“Dovete prendere queste cose con calma e dovete pensare che quello che sto facendo è un dovere che qualsiasi nicaraguense che veramente ama la sua patria avrebbe dovuto fare molto tempo fa. Se prenderete le cose come io desidero, vi dico che sarò felice.” (Rigoberto Lopez Perez a sua madre, prima di morire)

21 Febbraio 1934. Sotto un cielo stellato, sul monte La Calavera, veniva assassinato secondo gli ordini del capo della Guardia Nacional, Anastasio Somoza, il rivoluzionario nicaraguense Augusto Sandino. Quel coltivatore di caffè proveniente dagli sperduti monti del Sudamerica aveva lottato contro i marines e l’occupazione americana nel territorio del suo popolo, aveva guidata una rivoluzione, aveva fondato una cooperativa di lavoratori, finché non fu definitivamente ucciso.

Tuttavia la scintilla che brillava negli occhi di Sandino, e tutto ciò che la sua figura rappresentava non venne mai spenta, ma fu tramandata nel tempo da tutti coloro che lo conobbero, da tutti coloro che seppero del suo coraggio e del suo sacrificio.

Tra questi vi fu un giovane poeta e compositore, Rigoberto Lopez Pérez. Nacque da una famiglia umile e pubblicò le sue prime poesie all’età di 17 anni. A causa di un forte sentimento nei confronti di Zelaya Castro si trasferì nella capitale nicaraguense, Managua, dove venne per la prima volta in contatto con i moti rivoluzionari del PLI (Partito liberale Indipendente), che si opponeva all’ufficiale PLN (Partito Liberale Nazionalista) che dalla morte di Sandino fu sotto il controllo della famiglia Somoza.

Il PLI, improntato sulle idee del generale Sandino lottava contro quella che nel tempo divenne una vera e propria dittatura di Anastasio Somoza, che abolì i partiti e le elezioni, sciolse il parlamento e si assicurò la facoltà di scegliere il successore. Le stragi di attivisti e oppositori – attuate dal suo regime repressivo – arrivarono in quegli anni a toccare le 15-20.000 vittime. Se il Nicaragua era riuscito a liberarsi dell’occupazione dei Marines, non si liberò della presenza americana, che intrattenne rapporti con il governo di Somoza corrotto dalla politica statunitense. Gli USA consideravano il dittatore come un punto di riferimento anti-comunista nella regione, e Franklin Delano Roosevelt affermò su di lui: “sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”.

Nel 1954 vennero assassinati due suoi compagni, e da quel giorno Rigoberto Lopez comprese che l’unico modo per vincere la dittatura era quello di eliminare Somoza e far così insorgere la rivoluzione. Nel 1956 passò la sua ultima sera con sua madre, leggendogli la sua prima poesia “Confesion de un soldado”, poi si vestì con una camicia bianca e un pantalone azzurro – i colori della sua bandiera – e si recò a casa di Obrero dove vi fu una festa alla quale partecipava il dittatore. Grazie ad un amico riuscì ad infiltrarsi e sparò cinque colpi di rivoltella su Somoza, che morì una settimana dopo. Rigoberto ricevette immediatamente un pioggia di pallottole e morì sul posto, ma la rivoluzione non esplose.

Anche qui, come per Sandino, questo gesto eroico sembrò – seppure coraggioso – inizialmente inutile. Alla morte del padre gli succedette il figlio, e la dittatura durò ancora per molto. Ma nel 1961, sugli ideali che questi due rivoluzionari, Sandino e Rigoberto Lopez, avevano portato avanti con così tanta passione, si fondò il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, che trionfò nel 1979. Il governo a quel punto acclamò Rigoberto Lopez, quell’umile poeta con la passione per la musica, come eroe nazionale, e il suo gesto segnò “l’inizio della fine della dittatura”.