«Non cercate più dove sia finita l’Italia. Quella che avete rimpianto e ancora sperato e aspettato, è morta. Non ritorneràLa parola Fine non c’è perché il Coma sempre più profondo, durerà decenni – anzi secoli».
P. Buscaroli

Nacque a Imola il 21 agosto del 1930. Venne alla luce sotto il sole d’estate, Piero il Grande. Ed è forse a questo che si deve il suo carattere focoso, sanguigno. Fu un personaggio discusso e controverso, dal carattere difficile, come suo cugino Massimo Cacciari. Odiava gli amici più dei nemici. O almeno così confidò, anni fa, Pietrangelo Buttafuoco a Camillo Langone. Nessuno dei due si è dimenticato di commemorare il grande maestro nel giorno della morte.

«Oggi vi racconto di un genio, un vero ribelle, uno che tanto lascia – con la sua opera – alla cultura, al vivere civile e alla memoria di una parola complicata qual è l’Italia […] È morto ieri a Bologna, nella sua bella casa colma di storia e di testimonianze d’arte, Piero Buscaroli, storico della musica, scrittore purissimo, erede […] di Leo Longanesi e Giuseppe Prezzolini». Così Pietrangelo Buttafuoco ha voluto commemorare il grande Piero Buscaroli, un genio italiano. Difficile condensare in poche righe la personalità di Piero Buscaroli. Vittorio Sgarbi gli dedicò, alcuni anni fa, un intero capitolo del suo libro Dell’Italia. Pietrangelo Buttafuoco lo ha definito “un genio”. Questo per dare una vaga idea della grandezza dell’uomo in questione. Mentre noi dell’Intellettuale Dissidente, non a caso, lo abbiamo ricordato nel nostro incontro “Sul genio italiano” tenutosi a Milano il 5 febbraio scorso, in compagnia di Stenio Solinas e Angelo Crespi (suoi amici e allievi).

La sua cultura, le sue passioni profonde, spaziavano dall’arte figurativa alla musica, dalla storia al giornalismo. Il suo fu uno spirito aristocratico ma i suoi modi furono spesso rudi e schietti, da vero romagnolo. Capace di odi profondi come di amori smisurati. Il suo metro fu la grandezza e l’Oceano del mondo l’unico mare navigabile. Fu un uomo tutto volontà e carattere, rigore e competenza. E come tutti gli uomini di carattere, il suo fu un carattere duro. In qualità di direttore, fu capace di ventilare licenziamenti per una virgola fuori posto. Affrontò direttamente chiunque non gli garbasse, colpendolo, fendente dopo fendente. A lui appartenne quella “nobile volontà di ferire” a cui fece riferimento Carlo Emilio Gadda in un suo scritto. Buscaroli non fu certo tipo da tenersi gli sputi nella faccia. Celebrò nel suo ultimo lavoro lo schiaffo di Longanesi dato a Toscanini che si era rifiutato di suonare la Marcia Reale e Giovinezza. Questi  erano per lui gesti degni di nota. Appena quattordicenne fu linciato da una banda di partigiani comunisti. Cercavano il padre e trovarono lui. Non ebbero remora alcuna. Erano i giorni in cui non vi era spazio per la pietà. Solo odio. Odio smisurato e ricambiato dallo stesso Buscaroli. Quell’esperienza terribile lo segnò per sempre. Le botte subite lo obbligarono a portarsi addosso i segni (fisici) di quel maledetto giorno.

Nel 1955 Leo Longanesi lo chiamò a Il Borghese per il giornalismo politico. Dal 1972 al 1975 diresse il quotidiano Roma di Napoli. Poi si dette alla musica, imparando a suonare l’organo e andando ad insegnare nei conservatori di Torino, Venezia e Bologna. Nel 1979, Indro Montanelli lo chiamò a Il Giornale per affidargli – sotto pseudonimo – le pagine di critica musicale. Ha fama di musicologo, ma questo è un termine che aborrì sempre ed in cui mai si riconobbe. Memorabili sono i suoi saggi su Bach, Mozart e Beethoven, biografie musicali, migliaia di pagine dalla difficile diffusione che riscossero un successo inaspettato per gli editori che ebbero la fortuna e l’onore (oltre che la paura) di annoverarlo nel loro catalogo. Non meno importanti sono invece le opere di carattere storico e giornalistico come Figure & figuri, I luoghi e il tempo, Paesaggio con rovine, Dalla parte dei vinti e l’ultimo lavoro Una nazione in coma.

Conobbe personalmente – oltre ai già citati Prezzolini, Soffici, Longanesi e Montanelli – uomini della risma di Ezra Pound, del Maresciallo Ky e del dittatore Salazar. Rispettò “nemici” come Benedetto Croce e Ho Chi Min; ammirò anime affini come lo scrittore-samurai Yukio Mishima. Tra i suoi amori vi furono l’Italia e la figlia Beatrice. Amò il pessimismo lirico e dissacrante di un Cioran e scrittori come Marcel Proust e Marguerite Yourcenar, entrambi omosessuali (da qui l’infondatezza della omofobia affibbiatagli in seguito alla storpiatura di una sua dichiarazione). Non è roba per moderati, Buscaroli. Tende all’Assoluto. Fu lettore di filosofi crepuscolari come Friedrich Nietzsche, Oswald Spengler e del già citato Emil Cioran. A detta del filosofo rumeno, senza l’odio uno scrittore avrebbe dovuto rinunciare alla grandezza. Buscaroli odiò molto. E fu grande. Graffiò sempre, lasciando il segno. Acerrimo nemico di Winston Churcill, verso cui provò sempre un astio profondo per aver bombardato l’Italia e la Germania, dichiarò testualmente nella sua ultima opera «L’odio non deve morire». Raccontò l’altra faccia della Rivoluzione francese come la storia mai raccontata della fine dei cosacchi zaristi sotto Stalin. Come per Céline, fece dell’odio la sua virtù.

Nella scrittura, con la sua sintassi perfetta, riuscì a coniugare la sintesi prezzoliniana con l’eleganza di uno stile tutto suo. Camillo Langone lo ha ribattezzato Piero il Terribile. Ma noi lo riconosciamo solo come Piero il Grande, ultimo discendente diretto della grande dinastia del giornalismo italiano del Novecento. Una dinastia regale che vede tra i suoi avi grandi nomi come Papini, Prezzolini e Longanesi; Soffici e Montanelli (anche se su quest’ultimo ebbe da ridire negli ultimi tempi). Nel caso non fosse chiaro, Buscaroli fu sempre un pessimista, un disincantato, seppur un credente. Fu fascista, fascistissimo, ma non talmente stupido da essere mussolinano. Per lui «il fascismo è stato una delusione totale». Si ritenne sempre «un superstite della Repubblica Sociale Italiana, in territorio nemico». Anni fa, in un’intervista a Il Giornale, prefigurò la fine del popolo italiano: «Non è degno di sopravvivere. La sconfitta della dittatura ha portato alla guerra permanente e alla tirannia del denaro che sta facendo morire la civiltà. Io credo che l’Occidente entro 20 anni sarà finito». Fu principalmente un anti-italiano. Perché se è vero che gli italiani hanno il vezzo di salire sul carro dei vincitori, lui fece l’esatto contrario. Si schierò coi vinti riconoscendosi tale. Non visse mai in questa Repubblica ma nella società degli apoti ideata dal suo amico e maestro Giuseppe Prezzolini.

Ieri, 15 febbraio 2016, Piero Buscaroli si è spento, come una meteora effervescente e non come una stella tremolante. Aveva 85 anni. L’unica marcia funebre che possiamo intonare è la Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner: l’unica marcia che si rispetti per uno spirito guerriero. Ora siede al suo trono, tra i cieli tempestosi di un paradiso amaro. Il Paradiso dei Vinti, che non hanno mai perso. Egli fu e rimane un Maestro. Un punto di arrivo (inarrivabile) per le nuove generazioni che a lui devono mirare, come esempio. Lui è l’ultimo Re del giornalismo italiano. Ma di principi ne esistono ancora e di nuovi ne possono ancora nascere. Buscaroli non è morto. Rivive nei libri che ha scritto, in ciò che ha lasciato. Leggiamo e rileggiamo quindi Piero Buscaroli. Un maestro, un erede, un genio italiano. Inutile farsi illusioni: non avremo un altro Buscaroli. Con lui se ne va una pagina di storia del giornalismo italiano e non solo. E da vera meteora quale fu, ha lasciato il segno. A noi il compito arduo di seguirne la scia. Prendiamo la sua eredità e carichiamocela sulle spalle, come Enea con il padre. E allora qualcosa sopravvivrà, perché quel che brucia può rinascere. Questo è l’appello per gli uomini di domani. Cogliamo i suoi frutti e spremiamoli per un brindisi in suo onore, per ricordare Piero il Grande: in alto i calici e in alto i cuori! Lunga vita a Piero Buscaroli. Lunga vita al Re! Perché Buscaroli non è morto. Chi ha seminato nello spirito non muore nella carne.