“Noodles, ci rimangono solo dei bei ricordi e se adesso uscirai da quella porta nemmeno quelli ti rimarranno…”
Dialogo tratto da C’era una volta in America

Due trilogie, una manciata di pochi film e tanto lavoro da assistente regista e da direttore delle scene nella stagione più celebre (e celebrata) del cinema italiano. Tanto è bastato a Sergio Leone (alias Bob Robertson) per dettare un nuovo linguaggio al mondo del cinema. Senza il suo tributo e l’accurata quanto tardiva critica alla riscoperta del suo lavoro, difficilmente avremmo assistito a talune prodezze portate recentemente sullo schermo, Pulp Fiction di Quentin Tarantino, Fargo dei fratelli Cohen o a pellicole più recenti dello stesso genere western, come  il pluripremiato Gli Spietati, con alla regia l’attore-feticcio della trilogia del dollaro, Clint Eastwood.
Leone non si è affermato esclusivamente come punto di riferimento per le generazioni successive, esplorando da pioniere gli spaghetti western. Questo è un traguardo raggiunto anche da altri grandi registi, suoi rivali, come Sam Peckinback nel cruento Mucchio Selvaggio o in Sierra Charriba.  Altra è stata l’anti-convenzionalità che il regista romano si è portato dietro in tutte le sue pellicole. L’anticonvenzionalità di essere un europeo che si cimenta con l’epopea western.

Dietro gli occhiali di Leone vi è infatti l’esegesi personale di un cineasta dal respiro internazionale, questo sì, ma che difficilmente può essere classificato americano se non negli affreschi di volta in volta ritratti con la macchina da presa.
In una delle ultime interviste, prima dell’attacco cardiaco che nel 1989 lo porterà prematuramente alla morte, Leone confessa che la sua maggiore fonte di ispirazione è stata Omero, il poeta della classicità per eccellenza. I personaggi dell’Iliade e dell’Odissea sono i prototipi perfetti per il cinema leoniano: il guerriero, il pistolero, i conflitti privati con sullo sfondo le varie saghe collettive, dalla guerra civile americana ne Il buono, il bruto e il cattivo alla rivoluzione messicana di Giù la testa.

Ma Sergio Leone non è solo ricordato per la trilogia del dollaro: ha avuto infatti una seconda fase artistica nella sua carriera che lo ha portato a eguagliare i più grandi cineasti della storia. Ci si riferisce in particolar modo a due film, due autentici capolavori che esplorano il tempo, il nuovo mondo, il sogno americano come simbolo rarefatto di una memoria perduta. Un mondo eroico sebbene ritratto nella sua decadenza. Stiamo naturalmente parlando di C’era una volta il west, interpretato da due attori hollywoodiani come Henry Fonda e Charles Bronson, affiancati a loro volta da una delle regine della bellezza italiana di sempre, Claudia Cardinale. E poi naturalmente si allude al capolavoro nel capolavoro, Once Upon a Time in America, mosaico che nel suo dipanarsi narra gli anni tra il proibizionismo e il post-proibizionismo con continui flashback e flash-forward che ci portano dritti al 1968. E’ in quest’ultimo lungometraggio che si sente, particolarmente, l’influenza della memoria involontaria di Proust, tanto amato dal regista. Particolari poco riconosciuti dalla critica sono, peraltro, le caratterizzazioni femminili, aspetto non così scontato per il periodo. I ruoli delle dolci metà hanno un’anima, sono al centro delle pellicole non come comparse, ma come simboli essenziali per avviare i rispettivi plot.

In C’era una volta il west un avido magnate delle ferrovie vuole mettere le mani sul terreno di proprietà di una ex prostituta, la quale a sua volta lo eredita dopo l’uccisione del marito e dei figli di lui. In difesa della donna compare il misterioso Armonica, il buono che nella trilogia del dollaro era personificato da Clint Eastwood. Armonica (Charles Bronson) ha infatti vecchi conti da saldare con il killer di Morton, lo spietato Frank, interpretato da un inusuale Henry Fonda nei panni del cattivo. Ecco che la trama si arricchisce nei temi della vendetta, della colpa e delle azioni di ogni personaggio. Azioni che sono generate nel bene e nel male da una motivazione molto spesso interiore. Leone si sofferma sulle loro vicende personali, racchiuse in un mondo che sta scomparendo; questa è l’ambizione ultima, che racchiude il titolo della pellicola stessa: raffigurare la scomparsa del West, la fine dell’epopea selvaggia e naturale e al contempo la nascita della civiltà simboleggiata dai sogni di McBain, marito di Jill e da quelli di Morton: la ferrovia transcontinentale che sorgerà nel deserto alla fine del film.

1984 non è solo il romanzo di George Orwell: è anche la data di uscita dell’ultima fatica di Sergio Leone: C’era una volta in America. In esso vi è davvero tutta la migliore tradizione del cineasta, il quale a differenza del personaggio principale del suo film, non deve essere andato a letto troppo presto per scrivere e dirigere questa autentica memoria perduta, vittima  di vari montaggi – il film infatti fu inizialmente distribuito negli Stati Uniti in una versione più breve di circa un’ora- e  che solo recentemente ha ritrovato la sua compattezza primigenia.
Leone ha sempre amato lo spettacolo nei suoi film. Quest’ultimo riesce nell’intento funambolico di esplorare la totalità del mito americano.  La narrazione perlustra l’esistenza e le memorie di David Aaronson, per gli amici Noodles, e del suo inseparabile amico di infanzia Max nei fili di nebbia del quartiere ebraico di New York.  Una nebbia che separerà Noodles dai compagni di tanti furti, così come dalla donna dei suoi sogni, Deborah. Il protagonista, interpretato da un Robert De Niro in splendida forma, è davvero riuscito nel suo gangsterismo: fragile, ma al tempo stesso capace di assorbire l’amicizia, l’amore, l’ambizione, la violenza e il dolore del tempo. Noodles, in una sola parola, è umano come lo sanno essere gli uomini capaci di convivere con i lati più contorti della propria anima.

Fabula e intreccio come si sarà capito non vanno di pari passo nella storia, perché il passato è diverso dal futuro. Anzi, in realtà entrambi non esistono. Solo nell’ultima scena si scoprirà tutto ciò, quando lo sguardo dello spettatore incrocerà per un’ultima volta il sorriso obliato di Noodles nella fumeria d’oppio. I salti temporali sono accentuati da richiami simbolici come lo squillo del telefono o il volo del frisbee che ci riporta avanti, negli anni “60. Anni in cui Noodles ha la possibilità di vendicarsi. Anni in realtà inventati dalla memoria di Noodles stesso il quale, a detta dello stesso regista, probabilmente ha sognato tutto. E il sorriso finale è esso stesso un simbolo: l’estremo atto d’amore nei confronti di un’infanzia tradita dal tempo…