialisti unitari e avrebbe allontanato la prospettiva della unificazione. Il Convegno si chiuse con la conferma della vecchia Direzione lievemente rimaneggiata, tra cui si potevano contare i più qualificati rappresentanti delle due anime in lotta, con la rielezione della Balabanoff a segretaria del partito e la conferma di Ugo Coccia alla direzione dell’Avanti! A causa di un manifesto diffuso a marzo dalla Direzione, in cui si attaccavano le due grandi illusioni maturate con la guerra in seno al proletariato: l’illusione collaborazionista e quella bolscevica, si riaccese impetuosamente lo scontro così a lungo rimandato: Nenni intervenne per denunciare l’inopportunità del manifesto che pretendeva la liquidazione delle due Internazionali, mentre Ugo Coccia per la prima volta manifestò chiari segni di dissenso sull’operata della intransigente Direzione; essa reagì denunciando le infiltrazioni filo-riformiste all’interno del Partito e dichiarando chiusa ogni discussione sull’unità socialista.

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Coccia si dimise dalla direzione dell’Avanti! dove venne sostituito il 12 agosto 1928 dalla Balabanoff. Nenni a questo punto chiese la convocazione di un regolare congresso per discutere l’intera linea politica del Partito. Al crescere dell’ondata di opposizione, l’Avanti! rispose irrigidendosi sulle proprie posizioni; la polemica contro i socialdemocratici del PSULI e gli unificazionisti si accentuò e si fece acre. Il 3 febbraio 1929 la Balabanoff scrisse sul glorioso giornale socialista:

Il Partito è intangibile. Se ci sono degli iscritti che non hanno più fede nella lotta rivoluzionaria di classe, che ritengono buono il metodo riformista, che hanno ancora l’illusione di poter fare del socialismo nell’Internazionale della guerra, che approvano i metodi collaborazionisti e le deprecabili utopie democratiche, vadano pure essi coi riformisti: saranno al loro posto. Partito rivoluzionario, il PSI resta e rimarrà il Partito della rivoluzione del proletariato d’Italia.

Contro il revisionismo riformista il PSI massimalista venne invitato dalla Direzione a stringersi in blocco come un sol uomo; si ricostituì il Comitato di Difesa Socialista, lo stesso nome dell’organismo che contrastò vittoriosamente nel 1923 la fusione socialista con i comunisti e che per ironia della sorte era stato fondato proprio da Nenni, mentre quest’ultimo e i suoi seguaci trovarono la propria voce nell’Avvenire del Lavoratore, pubblicato a Zurigo. Un nuovo Convegno convocato il 16 marzo 1930 a Grenoble appurò come la frattura fosse oramai insanabile. Entrambe le tendenze, sia i massimalisti che gli unificazionisti, si ritennero forti dell’approvazione dei compagni d’Italia e si dichiararono unici continuatori e rappresentanti del vecchio Partito Socialista Italiano. I massimalisti approvarono unanimemente il documento della Direzione e altrettanto unanimemente i fusionisti approvarono le tesi dell’unità presentate da Nenni. Il 19 e il 20 luglio 1930, infine, il XXI° Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano in esilio svoltosi a Parigi sancì la definitiva unificazione tra i nenniani e i riformisti turatiani del PSULI e Ugo Coccia fu nominato segretario della nuova formazione politica: l’assise passerà alla Storia come il Congresso dell’Unità Socialista.

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Il PSI massimalista di Angelica Balabanoff sopravvisse orgogliosamente alla scissione di Grenoble, salutata dalla indomita rivoluzionaria come una vittoria del vero socialismo, e mantenne la testata del vecchio Avanti! per la propria organizzazione; la ridotta pattuglia socialista rivoluzionaria non piegò e proseguì ancora per dieci anni la propria romantica battaglia. Allo scoppio della guerra civile spagnola (1936-1939) i massimalisti insieme ai giellisti furono tra gli italiani i primi ad intervenire con una propria piccola rappresentanza armata nella penisola iberica e a lasciarvi i propri caduti, liberi dalle preoccupazioni di ordine diplomatico che resero meno pronti all’azione i socialisti e i comunisti. Ma le scissioni non erano ancora finite: nel congresso tenutosi nel giugno 1937 la mozione intransigente della Balabanoff dovette fronteggiare la fazione filo-comunista guidata dal pugliese Santo Semeraro. La corrente della russa vinse la battaglia congressuale e la nuova Direzione socialista massimalista fu quindi formata da Angelica Balabanoff, direttrice dell’Avanti! e segretaria generale del partito, e da Dino Mariani, nominato segretario politico.

Il PSI massimalista subì nondimeno una nuova ferita politica molto grave: la frazione capeggiata da Semeraro uscì dal partito e confluì nel Partito Comunista d’Italia. Intanto la Balabanoff, fin dal dicembre 1935, si era imbarcata per gli Stati Uniti d’America allo scopo di tenere conferenze e raccogliere sostegni e fondi a favore del PSI massimalista e dell’Avanti! Il glorioso foglio proletario assisteva al progressivo peggioramento delle proprie condizioni economico-finanziarie con il passare degli anni e le pubblicazioni si facevano sempre più saltuarie ma i militanti non demordevano: accanto alla testata, spesso campeggiavano frasi celebri di Marx, di Lenin e della stessa segretaria Balabanoff, come questa, apparsa sul numero del 4 aprile 1937:

 La via è una, il Calvario non si abbrevia con soste e deviazioni. La meta è una. Nessuno è meno isolato di noi nell’arduo cammino verso il trionfo del Socialismo. Avanti, compagni, con e per il PSI!

Come si può evincere da questo tipo di linguaggio, di cui si sprecarono gli esempi, e dall’incontaminato desiderio di purezza che elevò sempre l’azione politica del partito della Balabanoff al di sopra di ogni compromesso, dietro ad una sedicente ortodossia e ad una adesione di prammatica ai principi del materialismo storico, emerge in tutta la sua forza e in tutta la sua evidenza una concezione del socialismo a sfondo etico-religioso, spiritualistico. Il Primo Maggio 1940 uscirà l’ultimo numero dell’Avanti! massimalista, con il tradizionale appello della Festa dei Lavoratori:

Oggi il Primo Maggio si presenta come un giorno di lutto, perché vi sono ovunque uomini in guerra e perché esso segna una sconfitta, sia pure temporanea, del socialismo. Ma il Primo Maggio sarà ancora la festa di domani: bisogna per il momento prepararsi e operare perché questo domani sia vicino. E’ una grande illusione, quella di coloro che credono con la guerra di poter distruggere il socialismo. Esso è un Ideale troppo grande per subire alterazioni o essere diminuito nel suo valore morale e politico. Esso finirà per imporsi per la bontà dei suoi principi, per l’Ideale che racchiude di solidarietà umana, che malgrado tutti i tentativi palesi e oscuri che i suoi nemici compiono per sbarrargli la strada, finirà per trionfare. Perché è nella natura delle cose, il bene deve vincere sul male.

Questo è l’ultimo atto formale, il documento finale consegnato alla Storia dal PSI massimalista. Si tratta per l’appunto di un atto di fede religiosa, sconfinata e addirittura manichea, assai più vicino a La volontà di credere (1897) di William James che al necessitarismo meccanicistico e al determinismo sociale ed economico. C’è un fondo ottimistico in questa morale, indubbiamente, ma più che alle formule matematiche e alle statistiche sulla produzione esso attiene pascalianamente alle ragioni del cuore, alle intime profondità dell’anima umana.

William James, psicologo e filosofo statunitense (1842/1910)

William James, psicologo e filosofo statunitense (1842/1910)

L’ideologia di questi rivoluzionari, al di là di quello che essi dicono di loro stessi, ha poco a che vedere con il socialismo scientifico e presenta piuttosto i tratti di una estrema variante del romanticismo rivoluzionario, innervata dal culto del tragico, dell’eroico e del sublime e da una totalizzante ansia di Giustizia e di Amore. La politica supera i propri confini e si tramuta in metapolitica. L’organizzazione raggiunse un baratro al di là del quale l’intervento effettuale nella Realtà diventava impossibile e così pagò lo scotto inevitabile della propria estinzione. Su basi completamente nuove nel 1943 risorsero le forze che diedero vita al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Ai vecchi massimalisti sopravvissuti alla catastrofe mondiale che le chiesero il da farsi, la Balabanoff invitò ad iscriversi al nuovo partito, ma seguendo le posizioni più autonomiste. Il suo obiettivo era diventato quello di spezzare il patto di unità d’azione tra socialisti e comunisti ed ancora una volta ella si trovò di fronte l’avversario di tutta la sua vita, sostenitore di tale politica: Pietro Nenni. La russa stabilì i primi contatti con i suoi compagni italiani attraverso Giuseppe Faravelli, uomo di punta della rivista Critica Sociale, che in una lettera alla Balabanoff del 2 gennaio 1946 si disse disposto a formare anche soltanto un piccolo manipolo, purché deciso a difendere a qualunque costo il socialismo marxista, democratico e rivoluzionario. L’avversione sempre più conclamata della rivoluzionaria russa verso l’Unione Sovietica di Stalin condusse la Balabanoff a compiere il gesto politico più inaspettato da parte sua: l’adesione alla scissione di Palazzo Barberini. Nel gennaio 1947 ella sbarcò a Napoli: ritornava nella sua patria d’adozione dopo una assenza di ben trentadue anni. Dopo quello per Mussolini e poi per Lenin, un nuovo innamoramento politico ed intellettuale stava principiando in lei: quello per Giuseppe Saragat. Quando il 10 gennaio 1947 fece il suo ingresso nell’Aula Magna della Città Universitaria di Roma, dove era in corso di svolgimento il XXV° Congresso Nazionale del PSI, un’autentica ovazione l’accolse. Ma al momento della sua salita alla tribuna, di fronte alle sue argomentazioni, sembrò dovesse venire giù il finimondo. Il bersaglio preferito era lo stesso di sempre: la Balabanoff accusò Nenni di aver combattuto a morte contro il massimalismo da lei difeso e rappresentato in passato ed ora denunciò il suo tentativo di annientare il socialismo autonomo, facendolo fagocitare dai comunisti.

L’indomani la Balabanoff era a Palazzo Barberini, insieme a Giuseppe Saragat e ad altri vecchi compagni socialisti della sua generazione come Rinaldo Rigola e Ludovico D’Aragona, e partecipò alla fondazione del PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani); il 1° maggio 1951 esso si fuse con il Partito Socialista Unitario di Giuseppe Romita dando luogo al Partito Socialista-Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista, che il 7 gennaio 1952 assunse la denominazione definitiva di Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI). Ma il rapporto con Saragat fu l’ultima illusione in cui cadde la socialista russa nella sua splendida vita; costui l’aveva strumentalizzata ed usata per i suoi scopi soltanto nei primi anni, poi un gelo orrendo calò tra lei e i dirigenti della nuova creatura politica. La Balabanoff sognava un partito anticlericale e di opposizione al neonato regime democristiano; si ritrovò all’interno di una organizzazione politica a precoce ed irrevocabile vocazione centrista, atlantista, moderata e filo-capitalista. La sua formazione, avvenuta in un’epoca storica in cui l’anticlericalismo era uno dei principali connotati del militante socialista, non le poteva permettere di concepire il rapporto privilegiato che la DC stabilì con il partito in cui era entrata, un legame ancor più forte nella fase del centrismo rispetto a quello con i repubblicani e i liberali.

Ludovico D'Aragona e Angelica Balabanoff al tavolo della direzione (1959)

Ludovico D’Aragona e Angelica Balabanoff al tavolo della direzione (1959)

Luigi Preti, ex ministro socialdemocratico, in una testimonianza rilasciata al giornalista e biografo Amedeo La Mattina, fece sfoggio di tutta la sua ragion cinica e disse sulla questione:

E’ inutile far finta che Saragat avesse velleità di opposizione dura e pura come voleva la Balabanoff. Quale sarebbe stata la sua scelta era chiaro fin dall’inizio. Alcuni, tra questi Angelica, si illusero che il PSLI nascesse per essere un avversario tetragono della DC e per fare il pieno dei voti socialisti: i suoi cromosomi erano invece a vocazione moderata e centrista. La Balabanoff alle riunioni era monotematica: parlava sempre di proletariato e di rivoluzione; pensava di parlare ancora agli operai di San Pietroburgo […] Era una donna che credeva molto nelle sue idee. Era rocciosa e non aveva senso dello Stato. La verità è che Saragat sapeva che il 95% del partito la pensava come me e Modigliani, mentre soltanto a Roma la maggioranza la pensava come la Balabanoff. Ne trasse quindi le conseguenze.

L’isolamento della rivoluzionaria si acutizzò ulteriormente: la sua proposta di fondare e mettersi alla guida del movimento femminile socialdemocratico, avanzata presso lo stesso Saragat, finì ben presto nel dimenticatoio e col tempo le cose, se possibile, peggiorarono ancor di più. La russa si attribuì il ruolo di guastafeste e di bastian contrario; nelle occasioni pubbliche non mancò mai di manifestare la propria disistima verso i dirigenti del partito. Uno dei momenti più memorabili fu ad una riunione nazionale dei giovani socialdemocratici: invitata a parlare, Angelica si lanciò in un violentissimo j’accuse sull’arrivismo, l’arricchimento e l’opportunismo dei capi, da lei chiamati la banda del buco, corrotti, borghesi, venduti al Vaticano, e chiuse il suo intervento con queste parole:

Davanti alle nostre sezioni del PSDI bisognerebbe mettere un cartello con su scritto Lasciate ogni speranza o voi che entrate.

Il PSDI, sensibile alle sirene del potere e protagonista delle spartizioni del sottobosco governativo e perfettamente adattato al sistema clientelare, non poté che essere una delusione cocente per una idealista come Angelica Balabanoff, che avvelenò gli ultimi anni della sua esistenza. Saragat, eletto Presidente della Repubblica Italiana il 28 dicembre 1964, tagliò definitivamente tutti i ponti con lei; la morte la colse il 25 novembre 1965. La camera ardente venne allestita nella sede della federazione romana del PSDI, in via del Tritone; il funerale si svolse in Piazza del Popolo. Non intervenne molta gente, di Saragat non si vide neppure l’ombra. Sotto una pioggia fitta, tra le corone di fiori e i pochi compagni distratti, si riconobbe una figura nota, un galantuomo, l’avversario di sempre: il socialista Pietro Nenni si era presentato a rendere omaggio ad una sua grande compagna, colei che fu l’Anima del socialismo rivoluzionario italiano per più di cinquant’anni.

 

Vivere per soffrire?

Morire per non soffrire?

Soffrire per non morire?

Sempre la vita ci viene ad ammonire

Che noi dobbiamo sopportarla,

Sopportarla,

Sopportarla.

Ma noi ci ribelliamo

E ci domandiamo

Cui prodest?

Vivere d’illusioni

Per delle illusioni

Per la disillusione

Finale

Cui prodest?

 

Angelica Balabanoff, Tears, Laub Publishing Co., New York 1943, Danse macabre (Vienna 1924), pagina 95.