Carlo Pisacane nacque a Napoli nel 1818. Discendente di una famiglia blasonata, era figlio del Duca di San Giovanni e divenne in seguito ufficiale del re Ferdinando. Ebbe un’esperienza romantica con l’adultera Enrichetta, per cui ricevette diverse coltellate e fu costretto ad espatriare prima a Londra poi a Parigi. Nel 1848 tornò in Patria forte di un bagaglio culturale socialista dovuto alle letture marxiane e cominciò la sua carriera di rivoluzionario.

Purtroppo di lui, come di Mazzini, si ricordano sopratutto le sconfitte. La vita di Pisacane infatti fu costellata da tentativi e delusioni, da scelte catastrofiche e rinascite. Tuttavia non cedette mai alla disperazione, ma di carattere ardito e tenace, fermo nelle sue convinzioni, egli fu esponente di un Risorgimento rivoluzionario, nazionale e socialista.

Pisacane invero partecipò a svariate sommosse e supportò le attività del genovese Mazzini, con cui, pur non condividendo pienamente le strategie e il pensiero (il repubblicanesimo democratico), condivise la fondazione della Repubblica Romana. Ne divenne colonnello capo dello Stato maggiore e combatté contro le aggressioni da parte dei francesi e dei napoletani. Pisacane fu allo stesso tempo nemico giurato del liberalismo monarchico incarnato dalla figura del Conte di Cavour. Egli era infatti un marxista poco convenzionale ed anzi inflessibile sul valore e l’importanza del concetto di Nazione. Contrariamente a Mazzini, comprese il peso storico e la necessità di un mutamento politico che potesse però accostarsi parallelamente ad una modificazione strutturale della distribuzione delle risorse economiche. Prossimo alle tesi di Pierre Joseph Proudhon – protagonista della rivoluzione francese del 1848 – Pisacane propugnò una rivoluzione dal basso, attraverso una spartizione egualitaria delle terre e l’espropriazione dei latifondi dalle mani dei grandi possidenti. Pisacane fu il primo a credere nel potenziale rivoluzionario del Mezzogiorno arretrato e dunque più incline, secondo le aspettative, ad una rivolta. Ma le previsioni furono sbagliate, e lo sbarco a Sapri né segnò la sconfitta. L’idea che la “scintilla” dell’esempio individuale potesse scatenare una reazione a catena non si realizzò e a più riprese Pisacane sottolinò l’abulicità del carattere italiano a cui “non basta nemmeno l’esempio per iscuotersi dal vergognoso sonno”. Pisacane pensava l’emancipazione nazionale attraverso la lotta di classe mentre Mazzini premeva su una conciliazione unitaria che evitasse i disastri della guerra civile. Il patriota napoletano comprese tuttavia i pericoli dell’industrialismo e del progresso, condannando così, prima della sua venuta, l’età liberale che caratterizzò l’epoca post risorgimentale, in cui la penisola, più al Nord che al Sud, fu investita dal mito dell’industrializzazione e di quei mezzi che secondo il Pisacane «aumentano i prodotti, ma li accumulano in un piccolo numero di mani, dal che deriva che il tanto vantato progresso termina per non essere altro che decadenza». Pisacane fu infatti tra i più ferventi critici della monarchia liberale moderata di Cavour per cui il ruolo unificatore spettava al Regno di Sardegna di Carlo Alberto. L’assetto liberale della costituzione non avrebbe fatto altro che occultare il vero conflitto di interessi che opponeva le masse contadine ai sovrani possidenti a discapito dei primi. la democrazia liberale non rappresentava altro che agli occhi del Pisacane socialista, una gabbia dalle sbarre dorate che avrebbe impedito ogni slancio rivoluzionario, ogni possibile e sincera volontà di cambiamento. L’uguaglianza politica data dalla democrazia non può non essere sorretta dall’uguaglianza sul piano economico-sociale: “la fame imbriglia il pensiero, aguzza il pugnale dell’assassino, prostituisce la donna. La società intera viene abbandonata al governo di coloro che posseggono, ed il suo utile, la sua volontà, sarà sempre quella di cotesti pochi, i quali ammolliti dalle ricchezze, che temono di perdere, sacrificheranno sempre l’onore, la dignità, l’utile universale ai loro ozî beati, e l’ignoranza e la miseria interdicendo al maggior numero la libera espressione della loro volontà, distrugge affatto la nazionalità, espressa dalla volontà collettiva senza eccezione e senza prevalenza di classi. Conchiudiamo: la libertà senza l’uguaglianza non esiste, e questa e quella sono condizioni indispensabili della nazionalità”.

Pisacane morì sconfitto il 2 luglio 1857 a Sapri, dopo il fallito tentativo di animare una sommossa popolare contro il Regno delle due Sicilie. La spedizione di Sapri doveva essere capitanata da Garibaldi che vi rinunciò dopo averne compreso le poche possibilità di riuscita. Di fatti l’operazione fu un fiasco e sia i contadini che i soldati borbonici uccisero il patriota napoletano. Fu l’esperienza di Sapri ad ispirare il celebre motivo del Risorgimento: “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!”.
La vita e la tenacia, la volontà di forzare il corso della storia, l’idealismo che volle farsi prassi e l’ardore di Pisacane ispirarono grandi personalità tra cui Sorel, Mussolini e Lenin, che credettero nella trasformazione della realtà, nella volontà umana e nell’azione esemplare.

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