Perché Pasolini profeta? Profeta, forse, proprio perché faceva poesia, ed ogni poesia, in sé, è anche un messaggio ai posteri, una rivelazione, una visione. Ecco, Pasolini è un visionario. Ci sono quei letterati di cui si sente tutto il peso del tempo, o quelli che, come Nietzsche, nascono postumi, e c’è invece chi porta il dono dell’attualità. Pasolini è ancora attuale, e lo è tanto più oggi di quanto non lo fosse ieri. La sua poesia si prolunga sino a noi del tutto vergine, con l’innocenza degli occhi di chi ha sempre visto oltre lo scontro dialettico di ideologie ed estremismi, oltre le fazioni create e strumentalizzate dal Nuovo Potere, la società in cui il motto libertario è “produrre e consumare”. Perché finalmente il 68′ voleva questo, l’accesso diretto ed indiscriminato verso il nuovo paradigma dello Sviluppo: “produrre e consumare”. Perché ogni libertà democratica, una volta superato il buonismo imbellettato della possibile emancipazione individuale, si riduce a questo. E se i sessantottini, nella loro epopea militante e politica, incastonati nelle ideologie del tempo, si facevano ancora portatori di ideali e di speranza, il risultato lasciato ai posteri – il materialismo più meschino – è l’antitesi. E la rivoluzione, così attuale, che compie Pasolini è un moto di ribellione conservatrice, è un percorso a ritroso nel tempo, che, sia pure per una poetica nostalgia o una malinconia sincera, oggi si rivela nella sua più viva intensità. Prima che nascesse, in questo secolo controverso, la nuovissima creatura dell’”uomo moderno”, Pasolini l’aveva già inquadrato: consumatore, omologato, laico, liberale, moderato, edonistico, tollerante, sradicato. Sono tutti termini che ritroviamo negli Scritti corsari, una raccolta di articoli pubblicati sul Corriere della Sera dal 1973 al 1975 e che assieme a Lettere luterane è uno dei testi fondanti della poetica pasoliniana. E questi stessi concetti li sentiamo già in Platone, quando nella Repubblica parla dell’uomo democratico:

“vive alla giornata, soddisfacendo quell’appetito che urge al momento; ora si ubriaca e si diletta al suono del flauto, ora beve acqua e segue una cura dimagrante, ora compie esercizi ginnici, ora sta in ozio, incurante di tutto; ora sembra interessarsi di filosofia. Spesso partecipa alla vita politica e, saltando su, parla ed agisce a casaccio; e se mai intende emulare i guerrieri, si dedica con trasporto ad attività belliche; se vuole emulare gli uomini d’affari, diventa affarista. Nessun ordine e nessuna necessità presiedono alla sua vita; la chiama dolce vita, libera e beata, e se la gode, sempre.”

E così Pasolini a questa vita sregolata e libertina, nichilista e dissoluta, edonista e consumatrice dell’individuo moderno – obbligato, per sua natura stessa, a dover godere(!) a dover consumare (!) – oppone tutta altra vita, una vita anti-borghese, anti-sviluppista: quella rurale e arcaica, materialmente povera ma ricca di spirito. Così il poeta di Casarsa guarda al passato e al presente, all’Italia rustica e agreste, a quella di borgata e di periferia. Tra le campagne della prima Italia Pasolini riconosce,  ancora intatti, i valori tradizionali e anti-materialisti di un passato che lascia sull’individuo e sulla comunità un tenero velo di innocenza. La fede come primo collante unitario, i valori della terra come alternativa e ultimo baluardo di resistenza ai valori “moderni” del consumo, del profitto, dell’utile, dell’interesse. La comunità prima dell’individualismo. Pasolini coglie con sottile intelligenza il passaggio, psicologico e sociale, che sta investendo la penisola da Nord a Sud, uno scontro di civiltà e di mentalità. L’abbandono di un mondo per un altro: l’avvento ineluttabile della modernità, di ciò che Nietzsche, possiamo pensare, chiamava nichilismo.

Sono scomparse le lucciole diceva Pasolini, ed erano gli anni 60′. Ora si è entrati in un nuovo paradigma.

E finalmente anche Pasolini lo abbiamo collettivamente ed inconsciamente espiato. Ci siamo fatti perdonare. La sua critica al mondo moderno si è con disinteresse sostituita ad una triste e redentoria green economy, al consumo di prodotti biologici, “a impatto zero”, ad una scampagnata in campagna, alla visita guidata – come fosse uno zoo – del mondo contadino, e indichiamo con il dito quegli strani – e quasi in via di estinzione – animali con la zappa, che rimangono così saggi.

“Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone.”