«Lo storico non può essere unilaterale, non può negare aprioristicamente le “ragioni” di una parte e far proprie quelle di un’altra. Può contestarle, non prima però di averle capite e valutate».
R. De Felice

Il nome di Renzo De Felice è passato alla storia con l’accostamento immediato all’aggettivo di “revisionista”, in seguito ai notevoli contributi di revisione storica, di analisi alternativa e di approfondimento ch’egli elaborò in merito ad uno tra i più importanti e decisivi fenomeni che caratterizzarono la storia d’Italia per un intero ventennio: il fascismo. Renzo De Felice fu uno tra  i più illustri ed acuti storiografi italiani che seppe, indubbiamente, riportare tale disciplina – la storiografia – verso la sua rotta naturale. E lo fece all’interno di un contesto d’opinioni fortemente caratterizzato da una tendenza atta a concepire i fatti storici passati secondo le logiche esclusive di una precisa élite politico-intellettuale dominante. La sua fu un’interpretazione schietta, matura, razionale e documentata dei fatti storici.
Il suo revisionismo, la sua ostinata ricerca della verità, la sua visione della storia (intesa come insieme di fenomeni sociali, politici, economici e culturali, da studiare a partire da analisi contestualizzate delle cose ), tuttavia, furono spesso bersaglio di numerosi attacchi e di critiche feroci da parte di coloro che percepivano scomodamente tali operazioni.

De Felice era nato a Rieti, l’8 aprile del 1929, ed era figlio di un funzionario di dogana. Nel 1949, consegue il diploma presso il liceo classico “Marco Terenzio Varrone” di Rieti (lo stesso nel quale si diplomò, anni prima, Indro Montanelli). Dopo gli studi classici, si iscrive, in un primo momento, alla facoltà di giurisprudenza (dell’Università “La Sapienza” di Roma), abbandonando, quasi subito, gli studi in legge ed iniziando a seguire, già dall’anno successivo, i corsi di filosofia (laureandosi, poi, nel 1954). Tale scelta fu dettata, probabilmente, dal fatto che alla base del suo pensiero giovanile e al suo orientamento politico (di stampo marxista) risiedeva l’idea secondo la quale, ai fini della comprensione del reale e della storia fosse indispensabile lo studio e la conoscenza della filosofia. In questi anni, è anche iscritto al Partito Comunista Italiano, perseguendo un orientamento filo-trotskista, partecipando ad alcune contestazioni ed acquisendo, tuttavia, una linea di pensiero sempre in sintonia con la dottrina di Marx, ma sempre più indipendente ed autonoma rispetto a quelle dominanti di partito. Gli studi marxiani, infatti, saranno determinanti nella formazione culturale e nell’impostazione di pensiero di Renzo De Felice, e, lui stesso asserirà che “Oggi nulla, salvo che l’essere stato marxista e comunista mi ha immunizzato dal fare del moralismo sugli avvenimenti storici”.

Il concetto filosofico applicato alla storia che emerge da tali considerazioni, è quello di una storia intesa come un rapporto di forze, di poteri e di concatenazioni legislative, di causa-effetto, come moltiplicarsi di fenomeni socio-umani che necessitano d’essere analizzati con critica intelligenza, tenendo conto delle sue immense sfaccettature e, soprattutto, delle sovrastrutture culturali dell’epoca. Un’indagine storica che non individua “buoni” o “cattivi”, ma, semplicemente, fatti ed avvenimenti nel loro essere tali, determinati da precise implicazioni temporali e non dal “fato”. Compito dello storico è quello di presentare nella forma più veritiera possibile la realtà sociale, economica, culturale, politica e psicologica del tempo, senza cadere nel giudizio di parte o nello sterile moralismo. La storia ed il passato non si giudicano, si conoscono. Questa potrebbe essere la sintesi della visione di De Felice. Egli, nei suoi contributi storici, applicò sempre tale metodo di ricerca, iniziando ad interessarsi, inizialmente, ad argomenti di storia moderna, approfondendo analisi intorno al giacobinismo italiano e sulla storia degli ebrei durante il periodo della Repubblica romana del 1798-1799. In questi anni ottenne anche una borsa di studio presso l’Istituto per gli studi storici di Napoli (che fu fondato da Benedetto Croce). Ma il periodo di maggior fermento intellettuale di De Felice, nel quale le sue riflessioni ed i suoi studi iniziano ad indirizzarsi verso la storia contemporanea ed, in particolare, la storia del fascismo e della figura di Benito Mussolini, inizia a partire dagli Anni sessanta. E, a partire, da quest’epoca, inizia altresì il suo calvario sia accademico che privato, e lo spietato linciaggio intellettuale da parte, soprattutto, degli ambienti della sinistra benpensante del tempo e da tutto quel nucleo politico che vedeva nella retorica sull’antifascismo, oltre che un dogma inconfutabile, una ragione di cultura politica. De Felice, dagli Anni sessanta, infatti, inizierà una matura e ragionata pubblicazione di una serie di volumi intorno alla storia del fascismo, cercando, con l’utilizzo di una dettagliata documentazione ed in seguito ad un lungo zelo nello studio, quali fossero le ragioni di tipo storico dell’ascesa del fascismo in Italia, quanto il consenso degli italiani abbia influito sulla prese del potere da parte di Mussolini e quale nesso profondo esistente, tra il pensiero socialista e quello fascista.

De Felice non compì di certo  alcuna apologia dell’ideologia fascista, ma si attenne, con criterio storico, all’analisi oggettiva delle strutture politiche e sociali che si annidavano nel contesto culturale dell’Italia del tempo, producendo una profondissima genealogia razionale dello sviluppo e dell’evoluzione del pensiero fascista, a partire dal rivoluzionarismo originario di Mussolini, passando per la presa del potere, la ricerca del consenso, l’organizzazione dello Stato e la creazione del regime totalitario, fino a culminare con l’episodio drammatico della guerra e con la fine definitiva del potere di Mussolini.

Molti dei critici di De Felice sostennero ch’egli, nella sua genealogia storica abbia peccato d’eccessivo elogio del regime fascista, di mancanza di enfatizzazione di certi fatti negativi dell’esperienza fascista ed un certo tentativo di de-responsabilizzare Mussolini rispetto a certe decisioni (come l’intervento con mezzi chimici contro la popolazione etiope) -critiche che possono, certamente, venir considerate legittime- , certi, addirittura, ostacolavano le sue lezioni universitarie (al fine di mostrare il proprio disappunto rispetto al suo colossale lavoro), ma, molti altri, riconobbero in lui una certa abilità descrittiva riconoscendo il valore delle sue considerazioni, che aprirono, indubbiamente, le strade ad un processo di revisione critica della storia del fascismo divincolata rispetto alle logiche “politicamente corrette” dell’ideologia dominante. De Felice, per quanto riguarda il suo personale orientamento politico non era di certo fascista, ma le sue riflessioni altro non sono che il risultato della sua personale visione del mondo e della storia come un oggetto di studio contestualizzato, degno d’essere analizzato nel suo essere puro e veritiero. Renzo De Felice morirà a Roma il 26 maggio del 1996, dopo aver donato alla cultura, oltre che importanti contributi intellettuali, anche importanti lezioni sul piano storiografico.