“Il Mio cuore è divenuto capace di accogliere
 ogni forma,
è pascolo per le gazzelle,
un convento per i monaci cristiani,
è un tempio per gli idoli,
è la Ka’ba del pellegrino,
è le tavole della Torah,
è il libro sacro del Corano.
Io seguo la religione dell’amore,
quale mai sia la strada
che prende la sua carovana:
questo è mio credo e mia fede”.
Ibn l-Arabi, dal Tarjuman Al-Ashwaq

C’è una chiesa a Roma. Questa affermazione, priva all’apparenza di ogni funzione, essendo il numero di chiese presenti nella capitale d’Italia estremamente alto, serve a trasportarci in un luogo che può aiutarci a comprendere ciò di cui stiamo per parlare. Questa chiesa, sita in una traversa di via Labicana, alle spalle del Colosseo, è la Basilica di San Clemente.
Diversa da ogni altra, dimora dei frati predicatori, meglio conosciuti come Domenicani, la chiesa di San Clemente è composta da tre livelli. Il Primo, quello della basilica superiore, risale al XII secolo e si presenta oggi come un’affascinante commistione di stili, che si sono susseguiti dall’epoca della sua costruzione sino alle modifiche e alle ristrutturazione protrattesi fino al XVIII secolo. Un secondo livello, a cui si accede scendendo sottoterra, è costituito dalla Basilica antica, risalente probabilmente al IV secolo d.C. Anche il livello inferiore , forse unico nel suo genere e per questo ancor più suggestivo, ha subito aggiunte e modifiche nel tempo, arricchito da meravigliosi affreschi che narrano i miracoli e la storia del Santo. Ma c’è di più. Perché ad un livello ancora più basso rispetto alle due basiliche, permangono oggi i resti di una casa patrizia, in cui una zona era dedicata al culto di Mitra, divinità adorata sia nella cultura greco-romana sia in quella indo-persiana.
La tradizione cristiana, le sue radici e la sua evoluzione, e la tradizione pagana, rappresentata da una dea il cui culto ha travalicato le civiltà arrivando a Roma dalla lontana India, insieme in un unico complesso. Quasi unite da un filo impercettibile, le icone e i luoghi dei due culti sono ancora oggi coincidenti, uno sopra l’altro, intatti da più di 1500 anni come a simboleggiare un unicum inscindibile. Ecco, questa immagine forse, può dare l’idea dell’assunto principale su cui ruotano gli studi e gli scritti di uno degli intellettuali più atipici del nostro tempo: René Guénon.

Nato cattolico il 15 novembre 1886 a Blois in Francia, morì musulmano il 7 gennaio 1951 a il Cairo. Secondo i più smaliziati la causa della sua apostasia è da ricercare nel mancato successo delle sue idee in alcuni ambienti della intellighenzia cattolica. Una cosa è certa: non mancano detrattori al pensiero, a suo modo rivoluzionario, di René Guénon. Dal nostrano Umberto Eco – che assieme ad altri accademici rifiuta l’intero impianto del pensiero di Guénon – agli ambienti intellettuali cattolici contemporanei, che gli rimproverano, oltre all’affiliazione alla Massoneria Scozzese e a confraternite Sufi,  una presunta scarsa considerazione della dottrina  e della religione cristiana, nonché l’assunto principale del suo pensiero: la comune origine delle tradizioni particolari in un’unica e autentica tradizione primordiale.
La collaborazione a molte riviste degli ambienti più eterogenei, l’insegnamento in patria e nelle colonie hanno caratterizzato la vita di Guénon, sino al trasferimento a Il Cairo, in cui l’intellettuale francese continuerà a studiare e a scrivere sino alla morte, mantenendo rapporti epistolari con studiosi di tutto il mondo.
Ma più che la sua vita, ad essere d’estremo rilievo ed interesse, sono i suoi studi e il suo pensiero. Dal Taoismo all’origine dei numeri, dalla Cabala alla Divina Commedia di Dante sino all’Esoterismo Islamico, la materia di lavoro del “Great Sufi”- così sorpannominato da Shri Ramana Maharshi, noto mistico Indiano –  è sconfinata. L’elemento centrale però, il perno intorno a cui questa ricerca perennemente ruota, è quello che abbiamo cercato di descrivere richiamando l’immagine della Basilica di San Clemente: l’unità primordiale delle Tradizioni. Tale concetto, di per sé oltremodo affascinante, è esplicato da Guénon in grandissima parte dei suoi scritti.

Ma quello che forse più di tutti riesce a darne l’immagine più definita in è il saggio “Il Re del Mondo”, comparso in Francia nel 1925.
Sull’onda di due testi: Mission de l’Inde di Saint Yves d’Alveydre e Bétes, Hommes et Dieux di Ferdinand Ossendoswki, relativi ad un antico centro iniziatico dell’Asia,  situato in un mondo sotterraneo le cui ramificazioni si estendono in tutto il mondo: l’Agarttha. L’originale ed eclettico pensatore francese decise di scrivere un saggio in cui chiarì gli aspetti simbolici e la storia di questo centro; esponendo con chiarezza e scorrevolezza disarmanti tutti i collegamenti e i punti in comune che i caratteri chiave dell’Agarttha e del suo Capo, Il Brahmatma – il Re del mondo – presentavano con tutte le tradizioni. Dall’Ebraismo al Cristianesimo, passando per l’Islam siano alla leggenda del Graal e dei cavalieri della tavola rotonda, il quadro tracciato con estrema maestria dall’autore, si apre sempre di più al lettore capitolo per capitolo, disegnando una fitta trama di rimandi tra le varie tradizioni, tale da far porre degli interrogativi anche al più scettico tra gli uomini.
Ma l’Agarttha, l’inaccessibile centro di cui SainyYves e Ossendoswki parlano nei rispettivi testi, non è stato sempre nascosto. È lo stesso Ossendowski infatti ad indicare, come riporta lo stesso Guénon all’interno del saggio, che il centro è nascosto da circa seimila anni, data in cui si fa risalire l’inizio della nera età del ferro: il “Kali Yuga”.

Tramite il rimando al Kali yuga, definito dal pensatore tradizionalista come periodo di oscuramento e confusione,  si snoda l’aspra critica alla modernità che caratterizza la totalità dell’opera dell’autore.
È l’allontanamento dall’unità primordiale, dalla verità e dall’ “unica e vera conoscenza” ad essere per Guénon il tratto caratterizzante dell’età moderna, del Kali Yuga. Questa confusione comporta un continuo fraintendimento della realtà, dei simboli e della tradizione, tutti distorti sotto la lente del profano, delle moderne filosofie e delle  scienze contemporanee, che ,scollegate dai principi, a nulla possono portare se non ad accidentali e parziali verità.
In un articolo comparso sulla rivista “Voile D’Isis” nel 1935 : “Le arti e la loro concezione tradizionale”, contenuto in Italia nella raccolta Il Demiurgo e altri saggi, edita da Adelphi, Guénon si scaglia contro il concetto moderno di arte, ridotto al solo significato di “Belle arti”, rivendicando il più ampio valore del termine che ricomprendeva in sé anche i mestieri, e sottolineando come la perdita della funzione iniziatica di tali “arti” le abbia svuotate della loro funzione principale. Nello stesso articolo Guénon esprime un’altra tagliente critica alla modernità e al suo approccio scientifico, denunciando che “ Il concetto di scienze strettamente specializzate e separate le une dalle altre è nettamente antitradizionale, in quanto rivela una mancanza di principio, ed è caratteristico dello spirito analitico, che ispira e regola le scienze profane, mentre ogni punto di vista tradizionale può solo essere essenzialmente sintetico”. L’iniziazione, è per lui – l’importanza che egli attribuisce a tale concetto è stato in parte criticato dallo stesso Julius Evola, il quale prediligeva l’approccio individuale rispetto all’affiliazione ad organizzazioni –  è un elemento ricorrente nella sua opera e nella  sua vita . Questi, come abbiamo già detto affiliato alla massoneria scozzese e  a confraternite Sufi, espresse un elitarismo reale e scevro da ogni ostacolo moraleggiante, affermando più volte come solo “pochi eletti” possano essere atti a ricevere la vera conoscenza. È cruciale il ruolo che Guénon affida ad alcune organizzazioni come i Templari e i Rosacroce nei suoi scritti, sottolineando come la dipartita di questi ultimi verso l’Asia abbia fatto cessare gli scambi spirituali e i contatti con i centri iniziatici tra Oriente e Occidente.

In un altro articolo comparso sulla rivista Études Traditionnelles nel 1940, intitolato “La Diffusione della Conoscenza e dello Spirito Moderno” egli – per usare un espressione semplicistica ma che plasticamente rende l’oggetto dell’argomentazione – critica la tensione della modernità di “sacrificare la qualità per la quantità”. Secondo lo scrittore francese  infatti “ La diffusione sconsiderata di una istruzione che si pretende di impartire a tutti, attraverso forme e metodi identici, non può portare che a una sorta di livellamento verso il basso; qui come dappertutto nella nostra epoca la qualità è sacrificata alla quantità”.
Come altri prima di lui, l’intellettuale francese vedeva nell’Oriente, specificamente nell’India, un luogo in cui la spiritualità e  dunque una coscienza e una predisposizione maggiori verso la verità e la tradizione primordiale, si fossero conservate a differenza dell’Occidente, in cui sempre a sua detta non esistono nemmeno le parole per rendere ed esprimere alcuni concetti fondamentali.
Nonostante le critiche voltegli, come sopra riportato, da un certo ambiente cattolico, è proprio nel cristianesimo che Guénon riconosce l’unico reale ed effettivo collegamento tra l’Occidente e la tradizione primordiale, con i dovuti caratteri peculiari che ogni tradizione particolare presenta.
È una logica che oggi pare quasi assurda, e che, anche per i più ben disposti, risulta ardua da penetrare.

Quello che rimane, a prescindere dall’ efficacia delle tesi sostenute è la tenacia intellettuale, sono la difficoltà e la vastità degli argomenti trattati, la scorrevolezza dei testi che li rende accessibili anche ad un pubblico non specializzato, e ,soprattutto, lo sforzo titanico di chi non riconoscendosi nelle istanze del suo tempo le ha combattute con la più profonda conoscenza.
Al termine del saggio Il Re del Mondo, Guénon cita Jospeh De Maistre, pensatore francese del XIX secolo: ”Dobbiam tenerci pronti per un avvenimento immenso nell’ordine divino, verso il quale procediamo a velocità accelerata che deve colpire tutti gli osservatori. Temibili Oracoli annunciano già che i tempi sono giunti”; dicendo che tale frase è ancor più vera al suo tempo di quanto non lo fosse quando fu pronunciata. E chissà se questo tristo Vaticinio non sia ancor più vero oggi. Chissà…