Pierre-Joseph Proudhon nacque il 15 gennaio 1809 a Besançon, in Francia. Il padre era un fabbricante di barili di birra ed in famiglia i soldi erano a stento sufficienti a sfamare i sette membri. L’autore Haubmann usa le parole “sfioravano la miseria” per definire la situazione economica in casa Proudhon. E’ stata per l’appunto questa mancanza di soldi ad impedire al filosofo di concentrarsi sulla sua passione giovanile: lo studio. Infatti, costretto ad aiutare la famiglia, lavorava parallelamente agli orari scolastici. Da qui, forse, proviene il suo carattere forte ed il senso d’indipendenza, caratteristiche con cui si definisce nobile “Sono un nobile, io!” (“Je suis un noble ,moi!”). Questa situazione non durò all’infinito, infatti nonostante fosse uno studente brillante, a diciassette anni dovette lasciare la scuola, rinunciando al diploma di fine liceo (Baccalauréat, che ottenne all’età di ventinove anni) e dedicandosi pienamente alla famiglia, cosa che capiva e accettava senza dare cenni d’opposizione.

La fine dello studente ma l’inizio di un lavoratore, che da tipografo divenne articolista per ben quattro testate, tra cui quelle da lui fondate, “ Le Peuple” e “ La Voix du Peuple”.


“E allora cosa sei?”
“Un anarchico…”
“Ah, (…) capisco. Sei ironico”
“Assolutamente no.”
(Cos’è la Proprietà?, 1840)

“Anarchia”, una parola che prima di Proudhon aveva solo un significato dispregiativo. L’appellativo “anarchico” suonava come un insulto, perché chi si diceva anarchico era considerato un amante del caos. Proudhon, filosofo, pensatore, sociologo, economista, rivoluzionario e anarchico francese definisce così la parola disprezzata : “L’anarchia è una forma di governo o di costituzione nella quale la coscienza pubblica e privata, formata dallo sviluppo della scienza e del diritto, basta da sola a mantenere l’ordine ed a garantire tutte le libertà”. Da questo celebre aforisma, si può dedurre il pensiero del filosofo ed il suo disprezzo per la proprietà, disprezzo dal quale iniziano tutte le sue critiche. “La proprietà è il diritto di usare e di abusare, in una parola il dispotismo”. Accanito contro la proprietà, concepita come furto legalizzato, Proudhon cercava anche di afferrarne il problema ontologico: “Se il lavoro, l’occupazione effettiva e feconda, è il principio della proprietà, come spiegare la proprietà presso colui che non lavora? Come giustificare l’affitto? Come dedurre dalla formazione della proprietà mediante il lavoro il diritto di possedere senza lavoro? Come concepire che da un lavoro sostenuto durante trent’anni risulta una proprietà eterna?”.

La proprietà, per il filosofo francese, è sinonimo di sfruttamento, e i mezzi di produzione, come anche l’abitazione, per ritrovare la loro legittimità, dovrebbero appartenere a chi li adopera, ovvero ai lavoratori e non ad un padrone capitalista. Proudhon era fermamente convito che le oppressioni da parte dei capitalisti e dei banchieri nei riguardi dei lavoratori dovessero finire e il legame di sfruttamento esercitato da quest’ultimi attraverso il capitale dovesse spezzarsi. Fu con questo credo che partecipò come rappresentante dell’estrema sinistra alle più sanguinose giornate della rivoluzione del Febbraio 1848, dalla quale ne uscì deluso, perché la rivoluzione diede il potere ad una politica socio-economica molto basilare rinforzando così la classe borghese. Fino adesso è chiaro che l’anarchico francese pensava che ci fosse il capitale, ovvero la mentalità capitalista, dietro lo sfruttamento dei lavoratori, e siccome a suo avviso il capitale è sinonimo di governo, le critiche contro quest’ultimo non potevano di certo mancare. Considerava il Governo un’istituzione assurda, che si pone il fine di spremere e di controllare gli uomini: egli rifiutava ogni tipo di potere superiore all’individuo, pensando che le persone non dovessero essere sorvegliate e manipolate da entità superiori.

Molti dei concetti esposti lungo quest’articolo potrebbero non sembrare nuovi a tutti, infatti molti dei pensieri del filosofo li ritroviamo con Karl Marx, che Proudhon conobbe, come conobbe l’anarchico Bakounin, a Parigi, nel 1844, ma nonostante i punti i comune con queste due grandi personalità, l’amicizia non sbocciò. Il legame tra Proudhon e Marx precipitò improvvisamente dando vita a discussioni accese con la pubblicazione nel 1846 da parte del francese di “Sistema delle contraddizioni economiche o La filosofia della miseria”, dal quale Marx accusò Proudhon d’aver scritto un’opera banale nei contenuti e di rianalizzare il pensiero dell’economista David Riccardo in modo errato. Il comunista tedesco decise allora di scrivere e pubblicare una breve risposta che intitolò “La miseria della filosofia”. Le discussioni furono talmente accese che Proudhon insultò Marx dicendogli “massone ebreo”. I due furono in costante contrasto fino alla fine delle loro vite, anche se l’anarchico francese è considerato di animo molto più rivoluzionario del filosofo tedesco. Proudhon morì a Parigi il 19 gennaio 1865, ed oggi il suo pensiero è considerato irrealizzabile e per questo definito come “socialismo – utopistico” – distino dal socialismo scientifico di Engels – ma smarcatosi sempre dal capitalismo e dal comunismo.