Impressionista, cubista, surrealista, cineasta, sceneggiatore, vertigine sessuale, “avida dollars”; un’esistenza che ne ospita altre infinite: uno, nessuno e centomila Salvador Dalí. Siede sul trono dorato della storia dell’arte, dal suo personalissimo XX secolo contempla e analizza i classici, tirandoli sino all’interno delle sue tele. Stravolge con sprezzo e maestria lo spazio e il tempo occupati dal ‘900, temporalità del quale si impossessa, erigendola a luogo prediletto di importanti fermenti creativi. Non c’è genio artistico senza il nome di Dalí, tutto nel suo nomen omen: Salvador.

“I miei genitori mi avevano dato lo stesso nome di mio fratello: Salvador, e, come il nome indica chiaramente, ero destinato a salvare il mondo dalla vacuità dell’arte moderna, e a farlo precisamente nell’abominevole epoca di catastrofi mediocri e meccaniche, a cui abbiamo il desolante onore di appartenere”.

Dichiarazione tratta da La mia vita segreta, autobiografia minuziosa scritta all’età di trentasette anni, documento prezioso, dentro il quale si manifesta la grandiosità di un gaudente catalano, autocelebrativo – a ragione – in opposizione all’infecondo verso della modestia. Nasce nel 1904 a Figueres, città della Catalogna, che nei suoi ottantacinque anni di vita, figurerà sempre il luogo del ritorno: il rientro in casa, in se stesso e nella sua terra. Le prime manifestazioni artistiche, non slegate da una notevole dose di eccentricità, risalgono all’infanzia, momento in cui inizia la costruzione di uno sterminato edificio chiamato Isolamento. Un’isola dove il fanciullo Salvador osserva il continente da lontano: i compagni di scuola, gli insegnanti, quella compagine di umanità che dovrebbe quantomeno incuriosirlo. Trova quell’oltre se stesso, solo materia inutile, incapace di fecondarlo in alcun modo. L’edificio Isolamento si estende nella fase adolescenziale; all’interno l’artista confina anche l’amore. La precoce e approfondita conoscenza della fragilità delle sue emozioni lo incalza nella direzione di un verso costrittivo: comprimere dunque ogni possibile slancio verso l’immagine femminile. In direzione di tale segno, per cinque anni si allena al gioco, non poco doloroso per la vittima prescelta, dell’amore non consumato. Un’attività che prevede la scelta di una fidanzata, la promessa di non innamorarsene, il veto a un rapporto carnale completo, tutto nel fine di operare sottomissione e dipendenza. È lo sfoggio di un potere praticabile su qualsiasi essere umano.

“Ho imparato a riconoscere nell’amore non consumato, una mia potentissima arma. Lei si trovò a essere, come Isotta, l’eroina tipo in una tragedia di amore sterile, qualcosa che, nel campo dei sentimenti, equivale al cannibalismo ferocissimo della mantide religiosa, che divora il maschio nel giorno delle nozze, e durante lo stesso atto d’amore. Ma la chiave di volta, nella cupola di torture da me eretta per proteggere lo sterile amore della mia innamorata, era senza dubbio la nostra comune consapevolezza del mio assoluto distacco”.

Prima Immagine S.D.
L’attività che l’artista presta al certosino lavoro nella costruzione dell’isolamento è lastricata di fragilità. Debolezze che, con il passare del tempo, si fanno compulsioni, agriotimìe e ossessioni. A un’emotività eccessivamente permeabile, fa da contrappunto un visibile alcinesco quasi calamitante, fatto di abiti costosi, capelli lunghi, eleganti bastoni da passeggio e finanche un trucco agli occhi bistrati di nero.
La perdita della madre incrina fatalmente nel giovane Dalí le sue emozioni, conosce il trauma ed è costretto all’ammissione che l’Ego non può competere in alcun modo con la morte. Trascorsi gli anni delle scuole, il padre, da sempre contrario alla carriera artistica del figlio, davanti all’evidenza di un estro non comune, finalmente acconsente alla sua volontà di entrare nell’Accademia di Belle Arti di Madrid. Luogo che rappresenta per Dalí un’ulteriore moltiplicarsi di vite: c’è lo studente ascetico, il cubista maniacale, l’insolente fomentatore, il dandy bevitore e infine il prigioniero per sbaglio. L’allievo più illustre, animato da impeti monarchico-anarchici, si ritrova accidentalmente in un momento insurrezionale catalano. Per un mese viene recluso nel carcere di Gerona. Nel 1926 viene espulso dall’Accademia, cacciata, non proprio velatamente, da tempo bramata dall’artista, che avverte già da molto il richiamo di Parigi. Nel 1929 è ne la Ville Lumière ad abbacinare, dal suo trono, i tetti che sorvegliano pennelli e tele. Subito all’interno del movimento Surrealista, prima della sua espulsione, introduce il metodo critico paranoico, un procedimento sviluppato dopo l’incontro con il filosofo e psichiatra francese Jacques Lacan. L’elaborato, muovendosi necessariamente dalla teoria surrealista che vede l’inconscio come uno strumento per creare immagini, mediante la costruzione delle stesse, afferra tonalità di patologia, opponendo all’iperrealismo lucido della figura, una forma onirica maniacale e catastrofica. Tale metodo viene altresì spiegato in un’eccezionale puntata televisiva del 1959, nel programma Incontri condotto dal giornalista Carlo Mazzarella. Il sistema, spiega l’artista, è un’operazione nel quale è possibile ottenere la massima capacità della conoscenza umana, relativa alla struttura blanda, ossia molle. La prima associazione avviene naturalmente con l’opera La persistenza della memoria.

 

“La persistenza della memoria” (1931)

“La persistenza della memoria” (1931)

I celebri orologi molli, giacenti in questa tela del 1931, sottolineano la deformazione operata dallo sguardo dell’artista su di essi. L’orologio si discioglie al sole su una veduta di Port Lligat, fluisce nel paesaggio dove viene ospitato. L’occhio con lunghe ciglia evoca lo sguardo di un sogno e dunque dell’inconscio. I misuratori temporali, di fatto, disegnano la foggia psicologica del tempo: il decorrere, dentro l’intuizione umana, prende una rapidità e un significato differente, intimo, che accoglie solo la dialettica della rievocazione e della disposizione d’animo. L’unico orologio non alterato è assalito dalle formiche, a indicare comunque l’azzeramento dell’elemento razionale e del tempo oggettivo e cronologico. Tutto è dominio del sogno, dove la temporalità si confonde nel prima e nel dopo, annullandosi nell’onirico.
Il verso è quello di una fenditura che si trasferisce in una vera e propria estasi visiva in perenne mutamento. Nell’arte di Dalí, tra dissoluzione e ripresa, il gesto si dispone anche nel bel mezzo di fosche e celate pulsioni sessuali.
Dopo aver scompaginato anche il movimento Surrealista, André Breton lo liquida con un marchio, un anagramma del nome: avida dollars. A ogni espulsione, il suo personalissimo edificio di isolamento, in accordo con la sua genialità, crescono all’unisono. Dalí è vertigine pura, apoteosi dell’uomo e dell’artista; nella pennellata come nella pellicola: insieme al regista Luis Buñuel è il creatore di Un Chien Andalou, pellicola impeccabilmente descritta dal politico e scrittore spagnolo Eugenio Montes:

“Buñuel e Dalí si sono risolutamente posti al di là della barriera definita buon gusto, al di là di quanto è gradevole, epidermico, frivolo, francese. Un passaggio del film è sincronizzato con la sinfonia del Tristano: sarebbe stato meglio preferire la Jota di Pilórica, di colei che non volle essere francese, ma aragonese, spagnola di Aragona, dell’Ebro, questo iberico Nilo. Barbara, elementare bellezza, la luna e il deserto dove il sangue è più dolce del miele riappaiono al cospetto del mondo. No! No, non guardate le rose di Francia! La Spagna non è un giardino, lo spagnolo non è un giardiniere! La Spagna è un pianeta e le rose del deserto sono asini imputriditi. Un Chien Andalou stabilisce una data nella storia del cinema, una data scritta col sangue secondo il gusto di Nietzsche, secondo il costume spagnolo”.

Nelle parole di Dalí:

“Il film produsse esattamente l’effetto che desideravo e affondò come una spada nel cuore di Parigi, uccidendo in una sera dieci anni di falsa avanguardia intellettuale del dopoguerra”.

 

“Un Chien Andalou” (1929)

“Un Chien Andalou” (1929)

L’edace inquietudine del genio catalano è la guida virgiliana nella maestosità delle sue opere. Ma figura anche la pistola caricata a seduzione che miete vittime in ogni canto. In luogo di scrittura, il poeta e amico Federico García Lorca, non franco da una certa attrazione, dedica una sorta di busto letterario all’artista: Ode a Salvador Dalí. Il libro rappresenta, pur nelle distanze estetiche, un’attestazione di importante considerazione, nonché la testimonianza di un’amicizia e un affetto che riescono a penetrare nel mondo daliniano.

Oh, Salvador Dalí, dalla voce olivastra!
Dico quel che mi dice la tua persona e i quadri.
Non lodo il tuo imperfetto pennello adolescente,
canto la traiettoria ferma delle tue frecce.
Canto il tuo eccelso sforzo di luci catalane,
il tuo amore per tutto ciò che si può spiegare.
Canto anche il tuo cuore astronomico e tenero
come carne francesi, senza alcuna ferita.

Ma il genio, l’invenzione di un metodo paranoico-critico per interpretare la realtà, l’amore per il lusso, le esaltanti visioni animalesche (da non dimenticare l’interesse per la rappresentazione del mondo animale), la glorificazione di un’esistenza gaudente, la personalità fortemente istrionica e finanche l’incontro con tutti gli artisti del periodo, non sono nulla senza la deflagrazione più squarciante: l’incontro atomico con Elena Dmitrievna D’jakonova, ossia Gala Éluard, poi Dalí. Moglie del poeta surrealista Paul Éluard, rappresenta sin dal primo istante per il pittore catalano, la rottura dell’isolamento emozionale e il crollo della sua isola, ma in un paradosso, al contempo il rafforzamento della solitudine nel congiungimento di due creature che si fanno un’unica entità artistica, carnale e umana. Gala è colei che comprende, scende nei luoghi più ameni della personalità di Dalí e ne risale illesa poiché lei è in lui e lui in lei. Gala è ancora la donna che lenisce le ferite psichiche di una mente particolarmente esposta ai richiami. Nella descrizione del Dalí finalmente abbandonato a un altro essere, il quadro più lucente:

“Un unico essere ha raggiunto un piano di vita paragonabile alle serene perfezioni del Rinascimento, e quest’essere è precisamente Gala, la moglie che per un autentico miracolo ho potuto scegliere. Gala è composta dalle divine attitudini, dalle espressioni tipo-nona-sinfonia che, traducendo i contorni architettonici di un animo perfetto, si cristallizzano nelle linee della carne, nella superficie della pelle, nelle spume marine di gerarchie privatissime e rigorose, schiarite da un delicatissimo alitare di sentimenti, e si induriscono, si organizzano, si fanno architetture umane”.

 

“Mia moglie, nuda, guarda il suo corpo diventare gradini, tre vertebre di una colonna, cielo e architettura” (1945)

“Mia moglie, nuda, guarda il suo corpo diventare gradini, tre vertebre di una colonna, cielo e architettura” (1945)

Gala è la vita e la morte di Dalí, il ponte tra il genio e lo scorrere del tempo reale. Al termine della sua vita, avvenuta sette anni prima del pittore, il talento dell’amante inizia pian piano ad affogare in una lenta preparazione, che lo porti al seguito della sua Gradiva. La straordinarietà visionaria di un genio eccezionale resta impressa nelle opere di una vita che ha visto uno, nessuno e centomila Salvador Dalí.