Nel suo voluminoso studio sulle credenze religiose, lo storico romeno Mircea Eliade racconta un aneddoto che a suo tempo, agli inizi del 1940, venne ampiamente discusso dalla stampa ateniese e greca. Ad una fermata dell’autobus Atene – Corinto, salì una vecchia magra con grandi occhi vispi. Poiché non aveva denaro per pagare il biglietto, il conducente non poté far altro che farla scendere alla fermata di Eleusi. Ma lo stesso autista non riuscì più a rimettere in moto il veicolo e, su richiesta degli altri viaggiatori che fecero una colletta per pagare il biglietto alla vecchia, riammise la donna sull’autobus che ripartì tranquillamente. Tuttavia, questa, visibilmente corrucciata, scagliò una inusuale condanna agli astanti:

“Avreste dovuto farlo subito, ma siete degli egoisti; e già che sono qui, vi voglio dire ancora una cosa: sarete castigati per il modo in cui vivete; vi saranno tolte persino l’erba e l’acqua”

E dette queste parole, la donna sparì tra lo sbigottimento e l’incredulità generale per quanto appena visto. Nessuno avvenimento come l’incendio del santuario di Eleusi, ad opera del re dei goti Alarico nel 396 e.v., può meglio indicare temporalmente la fine dei misteri eleusini. Tuttavia, la scomparsa del rituale iniziatico e la distruzione del tempio non comportano necessariamente l’abbandono del luogo da parte del divino. Esso, semplicemente, si occulta all’uomo resosi incapace di vederlo salvo palesarsi sporadicamente come nel caso della vecchia sull’autobus che in molti, pur nel XX secolo, associarono alla divina Demetra.

Demetra, Persefone e Trittolemo

Demetra, Persefone e Trittolemo raffigurati su uno dei rilievi marmorei di Eleusi, oggi conservato presso il Museo archeologico nazionale di Atene. Opera di età augustea in stile arciaizzante, 27 a.e.v. – 14 e.v.

Platone fu il primo a riconoscere come il soccombere dell’uomo alla quotidianità ed alle correnti vedute sull’ente comporti l’occultamento dell’essere e come questo occultamento produca quella “dimenticanza” che fa sembrare che l’essere non ci sia. Porfirio, nato a Tiro nel 233 e.v. ed iniziato ai misteri eleusini, visse appieno l’epoca di angoscia del politeismo e dedicò tutta la sua vita, tanto da sacrificare il suo stesso (seppur tardo) matrimonio, alla causa della riscoperta della religiosità tradizionale greco-romana in contrapposizione alla diffusione del cristianesimo.Il suo obiettivo era quello di integrare l’irrazionale della magia nel razionale della filosofia. Ed a questo atteggiamento fecero seguito altri esponenti del neoplatonismo come Giamblico, Proclo e l’imperatore Flavio Claudio Giuliano. A chi lo definisce come un filosofo eclettico, sempre pronto a cambiare opinione di fronte ad un nuovo maestro, si può facilmente obiettare che, al contrario, il suo pensiero fosse un originale connubio tra filosofia, poetica, filosofia ermeneutica ed esegesi religiosa.

Tanto che la sua fama non può essere legata solo ed esclusivamente a quell’Isagoge che, secondo gli studiosi arabi alto-medievali, “rese comprensibili le opere di Aristotele”. Nato come Malco (re in siriaco), secondo Eunapio di Sardi (che lo definì addirittura come “filosofo divino”), Porfirio ottenne questo soprannome, con il quale divenne famoso, dal filologo ateniese Cassio Longino (conosciuto all’epoca come “biblioteca vivente”) in virtù della straordinaria regalità delle sue vesti e del suo portamento. Proprio Longino, alla pari del teologo cristiano Origene, fu uno dei principali maestri di Porfirio. Tuttavia, colui che ebbe un maggiore influsso sulla costruzione della visione filosofica porfiriana fu quel Plotino di cui lo stesso pensatore di Tiro scrisse una biografia che avrebbe dovuto fungere da vero e proprio “anti-vangelo”.

Testa marmorea di Platone. Copia di epoca romana da una versione originale di Silanion, oggi conservata presso la Gliptoteca di Monaco di Baviera. II secolo dell'era volgare

Testa marmorea di Platone. Copia di epoca romana da una versione originale di Silanion, oggi conservata presso la Gliptoteca di Monaco di Baviera. II secolo dell’era volgare

Plotino, “che aveva l’aspetto di qualcuno che si vergogni di essere in un corpo”, nella prospettiva porfiriana, era infatti un uomo divino pari o superiore a Gesù. Se Gesù era il logos fattosi carne, Plotino era la manifestazione del nous fattosi carne. Se Gesù si circondava di umili, Plotino si circondava di nobili ed iniziati. Alla sua scuola romana, d’altronde, si recavano anche molti cristiani, zoroastriani, caldei, così come molti cultori dell’antica religione egizia. Uno di loro, narra Porfirio nella Vita di Plotino, invitò il maestro neoplatonico nel tempio romano di Iside sfidandolo ad invocare il suodemone custode”. Quando Plotino evocò il suo demone, il sacerdote egiziano fu sbalordito dal constatare che al posto di un essere di grado inferiore apparve un vero e proprio dio.

Infatti, secondo il responso degli oracoli, l’anima di Plotino, liberata dal corpo, era già superiore agli stessi demoni in quanto egli aveva preparato in vita la propria beatitudine attraverso la contemplazione delle idee eterne. Così, al momento della sua morte, i presenti videro un serpente (animale spirituale per eccellenza e simbolo della virtù che toglie la stanchezza dal corpo) uscire da sotto il letto nel quale si trovava il corpo del maestro neoplatonico per infilarsi in una frattura nella parete della stanza. Plotino, considerando i soli dialoghi platonici come “testi sacri”, cercò di ristabilire quell’equilibrio tra logos e mythos che si era smarrito già con i primi successori di Platone all’Accademia di Atene (soprattutto Speusippo e Senocrate). Questi, infatti, si mossero verso una matematizzazione del logos che perse di vista l’interazione fondamentale tra i due elementi alla base della filosofia e della cultura greca.

Particolare del sarcofago di Plotino che ritrae il maestro neoplatonico con i suoi discepoli. III secolo dell'era volgare

Particolare del sarcofago di Plotino che ritrae il maestro neoplatonico con i suoi discepoli. III secolo dell’era volgare

Con l’ellenismo, parafrasando il filosofo tedesco Martin Heidegger, si rese necessario l’incontro ed il confronto tra il Dasein greco e quello orientale. Il platonismo, sotto certi aspetti, recuperò la sua essenza originaria ma subì inevitabilmente l’influenza dei culti iranici ed egiziani. Un’influenza che portò allo sviluppo di dottrine sincretiche (come l’ermetismo), alla diffusione dei culti misterici ed alla rilettura in chiave platonica dei testi sacri del giudaismo. La rigida concezione iranica del dualismo tra bene e male introdusse anche un altro aspetto nella cultura greca: la dogmatizzazione del mythos. Ora, in un contesto profondamente segnato dalla decadenza degli oracoli e dal tramonto del politeismo, e più in generale della cultura greco-romana, Porfirio, sulla scia del suo maestro prediletto, si fece interprete della necessità di rileggere la mitologia in chiave filosofico-religiosa.

Porfirio cercò di spiegare la filosofia con gli oracoli e di dimostrare come il messaggio evangelico non avesse apportato alcuna novità sul piano morale e religioso. Se Origene fu il primo ad utilizzare il termine teosofia come “sapienza divina” nel suo Commento ai Salmi, Porfirio fu il primo ad usarlo in ambito neoplatonico come “rivelazione di dogmi filosofico-religiosi da parte della divinità”. La teosofia, secondo Porfirio, riguardava tutti i piani del divino: sia quello essoterico che quello esoterico. Origene era convinto di poter ricercare nei testi sacri del cristianesimo un significato spirituale, degno della mente divina, che Porfirio, al contrario, non ritrovava affatto. Inoltre, pur riconoscendo la pura religiosità di Gesù e l’immortalità della sua anima (al contrario dell’imperatore Giuliano che nel suo discorso Contro i Galilei non riconobbe in Gesù né un santo né un profeta), non smise mai di stigmatizzare l’errore fondamentale nel quale fossero incappati i cristiani. Così scrisse Porfirio nella sua opera Philosophia ex oraculis:

“Dunque riguardo a coloro che domandavano se Cristo fosse dio – Ecate interpellata dallo ierofante – rispose: “Tu sai che l’anima immortale sopravvive al corpo, ma quando è divisa dalla sapienza va sempre errando. Quell’anima è di un uomo estremamente pio”. Pertanto, definì estremamente religiosi lui e la sua anima, come quella di altri uomini religiosi, e disse che dopo la morte divenne immortale, essa, che i cristiani venerano per errore. E a chi domandava perché Gesù fosse stato sottoposto al più severo castigo, la dea rispose: “Il corpo è sempre esposto a prove che lo indeboliscono, ma l’anima degli uomini religiosi risiede nella dimora celeste”. E immediatamente dopo, l’oracolo aggiunse: “Dunque egli è un uomo pio e come gli uomini pii è salito nei cieli. Perciò tu non lo insulterai ma avrai pietà dell’ignoranza degli uomini”

La dea Ecate, protagonista degli Oracoli caldaici, ritratta dal pittore inglese William Blake

La dea Ecate, protagonista degli Oracoli caldaici, ritratta dal pittore inglese William Blake

Il proposito del filosofo di Tiro era quello di contrastare una verità rivelata (quella cristiana) con un’altra verità rivelata (quella degli oracoli). Il ruolo degli oracoli divini, in questo senso, era quello di dare una speranza di salvezza al popolo facendo in modo che non aderisse al cristianesimo. Questa era la principale ragione del suo sforzo sincretico tra platonismo e religiosità tradizionale, pur nella convinzione che l’esercizio della filosofia e l’ascesi estatica verso il divino e la sua unione con esso (ovvero l’oltrepassare la dimensione del sensibile per giungere nella sfera del sovrasensibile ove si trova la verità eterna) rimanessero appannaggio di pochi. Porfirio era convinto che attraverso la teurgia (da non confondere con la goezia: l’utilizzo della magia per fini irrazionali ed egoistici attraverso l’invocazione di demoni maligni, subdoli e collerici) chiunque sarebbe stato in grado di purificare almeno la componente pneumatica della sua anima liberandola dalle componenti passionali.

Gli oracoli, e più in generale la teurgia, erano dunque delle possibili vie di salvezza dell’anima. Per questo motivo, Porfirio, nel già citato Philosophia ex oraculis, passa in rassegna ogni tipo di divinazione, evocazione ed invocazione delle sfere superiori dell’essere in quanto angeli (Porfirio fu il primo ad utilizzare il termine “angelo” al posto di “demone buono”) e demoni, in pari grado, ricevono la verità direttamente dagli dei, anche se, talvolta, a causa di errori nel rituale, questi potrebbero apparire attraverso una falsa immagine. Questa enfasi posta sul rituale teurgico (che il suo discepolo Giamblico farà propria trasformando il misticismo speculativo di Plotino in vero e proprio misticismo teurgico) e la conoscenza che dimostrò anche per ciò che concerne la magia nera, portò Agostino di Ippona ad affermare addirittura che Porfirio conoscessetutta quanta la società diabolica” e che ad essa si opponesse risolutamente. Non sono poche, infatti, le testimonianze del Porfirio “esorcista” che scaccia demoni da luoghi pubblici. Particolarmente famoso è l’aneddoto di Porfirio che allontana il fastidioso demone Causatha da un bagno pubblico.

Testa marmorea di Plotino dal museo archeologico di Ostia. III secolo dell'era volgare

Testa marmorea di Plotino dal museo archeologico di Ostia. III secolo dell’era volgare

Il termine “teurgia” venne utilizzato per la prima volta da Giuliano il Teurgo, figlio di Giuliano il Caldeo e autore degli Oracoli caldaici, per sottolineare la capacità dell’uomo di evocare ed agire sugli dei. Questo termine veniva utilizzato in opposizione al termine “teologia” che, al contrario, indicava il disquisire dell’uomo attorno agli dei. Si narra, addirittura, che tramite un rito teurgico, Giuliano il Caldeo fece congiungere l’anima di suo figlio con quella del divino Platone, al fine di sfruttarne l’immane potenza sacra. Gli Oracoli caldaici ebbero una notevole influenza sullo sviluppo della teologia porfiriana. Questa, infatti, consisteva in una rilettura neoplatonica della Triade suprema caldea composta da un principio luminoso maschile, un principio oscuro femminile ed un principio androgino. Attraverso questo schema teologico, assolutamente in linea con quello descritto nel Corpus hermeticum e con il concetto di “matrimonio sacro” o di “nozze simboliche”, Porfirio re-interpretava la dialettica plotiniana manenza/processione/pensiero; a sua volta corrispondente alla Triade essere/vita/pensiero.

Il Padre è l’Uno (essere in sé). Il secondo termine è vita (processione dell’essere fuori di sé). Mentre il terzo termine è l’intelletto (ritorno in sé o conversione). Il solo sacrificio gradito dal Primo Dio (l’Uno al di sopra di tutto) è il silenzio, mentre il solo modo per rapportarsi all’intelletto è la preghiera. Nella sua più importante opera metafisica, le Sentenze sugli intellegibili, Porfirio presenta una teoria etico-ascetica fondata sulle quattro virtù platoniche che in epoca rinascimentale venne ripresa anche dal grande filosofo bizantino Giorgio Gemisto Pletone. Al primo posto ci sono le virtù politiche (o civili) che hanno lo scopo di moderare le passioni per vivere secondo natura ed in rapporto diretto con essa senza possederla per meri scopi egoistici. Al secondo posto ci sono le virtù catartiche o purificatrici che preparano l’uomo all’assimilazione a Dio liberandolo dalle passioni. Ad esse fanno seguito le virtù teoretiche o contemplative che appartengono all’anima liberata che contempla l’intelligenza divina. Infine, vi sono le virtù paradigmatiche o esemplari che sono i modelli del bene presenti nel nous. Questo schema teologico si risolve nel motto:

“Conosci te stesso, cioè rientra in te stesso, per risalire al Dio che abita in te, per trascendere te stesso abbandonando il corpo per ricondurre l’anima all’Uno”

 Dialogo immaginario fra Averroè e Porfirio. Monfredo de Monte Imperiali, dal Liber de herbis, XIV secolo dell'era volgare


Dialogo immaginario fra Averroè e Porfirio. Monfredo de Monte Imperiali, dal Liber de herbis, XIV secolo dell’era volgare

Porfirio, a differenza del suo discepolo Giamblico, che pone il Principio primo al di sopra della Triade, lega espressamente l’Uno all’essere. Questo Principio primo non ha in sé nessuna duplicità né apparenza di molteplicità, e contemplarlo è come guardare in faccia un grande sole. Dio, infatti, è una fiamma immensa e colui che abbia toccato questo fuoco etereo non si brucia e non ha alcuna paura nel cuore. Di fondamentale importanza nell’elaborazione filosofico-teologica porfiriana è anche la dottrina sull’anima contenuta nel trattato De regressu animae. Qui, Porfirio si dimostra rigidamente ancorato ai precetti neoplatonici. L’anima è immortale ed il platonismo si fonda sul concetto stesso di eternità. Il tempo nel platonismo è riflesso dell’eternità e come tale non è lineare ma verticale. L’anima umana preesistente, immortale e celeste, discende in vista dell’ascensione. La sua discesa nel mondo, e le sue possibili trasmigrazioni, si realizzano in previsione del ritorno all’unità originaria nel logos universale. Il suo movimento si compie in due archi: uno discendente e l’altro ascendente. Non vi è morte ma solo ritorno alla sorgente di luce.  A chi domandava il perché non vi fosse memoria dell’esistenza precedente alla parabola discendete, Porfirio ribatteva:

“Non riusciamo a ricordare quel mondo semplicemente perché lì non vi era alcun passato né alcun futuro […] non avevamo bisogno di memoria in quanto non eravamo assoggettati al tempo, ma, piuttosto, il tempo era assoggettato a noi; per questo noi siamo sotto il dominio dell’eternità. Nel mondo sovrasensibile non vi è bisogno di memoria perché non c’è bisogno di ricordare ciò che già si conosce. Si conosce nell’eternità e non nel tempo”

Secondo Porfirio, i soggetti della conoscenza divina sono stati in primo luogo i popoli. La strada che porta alla beatitudine – ammise il filosofo di Tiro – è molto ripida e pietrosa ma, allo schiudersi delle porte di bronzo, i sentieri che riconducono l’uomo a Dio appaiono meravigliosi. I primi mortali che li hanno conosciuti sono stati coloro che hanno bevuto felicemente l’acqua della terra del Nilo. I primi tra i teosofi sono stati infatti i sacerdoti egizi che, alla pari dei gimnosofisti indiani, erano dediti esclusivamente al divino. Anche i fenici hanno conosciuto molte strade che portano ai beati, così come gli assiri, i lidi e gli ebrei, che fanno discendere la loro stirpe da Abramo, Isacco e Giacobbe che, non a caso, erano caldei. I greci, nella prospettiva porfiriana, sarebbero stati fuorviati da questa strada e l’avrebbero corrotta a più riprese.

 Statua marmorea di Flavio Claudio Giuliano, imperatore e restauratore del politeismo in chiave neoplatonica e avversa al culto monoteista. Museo di Cluny, IV secolo dell'era volgare

Statua marmorea di Flavio Claudio Giuliano, imperatore e restauratore del politeismo in chiave neoplatonica e avversa al culto monoteista. Museo di Cluny, IV secolo dell’era volgare

Nell’interpretazione degli oracoli come alternativi alla rivelazione biblica, e della teurgia come alternativa alla liturgia cristiana in quanto capace di catturare la potenza del divino per renderlo fruibile all’uomo, Porfirio cercò di indicare la strada per ricondurre la cultura greco-romana sulla “retta via”. Un tentativo che l’imperatore romano Giuliano fece proprio anche sul piano politico, tanto che molti neoplatonici cominciarono a contare gli anni dalla data della sua incoronazione nel 361 dell’era volgare. Tuttavia, è importante sottolineare come la polemica filosofico-religiosa che segnò i secoli della decadenza del mondo greco-romano fosse completamente interna al platonismo. Di fatto, si trattava di uno scontro tra una nuova interpretazione del platonismo ed una sua interpretazione tradizionale. I primi teologi cristiani (Dionigi l’Aeropagita, Origene, Cirillo di Alessandria, Eusebio di Cesarea e lo stesso Agostino d’Ippona) erano tutti a loro modo platonici. E questo scontro non può nemmeno definirsi come una disputa tra filosofia e religione visto che i suoi protagonisti, da ambo i lati, erano al contempo filosofi e teologi.

La differenza fondamentale risiedeva nel fatto che per il platonismo classico, la determinazione essenziale del mondo vero (il mondo sovrasensibile) sta nel suo essere raggiungibile, qui e ora, dall’uomo, anche se non da chiunque. Esso è raggiungibile dal virtuoso. E Porfirio stesso ammise di aver raggiunto tali vette una sola volta nella vita all’età di sessantotto anni, mentre il maestro Plotino, al contrario, ebbe diverse esperienze mistico-estatiche. Enrico Cornelio Agrippa, autore rinascimentale del De occulta philosophia, affermò che Platone proibì di divulgare le parole impregnate della maestà divina alle masse irreligiose. E Porfirio si comportò di conseguenza, salvo garantire loro una forma di salvezza tramite i riti teurgici per distoglierle dal dilagante cristianesimo.Con l’avvento della religione cristiana, il sovrasensibile non è più presente nell’ambito dell’esistenza umana. L’intera esistenza umana diviene “al di qua”, mentre il sovrasensibile diviene “al di là”. Il mondo vero diviene dunque il mondo promesso. Tuttavia, queste due forme di platonismo rimangono inizialmente espressioni quasi complementari del medesimo logos filosofico. L’enoteismo neoplatonico, sotto taluni aspetti, prepara la strada al monoteismo cristiano. Agostino di Ippona, così come Porfirio, interpretava la felicità come conoscenza del bene ed il male, come distacco da esso. Così scrisse nel De civitate Dei:

“Inizio della volontà cattiva fu senz’altro la superbia. E la superbia è il desiderio di una superiorità a rovescio. Si ha infatti superiorità a rovescio quando, abbandonata l’autorità cui si deve aderire, si diviene e si è in qualche modo autorità a sé stessi. Avviene quando disordinatamente si è fine a sé stessi. E si è fine a sé stessi quando ci si distacca dal bene immutabile”.

Agostino d'Ippona, come rappresentato nella sua più antica versione, in un affresco presso la basicila del Laterano. VI secolo dell'era volgare

Agostino d’Ippona, come rappresentato nella sua più antica versione, in un affresco presso la basilicaa del Laterano. VI secolo dell’era volgare

Nel cristianesimo medievale rimane intatta l’idea di gerarchia e verticalità sulla quale si fondava il sistema speculativo platonico. Tale concezione verrà messa definitivamente in discussione dalla riforma protestante che, liberando il cristianesimo dalle “influenze ateniesi”, relegherà successivamente la religione alla mera sfera della morale fino alla nichilistica svalutazione di tutti valori (causa diretta della “morte di Dio”) cui Friedrich Nietzsche cercherà di porre rimedio nella seconda metà del XIX secolo proprio attraverso un’idea di filosofia comeplatonismo rovesciato”. Di fatto, già con Immanuel Kant, l’accessibilità del sovrasensibile attraverso la via del conoscere venne messa in discussione attraverso l’idea che la conoscenza si fondi solo ed esclusivamente sull’interpretazione del mondo ad opera delle scienze matematiche.

Porfirio era consapevole della crisi che il distacco, sempre più profondo, tra ordine fisico e metafisico, avrebbe prodotto nel pensiero greco-romano e fu capace di intuire come questo pensiero si stesse indirizzando verso la sua stessa progressiva auto-negazione. Con il tramonto degli oracoli nella metà del primo millennio dell’era volgare, anche i demoni, ultimi intermediari tra gli dei e gli uomini, scomparirono definitivamente, determinando quella separazione dal sacro e quell’occultamento del divino che, con il culto della smoderatezza egoistica e della dismisura, rimangono l’unica certezza a fondamento dell’attuale decadente civiltà occidentale.