Paolo Orano viene da sempre annoverato in quella frazione dei sindacalisti rivoluzionari italiani che la storiografia accademica e specializzata definisce dei “teorici”. Nato nel 1875 a Roma da padre sardo e madre romana, il giovane Paolo si distinse fin dai suoi esordi per una caratteristica che lo accompagnò lungo il corso della sua intera esistenza: egli fu infatti un poligrafo eclettico e brillante, in grado di discettare sui più svariati argomenti. Aderì prestissimo al Partito Socialista Italiano ed iniziò a collaborare frequentemente con l’organo di partito, l’Avanti! Il X° Congresso Nazionale del PSI, tenutosi a Firenze tra il 19 e il 22 settembre 1908, decretò l’espulsione senza eccezioni dei sindacalisti rivoluzionari dal partito, usando la “formula dell’incompatibilità” per arrivare a questo scopo.

Orano a quel punto decise di proseguire con i suoi compagni la propria battaglia politica e l’attività di pubblicista. Intorno al 1910 le conseguenze della scissione del sindacalismo dal socialismo maturarono in un avvicinamento e un tentativo di collaborazione dell’ala teorica del primo con i settori del nazionalismo italiano più sensibili ai temi della giustizia sociale e dell’antiparlamentarismo: da questa temperie politico-culturale nacque l’esperienza editoriale della rivista La Lupa, una delle più interessanti iniziative in campo sovversivo negli anni che precedettero la Grande Guerra, il cui autentico padre spirituale nonché direttore fu proprio Paolo Orano, e nella quale egli decise di riversare per intera l’anima sua al di là delle schermaglie contingenti, componendo in buona parte articoli meditativi e di riflessione letteraria, al punto da farla additare dai più come un periodico esageratamente personalistico.

Sulle colonne della rivista però, sin dal primo numero, comparvero accanto ai nomi di Paolo Orano e Arturo Labriola quelli di Enrico Corradini e altri agitatori e scrittori nazionalisti. Il settimanale uscì per un breve periodo, dal 16 ottobre 1910 al 9 ottobre 1911. L’articolo che fece più scalpore fu l’editoriale “Dobbiamo avere Tripoli” firmato proprio da Orano il 10 settembre 1911, il quale precipitò come una bomba sull’intera area sindacalista provocando una netta divisione in quel campo per l’aperto sostegno dato da La Lupa alla guerra di Libia, secondo il principio di identificazione tra guerra e rivoluzione che ben più significative e poderose conseguenze ebbe di lì a pochi anni, allo scoppio della conflagrazione europea.

Dopo la Prima guerra mondiale e la crisi susseguente ad essa, Orano abbandonò la politica militante e si dedicò all’insegnamento divenendo uno dei precursori di una nuova materia da poco tempo assurta ad argomento di studio in Italia: la Storia del Giornalismo. Fondò una scuola di giornalismo prima a Roma e successivamente all’interno della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, facoltà di cui divenne preside nel 1933 e finalmente rettore nel 1935. Arrestato dagli Alleati a Firenze nell’agosto 1944 e rinchiuso in campo di concentramento, morì nell’ospedale di Nocera Inferiore per una emorragia da ulcera perforata trasformatasi in peritonite il 7 aprile 1945.

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Il quarto stato – Giuseppe Pellizza da Volpedo

Paolo Orano si occupò di molte cose nell’arco della sua esistenza, scrisse numerosi saggi e articoli sui più disparati argomenti, familiarizzandosi con l’intero scibile umano e mostrando una innata propensione ai problemi sociali e culturali. Uno degli interessi che fin dagli anni dell’Università coltivò con più passione e con maggiore costanza fu la Storia del Cristianesimo ed in questo egli si mosse perfettamente in linea con gli studi particolareggiati del maestro di quella generazione di rivoluzionari, Georges Sorel. Egli compose un lavoro che intendeva investigare le origini e le cause dell’affermazione di questo fenomeno religioso così decisivo nella nostra storia; a vent’anni, nel 1895, a grandi linee, lo aveva già terminato.

Pubblicato per la prima volta nel 1898 e in seconda edizione nel 1907, il saggio uscì nella sua “edizione definitiva” -così si legge in prima di copertina- col titolo di Cristo e Quirino presso l’editore Franco Campitelli di Foligno nel 1928. Orano sostiene la tesi secondo la quale il cristianesimo abbia trovato il suo ideale terreno di coltura e il luogo materiale e spirituale dove far penetrare ed attecchire vigorosamente le sue tenaci e profonde radici proprio nell’ambito della romanità, nella latinità, nell’Occidente politico dalle origini romano-pagane già predisposto a questa affermazione e a questa vittoria in virtù di una sua particolare evoluzione e nel contesto della crisi di valori e di prospettive legata al passaggio dal “civismo impersonale” dei tempi repubblicani al prevalere del potere imperiale.

L’antesignano del cristianesimo diventa sorprendentemente, secondo la concezione di Orano, il poeta Orazio, da lui definito uomo-epoca, e non Virgilio, che al contrario era universalmente riconosciuto come tale, almeno secondo la lezione attestata da Dante Alighieri e dall’Intero Medio Evo. Orano, pur riconoscendo il portentoso contributo della scuola storiografica positivistica all’analisi e all’approfondimento della vexata quaestio, tentò una interpretazione del fenomeno epocale che accantonasse perlomeno provvisoriamente il frutto di tanto eruditismo, specialmente tedesco, talvolta fine a se stesso. Per poter essere assorbito dalla sua “terra d’adozione”, ovvero la nostra, il cristianesimo si è giovato del progressivo lavorio secolare e della lenta trasformazione sociale dell’Occidente medesimo, fino a caratterizzarne l’intera civiltà nell’arco di pochi secoli. Al contrario, nei luoghi dove la figura del Cristo visse e morì, la religione che prese l’abbrivio dal suo insegnamento è irrilevante e quasi scomparsa. Sostiene infatti Orano:

“Il Cristianesimo si sviluppa come tema di leggenda, come predicazione, in Oriente e in Asia; ma esso non riesce, non ha fortuna e non si infutura che in Europa.

Da un certo momento in poi, non resta più nulla di esso nel terreno, che ha dato, se non altro, la parola, la formula della trasformazione; il mondo che diventa cristiano è il mondo occidentale romano, il mondo giuridico militare pagano”.

Perché avviene tutto questo, perché l’insediamento in pianta stabile del Cristianesimo si verifica in Occidente piuttosto che in Oriente, dove esso sorse sul piano evenemenziale e cronologico? Lo scrittore italiano così lo spiega:

“Ad un certo momento della storia, la latinità, l’Occidente intero, è dominato dal sentimento d’espansione, fulcro dell’edificio di idee integratesi nei limiti più estesi di quel diritto le cui origini si fanno insieme di un germe economico e di un senso religioso.

Le idee, le quali sono la romanità, si produssero direttamente, senza trapassi tardi e deviazioni, dai fatti materiali della vita sociale latina. Voglio dire che l’occidentale non è contemplativo. Le affascinanti civiltà orientali sono civiltà di contemplazione.

Il sogno, la fantasia, il superfluo, il lusso, l’ozio le hanno fatte. L’orientale è l’uomo che vive di quello che fantastica di avere, o almeno, di quello che ha potuto avere, corrispondente ai mille volte associati sogni della sua inerzia contemplativa. La teoria, la metafisica non potevano uscire che dall’oriente.

Se il cervello pensante si è elaborato prima nel mondo orientale, cosicché le civiltà orientali, le più antiche, sono civiltà interne, psicologiche, filosofiche, civiltà di speculazioni astratte e di inesplicabili creazioni mistiche, l’Oriente non ha avuto come l’Occidente quello scaturire diretto, normale dell’idea dal fatto della vita, quel prodursi sempre razionale della coscienza delle cose dalla esperienza delle cose stesse”.

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Cristo Pantocratore con l’imperatore Costantino IX e sua moglie Zoe – Mosaico della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli 

Dunque, soltanto in un Occidente latino così dipinto poteva avvenire un trionfo mondano e politico dell’esperienza cristiana, che limitandosi invece nell’alveo dell’Oriente sarebbe rimasta una ennesima variante speculativa. Orano inoltre asserisce che non sia stato l’Occidente ad adattarsi al Cristianesimo, ma al contrario che sia stato il Cristianesimo a superare la sua fase primitiva, orientale ed ideale, per adeguarsi e compenetrarsi alla realtà occidentale, fino a divenire con essa una cosa sola.

“L’Occidente non accetta il Cristianesimo e non si trasforma in esso. L’Occidente fa, fattura quel cristianesimo riuscito che è poi la chiesa, il cattolicesimo, il papa, l’episcopato, il sacerdozio, il sistema clericale, la teologia, i sacramenti.

Una società non può avere una religione appiccicata ed una religione non può entrare in un paese come religione, ossia come una cosa parlata.

Una religione sta ad un paese come tutte le altre produzioni ideali di quel paese. Un plesso sociale ha le sue tradizioni, i suoi usi, i suoi costumi, i suoi miti, le sue fantasie, le sue superstizioni, il suo credo. Se nuove fantasie e credo, nuovi elementi, entrano in questo plesso sociale, ciò vuole assolutamente dire che qualche cosa, qualche fatto, sono entrati in esso”.

La potenza romana, materiata dall’impersonalità e dal primato della comunità, con il passare dei tempi, lascia il posto, al contatto con altre civiltà, al dubbio e alla crisi, figlie della coscienza individuale. Prosegue orano:

“E’ innegabile che la grandezza soprattutto politica di Roma, formatasi, con le lotte delle collettività e in nome di collettività più o meno compatte, estendendosi in ogni senso, rendesse impossibile la manifestazione eccessiva della individualità.

La storia di Roma, sino al secolo di formazione dell’Impero, è una storia di conflitti, di costituzioni, di poteri, di movimenti espansivi e piuttosto di avvenimenti militari, giuridici, politici, anziché di uomini.

L’uomo, l’individuo, sino all’epoca della maturazione politica repubblicana la quale ad un certo momento si scompone, sono piuttosto simboli di avvenimenti, significazioni di fatti notevoli, che individui. Si direbbe che solo con Mario e con Silla la storia di Roma divenga storia di personalità, le quali spiccano fortemente e si levano sulle masse e fanno esse gli avvenimenti”.

Secondo Orano, l’individualismo romano, che si mostrerà così pronto ad intercettare il messaggio cristiano, è generato dal bellicismo e dal militarismo dell’anima latina.

“Ad un certo momento della sua storia, si direbbe che i bisogni politico-sociali di Roma si raccolgano tutti in quello di avere l’imperator militare. Lo stadio cesaristico militare monarchico giunge nel mondo latino con la rapidità delle più altissime pressioni in una caldaia alla quale siano stati ermeticamente chiusi i rubinetti.

Roma è dominio, il dominio è guerra; la guerra vittoriosa è il buon generale; il generale buonissimo ha, quindi, tutti i diritti che egli si arbitra di avere, perché la repubblica gli deve tutto.

Così nasce il Cesare latino. Esso fa capire il Messia venuto, trionfatore dell’Occidente. Il Cesare latino solamente spiega il messia cristiano e il papa cattolico. Orazio sogna questo Cesare che domini in un paradiso di pace, questo Cesare che segna il passaggio dalla democrazia rigida del paganesimo, dominata dallo spirito più anti-individualista, alla monarchia dell’individualismo religioso politico”.

Occorre pur dire che certe convinzioni dell’autore sono abbastanza discutibili; su tutte, vi è la forte sottovalutazione che egli esprime nei confronti del Cristianesimo Ortodosso Orientale e della grande importanza che esso ha avuto nella diffusione della religione in questione e nella grande e profonda tradizione culturale e spirituale che esso ha saputo donare al mondo. Orano aveva quindi dimenticato la lezione e l’opera soreliana sulla storia del Cristianesimo nella quale il contributo della cultura greca a questa dinamica storica emergeva in tutta la sua importanza.

Di questo fatto Sorel non si dimenticò mai e dopo avere stroncato con nettezza l’opera dell’italiano in una sua recensione, da allora ogni occasione fu per lui buona per attaccare e demolire Orano, alla cui rivista “La Lupa”, malgrado le reiterate profferte, egli si rifiutò sempre di collaborare. Alla recensione negativa di Sorel si contrappose quella molto entusiastica del sociologo francese Gabriel Tarde (1843-1904), che qualificò Orano come “uno degli spiriti più delicati d’Italia, dalle idee stimolanti ed originali”. Ma in fondo, a ben guardare, queste polemiche sull’anamnesi cristiana in campo sindacalista furono limitate ed effimere.

Pur pervenendo a risultati diversi nel corso delle rispettive ricerche, i due dotti ed eruditi intellettuali rivoluzionari partivano dalle medesime premesse, che erano fondamentali ed imprescindibili. Sorel, nella sua intensa battaglia anti-illuminista, invitava il “proletariato eroico” e la classe dei produttori a rimuovere i residui della cultura liberal-borghese che li avvelenava e a prendere piuttosto ispirazione nella lotta per la conquista di una nuova società e di una cultura rivoluzionaria da due fonti, da due matrici, da due basi di partenza ben specifiche: da un lato dall’immensa eredità greco-latina, classica ed apollinea, dall’altro dai tesori inestimabili della tradizione cristiana. Orano non era certo meno condiscendente rispetto a questo suggerimento del maestro francese e pertanto la loro analisi finale e le divergenti conclusioni sulla individuata materia non potevano inficiare quelli che erano i presupposti del sorelismo, fatti propri anche dal sardo.

Paolo Orano però era uno studioso, un rivoluzionario, ma soprattutto egli si sentiva fieramente italiano; questa appartenenza culturale e nazionale, risultato di una millenaria civiltà, non poteva non avere influenza sul lavoro che egli svolgeva, così attinente per l’appunto al problema delle origini e della tradizione storico-politica del suo stesso popolo. Orano sostenendo la latinità del trionfo cristiano voleva giobertianamente valorizzare il Primato morale e civile degli Italiani e il diritto di primogenitura della nostra nazione nel consesso dello spirito europeo, ovvero sviscerare una questione che non era tra le preferite di Sorel, più incline alla filosofia greca.

Piuttosto l’elemento che più accomuna Sorel ed Orano riguardo al problema affrontato era il proponimento fortemente strumentale che quest’ultimo si riprometteva, studiando del Cristianesimo in particolare l’aspetto della sua vittoriosa ascesa. Molte altre religioni a cavallo tra il I Secolo avanti Cristo e I Secolo dopo Cristo germinarono nel bacino mediterraneo, ma soltanto quest’ultima riuscì ad imporsi sulle altre; inoltre figure non meno nobili di Gesù Cristo, come ad esempio Apollonio di Tiana, operarono all’incirca nello stesso lasso di tempo e oggi sono conosciute da ristrette minoranze.

Una delle motivazioni principali che spinsero il rivoluzionario Orano ad approfondire il tema fu quindi, insieme alla già ricordata necessità d’indagine sulle origini della nostra civiltà nazionale, il tentativo di costruire e di sviluppare una analogia storica rispetto al problema della conquista del potere, dei modi e dei mezzi e del contesto nel quale un fenomeno sociale afferma il proprio dominio inserendosi in un clima e in un terreno propizi e favorevoli. Non era una cosa di poco peso, per coloro che studiando il passato, guardavano ai propri giorni e si impegnavano quotidianamente nel tentativo di edificazione di una società alternativa a quella dominante: era il centro della riflessione per tutti coloro i quali volevano fare la rivoluzione.

Alla luce di ciò, riscontrare tracce di spiritualità o religiosità in questo saggio sarebbe come cercare un ago in un pagliaio. Più sicuramente e sinceramente affine alle sfaccettature spirituali dei fenomeni religiosi, in particolare di quello cristiano, e più propenso a spendervi lucide parole con accorato e partecipe trasporto fu senz’altro Georges Sorel; ma anch’egli era dominato dalla passione dell’analogia e vedeva nei cristiani primitivi i costruttori di una comunità nuova. Egli auspicava che lo stesso compito e lo stesso sforzo venissero realizzati dai “produttori”.

Dopo la morte di Orano, con la fine della Seconda guerra mondiale, non solo il mondo culturale nel quale egli aveva operato, ma l’intera civiltà europea avrebbe cambiato completamente pagina. Oggi viviamo in un’epoca nella quale in Europa l’interesse per le origini della propria stirpe e della propria civiltà, per le sue tradizioni e per le influenze sociali e culturali che essa ha al contempo subito ed emanato, è quasi del tutto scomparso, confinato nei limiti dell’ultraspecializzazione, caratteristica fondante del sistema scolastico-educativo dell’homo globalis, la quale ha ridotto ad una esigua schiera di accademici pedanti l’approfondimento e lo studio di questi temi, impedendo all’uomo una formazione integrale ed universale e trasformandolo in un automa superfluo ed intercambiabile, funzionale all’apparato economico e alla macchina di riproduzione del dominio capitalistico.

Nel bene e nel male Paolo Orano ha rappresentato comunque un periodo storico in cui perlomeno non ci si sottraeva di fronte agli enigmi umani ed esistenziali e si ponevano senza tema gli scottanti ed assillanti interrogativi, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. L’attuale società, completamente anestetizzata e cloroformizzata nel suo eterno presente senza qualità, di tutto quello che riguarda il suo passato sembra essere assolutamente dimentica. Alcuni segnali recenti dell’anima e del sentimento popolari sembrerebbero andare in controtendenza: ma è ancora troppo poco.