Sándor Petöfi nasce a Kiskörös nel 1823. I genitori, Istvan Petrovics, macellaio ed oste, e Mária Hrúz erano di origine slovacca. Il poeta magiarizza il cognome a partire da uno tra i primi componimenti pubblicati, intitolato significativamente “Nella mia patria“. La carriera scolastica di Petöfi è disordinata a causa della sua insofferenza alla disciplina e alle regole: cambia diverse scuole (Pest, Aszóf, Schemnitz) con grande dispiacere del padre. Si arruola come volontario nell’esercito asburgico (1839-1841), ma, ammalatosi di tisi e tifo, viene riformato. Nell’inverno del 1841 studia nel liceo di Pápa. La sua passione per l’arte teatrale lo porta ad unirsi a diverse compagnie: conduce una vita girovaga, recitando in diverse città ungheresi. Sono anni di estreme privazioni. Il momento più difficile della sua giovinezza è rappresentato dall’inverno passato a Debrecen (1843-1844) dove la povertà estrema, secondo le sue parole, lo conduce ad un passo dalla morte: è un anno, però, anche di operosa attività poetica e di studio delle lingue europee.

Petőfi a Pest nel 1848, dipinto da Soma Orlai Petrich

Petőfi a Pest nel 1848, dipinto da Soma Orlai Petrich

Parte alla volta di Pest e dopo aver percorso a piedi 200 km, consegna al famoso poeta Mihály Vörösmarty il manoscritto contenente le sue poesie. Lui ne è entusiasta e ne favorisce la pubblicazione. E’ la svolta nella vita di Petöfi, che trova impiego come giornalista presso la rivista Pesti Divatlap. Nel 1846 è l’organizzatore della “Società dei 10“, un gruppo di giovani scrittori radicali che vogliono cambiare la vita politica della Nazione. Sempre nel 1846 conosce Giulia Szendrey, i due si sposano nonostante la contrarietà della famiglia di lei. Il 15 marzo 1848 scoppia la rivoluzione ungherese: la poesia di Petöfi “Canto Nazionale” (Nemzeti Dal) diventa l’inno della rivolta. Quando nel 1849 l’Ungheria proclama la propria indipendenza dall’Impero asburgico e scoppia la guerra, il poeta senza indugio si arruola nell’esercito nazionale. Con le truppe del generale polacco Józef Bem, combatte contro i russi, alleati degli austriaci, e muore a 26 anni nella battaglia di Segesvár (rum. Sighișoara) in Transilvania il 31 luglio 1849.

"Cavalli magiari nella puszta", di István Somogyi

“Cavalli magiari nella puszta”, di István Somogyi

La novità della poesia petöfiana, la sua indipendenza dai coevi modelli à la page del romanticismo inglese o tedesco, la sua spontanea libertà e il suo legame con la tradizione nazionale, vengono espressi nel simbolismo animale della mini-ars poetica “Il mio Pegaso“:

“Non è il Pegaso mio corsier britanno

gracile il collo ed alto ossuto il piede;

non è il faticator bruto alemanno

che largo ha il tergo e com’orso procede.

E’ poledro il mio Pegaso, magiaro; schietto, magiaro sangue ha ne le vene. […] Non lo nudrir le stalle, e nulla appreso

ha da le scole ne la cerchia angusta;

libero nacque”

Nell’opera “Note di viaggio”, lettere contenenti una vivace descrizione del viaggio tra paesi e paesaggi ungheresi indirizzate all’amico Frigyes Kerényi, afferma chiaramente la predilezione per una letteratura semplice e popolare, non artefatta e aristocratica:

“Le Muse non sono mica delle signorine conservatrici, loro procedono di pari passo col tempo, e poiché il secolo ha per motto “Viva il popolo!”, anche esse sono discese dal loro aristocratico Helicon e sono venute a stabilirsi nelle capanne. Oh me felice che son nato in una quasi capanna!” (Lettera VII)

 

“La semplicità è la prima regola, superiore a tutte, e colui che è privo di semplicità non ha niente” (Lettera XII)

Il perimetro contenutistico della produzione poetica di Petöfi è segnato dalle tematiche della libertà e da quelle dell’amore, nelle loro diverse declinazioni, come sintetizzato nell’epigramma che apre la raccolta del 1847:

“Libertà, amore! (Szabadság, szerelem!) Ambedue mi sono necessari. Per il mio amore sacrifico la vita, per la libertà sacrifico l’amore”

"Il bassopiano ungherese", Károly Telepy

“Il bassopiano ungherese”, Károly Telepy

Poesia d’occasione, nel senso alto del termine, poiché i componimenti del canzoniere si sviluppano sempre da vicende concrete. La letteratura diventa espressione dei sentimenti del popolo a cui appartiene il poeta. Anche quando più si avvicina ad un modello colto, questo viene subito trasfigurato in una sensibilità genuinamente magiara. Prendiamo, ad esempio, la riflessione tipicamente romantica sull’infinito, così diffusa nella contemporanea poesia europea. Per il poeta l’infinito è rappresentato dagli sterminati spazi della grande pianura ungherese, paragonata al mare, la cui celebrazione si risolve nel desiderio di una vita i cui estremi qui si inverano:

“Laggiù, sulla terra dell’Alföld, piana come il mare

là sono a casa mia, là è il mio mondo.

La mia anima è un’aquila liberata dalla prigione

allorché contemplo lo sterminato piano.

Mi sollevo nell’aria in quel pensiero

sopra la terra, presso le nuvole […] Qui fui tenuto in culla, qui io nacqui.

Qui si stenda su me il funebre lenzuolo,

qui su di me sia ammucchiata la terra del sepolcro” (L’Alföld)

Un altro componimento sembra richiamare la scena petrarchesca del poeta che ragiona con Amore anche in luoghi deserti (Rvf 35: “Solo et pensoso i più deserti campi”). In Petöfi, però, l’incolore paesaggio del modello viene vivificato nell’ambientazione concreta della steppa brulla, che all’improvviso pensiero della donna amata, diventa fiorita ed amena:

“E’ una puszta la terra ov’io cammino

ora; e non vi si scorge neanche un fiore,

non c’è cespuglio […] E pur com’è che t’ho pensata, o bruna

piccola bambina, amore del mio cuore? […] T’ho pensata, mia cara, ed ora tutto

mi piace […] mi sembra di passare in mezzo ai fiori

e mi sembra che il ciel sia tutto stelle!”

"Zingari itineranti", Franciszek Streitt

“Zingari itineranti”, Franciszek Streitt

La produzione petöfiana insiste su temi “unpoetischen” come le difficoltà della vita rurale, i buoni sentimenti, l’amore fedele e coniugale, gli affetti familiari. Il poemetto “Stefano il pazzo“, in cui il protagonista col suo ottimismo riesce a cattivarsi la benevolenza di un burbero contadino, far prosperare col suo lavoro il piccolo podere della fattoria dove viene accolto e a prendere in moglie la nipote del vecchio che lì si era rifugiata perché il padre voleva farla sposare ad un uomo che non amava, si conclude con una scena di tenera intimità domestica:

“La sposina fila e canta, il nonno

e il marito giocano coi bimbi.

Fuori fischia la bufera invernale… dentro

gira la rocca e allegra risuona la canzone”

I personaggi che popolano le poesie di Petöfi sono gli ultimi: i contadini, i pastori, gli avventori e gli osti delle csárda, le tipiche trattorie ungheresi. Frequente il poeta esprime la sua solidarietà e la vicinanza ai più poveri, come in “Mondo invernale“, quando la “felicità” si trova “nella calda camera familiare” e il bracciante con sua moglie e il bambino, il soldato, lo stagnaro, l’attore e lo zingaro sono costretti a patire fuori il freddo. L’ideale del poeta è quello di una vita semplice, contenta di un piccolo mondo antico lontano dagli idoli evanescenti della gloria militare o della ricchezza. In “I tre figli” due fratelli abbandonano il padre e vanno incontro alla morte, mentre il terzo sensatamente afferma:

“Io non men vado, o padre mio

di ricchezze e d’onor non ho desio;

oltre il villaggio il mio pensier non vola,

dividerci potrà la morte sola”

Quando compaiono i nobili è perché questi sono fatti bersaglio di sarcastiche polemiche: ne “Il nobile magiaro” un pariniano “giovin signore” giustifica con orgoglio la propria inutilità, il suo disinteresse per la scienza e la sorte della patria, i debiti, la crapula e il suo ozio con un refrain basato su un borioso e fatuo diritto di nascita: “Io sono un nobile magiaro“. La visione del poeta è dominata da una simpatica serenità contadinesca, costruita sulla concretezza e l’ingenuità, ed anche quando la riflessione acquisisce sfumature pessimistiche traspare in filigrana la placida accettazione del dolore quale inevitabile realtà della vita, come nella raccolta “Foglie di cipresso sulla tomba di Etelka”, scritte per l’innamorata Etelka Csapò, morta a 15 anni, e “Nuvole“, che segnano una transeunte involuzione pessimistica.

"Sorgi magiaro", Janos Thorma

“Sorgi magiaro”, Janos Thorma

Nella poesia tirtaica di Petöfi, legata agli avvenimenti politici del 1848, l’aspirazione all’indipendenza nazionale si unisce alla necessità di una concreta giustizia sociale. Le due rivendicazioni sono inestricabilmente collegate e complementari, disattendere una delle rivendicazioni renderebbe inutile anche l’altra. Nel componimento “Ungheria” si rivolge alla “dolce mia patria“, lamentando come:

“Da una parte i tuoi felici abitanti

nell’abbondanza si strozzano;

e altrove, morti per fame

cadono nella tomba i tuoi figli”

Il popolo deve prendere coscienza della sua forza e di come dalla sua volontà dipenda la sorte dei potenti:

“Risuscitato è il mare, il mare dei popoli […] se sopra è la galea

e sotto la corrente, è il mare il signore!” (Risuscitato è il mare)

Ai poeti del XIX secolo” è una riflessione sul ruolo dell’intellettuale militante e della sua relazione col popolo. I poeti che non si impegnano concretamente nella vita civile e politica e rimangono nel cortile della letteratura sono inutili (“non è di te che ha bisogno il mondo”). A questi si oppongono coloro che, investiti di una missione divina, sono “colonne fiammeggianti” che oggi dovranno “guidare il popolo verso Canaan“. Questa lunga marcia avrà fine solo: “Quando dal cesto dell’abbondanza tutti potranno prendere ugualmente”, allora si potrà dire “fermiamoci, perché qui finalmente è Canaan”. Dalla rivoluzione nascerà una nuova patria guardando all’esempio degli antenati, non più legata ai privilegi feudali, una nuova patria dove:

“Non esistano

le superbe grandi torri del privilegio

e oscure grotte, tane di pipistrelli” (Discorso all’assemblea nazionale).

Il benessere del popolo diventa premessa dell’esistenza della Nazione:

“Date i diritti al popolo […] anche nel nome di questa patria che cadrà

se non guadagnerà un’altra colonna a sua difesa” (In nome del popolo)

Nell’inno “Canto Nazionale” (Nemzeti Dal) la lotta per la libertà nazionale e sociale diventa, allora, incalzante necessità:

“E’ un errabondo uomo senza patria

chi non osa morire quando è necessario,

chi ha più cara la sua misera vita

dell’onore della patria”

Non esistono compromessi, il grido “Sorgi magiaro, la patria chiama!” sprona ognuno alla definitiva scelta manichea tra la libertà e la schiavitù. Il sacrificio indifferibile rinnova la gloria degli antenati: “Ancora bello il nome dei magiari sarà e degno della sua antica fama”. E si perpetua nel riconoscimento dei discendenti:

“Dove le nostre tombe faranno colline,

si inchineranno i nostri nipoti”

La lotta per la libertà non riguarda solo il popolo magiaro: il poeta si esalta anche alla notizia delle rivolte contro i tiranni in Italia, dove invece delle arance:

“Gli alberi del sud

di rosse rose di sangue saranno carichi” (Italia)

Giovanni incontra Iliuska al fiume, fotogramma dal cartone animato di Marcell Jancovics del 1973

Giovanni incontra Iliuska al fiume, fotogramma dal cartone animato di Marcell Jancovics del 1973

L’amore di Petöfi per il suo popolo e le sue tradizioni trova felicissima espressione nell’epica di “Giovanni il Prode” (János vitéz). Il poema racconta le mirabolanti avventure del pastore Giovanni Pannocchia, orfanello così apostrofato perché trovato in un campo di granturco, innamorato di Iluska, un’orfana tiranneggiata dalla matrigna bisbetica. Giovanni, perso il gregge guardando Iluska mentre lava i panni presso il fiume, si allontana da casa e affronta imprese eccezionali in mondi reali e fantastici: dà fuoco ad un covo di briganti, si arruola con gli ussari e libera la principessa di Francia dai Turchi, rifiuta la sua mano e le ricchezze offerte dal re, lotta contro i giganti, sconfigge le streghe. Il poema celebra l’eroismo, l’onestà, il sentimento di appartenenza nazionale.

La storia è anche un’esaltazione dell’amore fedele e tenace che permette il riscatto degli ultimi. Giovanni raccoglie una rosa sulla tomba di Iluska morta, tenendola con sé, e, dopo varie peripezie, giunge al Regno delle Fate, dove le ragazze intrecciano i loro capelli biondi che si trasformano in venature d’oro e i bambini intessono arcobaleni coi raggi che emanano dagli occhi delle giovani. Giovanni getta la rosa nel lago fatato, questa si trasforma nella donna amata e i due diventano re e regina dell’isola.

Monumento a Petöfi a Budapest

Monumento a Petöfi a Budapest

Le numerose traduzioni in italiano, che vennero pubblicate a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, rendono l’idea del curioso interesse che ha destato presso di noi la figura di questo poeta.

Giosuè Carducci, in un saggio su Goffredo Mameli, paragona la figura di Petöfi a quella del poeta soldato italiano e di Theodor Körner, il dedicatario della manzoniana “Marzo 1821” e descrive con queste parole il carattere della sua opera:

“Nella sua poesia è tutto il sole della pusta selvaggia, è il fremere del cavallo ungherese, e il fuoco dell’ungherese vino fiammante, e la bellezza formosa delle fanciulle ungheresi […] Canta anche il dio dei magiari, perché gli rappresenta la tradizione della patria: ma sopra tutto ama e canta la libertà, la libertà di tutti i popoli”

Aleardo Aleardi nel componimento “I sette soldati”, racconto del triste destino dei soldati che dalle diverse regioni dell’Impero asburgico sono costretti a combattere contro gli Italiani, con scelte lessicali che sembrano rimandare alla fine prematura della fanciulla dell'”A Silvialeopardiano, tratteggia così la figura e la morte del poeta ungherese:

“E tu, Sándor, perivi,

dei carmi favorito e de la spada,

mentre l’arco de gli anni e di fortuna

pöetando salivi,

verga gentile d’albero plebeo,

tu la natìa favella,

che non ha madre, che non ha sorella,

ai virili educasti

metri di guerra, rustico Tirteo”