“C’è altro che Fiume cui pensare adesso!”. Così sbottò Benito Mussolini il 4 settembre 1919, rivolgendosi al giornalista Nino Daniele incontrato a Milano, il quale avvertiva nell’aria grandi avvenimenti che si preparavano all’orizzonte. Daniele ebbe in seguito il modo di chiosare sul rivoluzionario trasformatosi in politicante, tutto proteso a inseguire le miserie delle imminenti elezioni politiche dopo avere per anni sproloquiato ferocemente contro il Parlamento (le elezioni del novembre di quello stesso anno sanzionarono peraltro il risultato fallimentare della formazione partitica mussoliniana). Ma come dissero Fidel Castro e Maximilien Robespierre, il dovere di ogni rivoluzionario è di fare la rivoluzione. Nino Daniele era un rivoluzionario, non se ne diede per inteso e raggiunse il giorno dopo Gabriele D’Annunzio a Venezia, pronto a mettersi ai suoi ordini. Nella notte tra l’11 e il 12 settembre la Marcia di Ronchi aprì nuovi scenari e uno squarcio violento di sole illuminò gli angoli più remoti della nazione, riscaldò i cuori e carezzò le vette e i cieli d’Italia. Si apriva la pagina dell’impresa fiumana, che tante speranze e tante amarezze seppe suscitare, e Nino Daniele ebbe un ruolo interessante nella rappresentazione che venne messa in scena.

Il "poeta-soldato" Gabriele D'Annunzio davanti ai legionari della città di Fiume

Il “poeta-soldato” Gabriele D’Annunzio davanti ai legionari della città di Fiume

Nino Daniele nacque a Lecce il 1° marzo 1888, figlio del prefetto Giovanni Daniele-Vasta. A soli vent’anni, nel 1908, egli fondò a Roma il giornale “Il Principe”, che ebbe breve durata. Fin da quei primi anni giovanili, la stella polare del pensiero politico di Nino Daniele fu il dannunzianesimo, che egli seppe e volle coniugare con veraci e sentite idealità socialiste; a questi principi egli cercò di rimanere coerente per tutta la vita. Nell’immediato primo dopoguerra il salentino maturò una convinta e consapevole adesione agli ideali della Rivoluzione d’Ottobre e della Russia bolscevica, definendosi egli stesso e con determinazione un “bombacciano”; a Nicola Bombacci e alla sua componente egli si avvicinò nei mesi della lotta tra tendenze all’interno del Partito Socialista ed in seguito nel Partito Comunista d’Italia, di cui sarà dal 1921 un membro. Egli nel frattempo si trasferì a Torino dove lavorò come redattore a “La Gazzetta del Popolo”, che lasciò non senza contrasti con la direzione e la proprietà nel dicembre 1919, per dirigere come rappresentante del Comando dannunziano in Piemonte un ufficio di propaganda e di reclutamento dei volontari. Per quest’attività egli fu arrestato “per ordine speciale di Nitti”, l’allora Presidente del Consiglio, nel gennaio 1920 e tenuto in carcere per circa un mese. Il 10 gennaio 1920 il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris assunse la carica di Capo di Gabinetto del comando di Fiume al posto del maggiore Giovanni Giuriati. Fu proprio la nomina di De Ambris a causare una delle fratture più gravi nel movimento fiumano-dannunziano fra gli ufficiali monarchici, gli effettivi, e quelli più rivoluzionari, di complemento. Umberto Foscanelli, segretario particolare di De Ambris a Fiume, scrisse infatti che “la nomina aveva sollevato critiche e malcontenti in quella parte di ufficiali, specialmente effettivi, non disposti ad accettare che la Marcia di Ronchi si potesse trasformare in una vera e propria azione rivoluzionaria. La sostituzione del nazionalista Giuriati con l’uomo della Settimana Rossa non li convinceva”. Dopo il fallimento nel gennaio 1920 del tentativo di Giuseppe Giulietti, segretario generale della Federazione Italiana Lavoratori del Mare (F.I.L.M.), socialista autonomo e sostenitore, sul piano morale e finanziario, dell’impresa dannunziana fin dalla prima ora, di suscitare una marcia di sinistra, da Fiume a Roma, di legionari dannunziani con il sostegno di una parte dei militanti socialisti rivoluzionari, dei futuristi marinettiani e degli anarchici di Errico Malatesta. In luglio De Ambris ed i suoi ripresero l’iniziativa naufragata e rinnovarono il progetto di una Marcia su Roma con l’aiuto del sovversivismo italiano, evaporato nel nulla e soffocato dall’inerzia. Fu proprio in quel mese che Antonio Gramsci si recò a Fiume per iniziativa di Nino Daniele, suo amico nonché in buoni rapporti con l’intera redazione de “L’Ordine Nuovo”, e con il beneplacito di De Ambris e di D’Annunzio. Non se ne sa nulla da altra fonte se non quella addotta dallo stesso Gramsci, che in un rapporto del 19 aprile 1924 da Vienna al Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia scrisse tra l’altro: “In un documento dannunziano che io stessi vidi nel mese di luglio 1920 quando fui invitato la prima volta a recarmi a Fiume…”, sottintendendo fors’anche “una seconda volta”, quella di Gardone Riviera del 1921, di cui parleremo più avanti.

L'intellettuale e politico sardo Antonio Gramsci, fondatore del quotidiano "L'Unità" e, insieme ad altri, del Partico Comunista d'Itaia

L’intellettuale e politico sardo Antonio Gramsci, fondatore del quotidiano “L’Unità” e, insieme ad altri, del Partito Comunista d’Italia

In agosto D’Annunzio spedì un telegramma a Lenin, in cui chiedeva “solidarietà in cambio di solidarietà”; ne conseguì l’episodio divenuto in seguito leggendario della risposta data da Lenin, il quale replicò:

“Il più grande rivoluzionario in Italia è Gabriele D’Annunzio”.

Lenin

Da una parte politica l’affermazione venne interpretata come un pieno appoggio all’azione rivoluzionaria del Comandante, da un’altra invece fu intesa come una critica implicita alla negligenza e all’inettitudine dei socialisti italiani, impreparati, titubanti e parolai. Probabilmente vi fu del vero in entrambe le letture. In ogni caso la profonda simpatia verso la rivoluzione bolscevica animò molti dei rivoluzionari “fiumani”, da Mario Carli, ex capitano degli Arditi di guerra e fondatore e direttore del giornale “La Testa di Ferro”, che nell’articolo comparso sulla suddetta testata il 15 febbraio 1920 ed intitolato “Il nostro bolscevismo”, individuò in Fiume e Mosca “due rive luminose” ed auspicò che al più presto si gettasse un ponte tra queste due rive, ad Alessandro Forti, che sempre sulla rivista diretta da Mario Carli, in un articolo del 18 aprile 1920 dal titolo “Fiume e il bolscevismo”, così si espresse:

“Due sole figure di Eroi, nel senso Carlyliano della parola, ha fatto risaltare la guerra anonima, pesante e ingeniale: D’Annunzio e Lenin. Né Lenin ci appare oggi come un principe di dissolvimento che incarni un ideale puramente negativo, una ribellione negativa, ma come un ricostruttore gigantesco. Nulla in lui di dogmatico. Egli ci appare oggi sotto un aspetto ben diverso da quello che ce lo dipinsero i giornali interessati, borghesi e proletari. Non è da Lenin che dobbiamo difendere la nostra rivoluzione, bensì dalla coalizione dei plutocrati occidentali. Questi sono oggi i nostri nemici, e non il gigante di Mosca, al quale anzi ci avvicina idealmente la lotta comune contro il comune nemico, contro i pigmei scavatori d’oro. Poi si vedrà”.

L’8 settembre 1920 fu proclamata a Fiume la Reggenza Italiana del Carnaro e Nino Daniele sperò ancor più fortemente nel suo sogno rivoluzionario, anche perché la Reggenza in pratica fu una vera e propria Repubblica. Ma il tradimento controrivoluzionario pugnalò alla schiena il nobile esperimento sociale di Fiume e le cannonate sulla città furono i chiodi della bara nella quale si seppellì l’ardimento della migliore gioventù italiana. A questo punto ci gioveremo di un importantissimo documento ritrovato e pubblicato da Renzo De Felice sulla rivista “Storia Contemporanea”, Bologna, I, numero 3, settembre 1970, dal titolo “Il dannunzianesimo di sinistra in un memorandum di Nino Daniele a D’Annunzio del marzo-aprile 1921”, in seguito inserito nel volume pubblicato a Bari nel 1978 dall’editore Laterza, “D’Annunzio politico 1918-1938”. In questo documento memorialistico redatto per l’Immaginifico Nino Daniele aveva ricostruito e riesaminato gli accadimenti di quei mesi frenetici ed aveva sunteggiato il suo pensiero. Durante i tragici fatti del “Natale di sangue” Nino Daniele si trovava a Roma ma, privo di sostegni, dovette desistere da qualunque azione personale. Il giornalista pugliese ebbe però nei giorni immediatamente successivi due incontri molto significativi. Il 1° gennaio 1921 nella Capitale egli ebbe un colloquio con Nicola Bombacci, così rievocato:

“Mi disse subito che egli era d’accordo con Giulietti nel ritenere D’Annunzio un rivoluzionario ed un capo soprattutto dopo la prova di Fiume. Mi riferì di aver sostenuto la tesi pan-rivoluzionaria e fiumana in seno al partito, ma che aveva trovato troppi diffidenti e che bisognava trattare la cosa con garbo. Bombacci mi trattenne a lungo, promettendo di venire lui a rivedermi e consigliandomi di vedere intanto Gramsci”.

Daniele seguì il consiglio di Bombacci e il 9 gennaio si incontrò a Torino anche con Gramsci; il rivoluzionario sardo, oggi ridotto a un santino liberal-democratico e buono per tutte le occasioni da parte degli intellettuali e dei politicanti di area piddina, rilasciò dichiarazioni importanti:

“Meno sentimento che in Bombacci ma altrettanta attrazione e più dialettica. Mi disse: sono convinto da un pezzo che il partito socialista avrebbe dovuto tentare di avvicinare D’Annunzio. C’è una prevenzione nostra contro di voi come ce n’è una vostra contro di noi. Entrambe sono assurde. L’ideologia comunista in questo momento è l’ideologia più nazionale. Noi non siamo contro la patria, ma soltanto contro la patria borghese. La rivolta dannunziana contro il vassallaggio imposto dall’Inghilterra e dalla Francia all’Italia è anche una nostra rivolta. Noi riconosciamo di non potere – attualmente far astrazione dalle altre classi. Noi conosciamo – io sono sardo – e ci preoccupiamo dei gravi problemi del Mezzogiorno. In questo senso noi continuiamo il movimento rivoluzionario di un secolo fa per l’Unità d’Italia”.

Queste ricostruzioni potrebbero sembrare ad alcuni soltanto come le chiacchiere di un giornalista. E invece esse riportano con logica coerenza il pensiero di un fautore del patriottismo socialista quale fu per l’appunto Antonio Gramsci. I bordighisti avranno modo di definire il gramscismo “una variante di sinistra dell’idealismo crociano”. Ma quella che avrebbe dovuto essere una liquidazione sbrigativa e una condanna per direttissima al Tribunale della Storia, fu da parte loro, probabilmente e paradossalmente, un giudizio condivisibile e un onesto riconoscimento della pregnanza filosofica e del valore di uno dei pensatori più autorevoli del nostro Novecento; per approfondire il giudizio bordighiano su Gramsci, non si dovrebbe altresì sottacere l’influenza gentiliana sul pensiero del sardo, un’influenza che con opera meritoria l’esimio filosofo Diego Fusaro ha riscoperto e ricollocato nelle sue giuste dimensioni, arrivando a definire con fondatezza il dirigente comunista un “attualista rivoluzionario”.

I quattro volumi dell'edizione critica dei "Quaderni del carcere" usciti per Einaudi

I quattro volumi dell’edizione critica dei “Quaderni del carcere” usciti per Einaudi

Successivamente fu ancora lo stesso Amadeo Bordiga nella sua opera Struttura economica e sociale della Russia d’oggi (1966) ad interpretare il gramscismo come una forma di ideologia borghese bollandolo con queste parole:

“Un idealista non è un marxista radicale né un marxista riformista. Egli è solo uno fuori della nostra via. Storicamente Gramsci ci aiutò a cacciare, con mille ragioni, Turati. Teoricamente però, ed è sempre un male quando lo si tace, ortodossia ne aveva meno Gramsci che Turati”.

Schierato a difesa di un supposto marxismo ortodosso tradito da Gramsci, Bordiga rivelava piuttosto sul piano teorico e filosofico le ascendenze kautskiane e secondinternazionaliste del proprio materialismo storico e financo i propri debiti nei confronti del positivismo evoluzionistico turatiano. La linea del centro gramsciano si svilupperà e si caratterizzerà sempre più in senso nazionale e popolare tra il 1922 e il 1926, tra il Congresso di Roma (il II°) e il Congresso di Lione (il III°) del Pcd’I, in contrasto con l’antistorico ed astratto internazionalismo bordighiano; fu un indirizzo il cui senso complessivo si riassumerà nella formula seguente, presente in una lettera gramsciana a Palmiro Togliatti e Umberto Terracini scritta da Vienna il 9 febbraio 1924:

“Amadeo (Bordiga, ndr) si pone dal punto di vista di una minoranza internazionale. Noi dobbiamo porci dal punto di vista di una maggioranza nazionale”.

Lo storico francese Robert Paris, nel suo lavoro Le origini del fascismo (1970) si spinse persino a dire che “Gramsci vagheggiava la creazione, con l’appoggio di D’Annunzio, di una sorta di movimento nazional-bolscevico, come ce n’era allora in Germania”, alludendo ai seguaci di Fritz Wolfheim (1888-1942) e di Heinrich Laufenberg (1872-1932). Forse così è troppo: ciononostante, affermare che Gramsci avesse una concezione del comunismo profondamente nazionale e patriottica significa attenersi ai risultati della migliore ricerca storica. Dopo questa digressione, torniamo al memorandum di Nino Daniele. Il XVII° Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, svoltosi a Livorno dal 15 al 21 gennaio 1921, culminò in una dolorosa scissione, così commentata dallo scrittore salentino:

“Il partito comunista – partito nuovo – si libera dei vecchi e dei vecchiumi, del pacifismo alla Serrati, del parlamentarismo alla Turati, del materialismo alla Ferri, ossia la maggioranza socialista, imbastardita ed ischiavita dai capi, cede il passo a una minoranza rivoluzionaria pura: giovani, colti, entusiasti, fautori della lotta, del coraggio, del dominio. Non a caso durante il Congresso essi furono accusati di bergsonismo e di dannunzianesimo. Essi si riallacciano ai quarantottisti, ai barricadieri, ai blanquisti, ai vittorughiani, e sono in genere per la vittoria dello Spirito come fine, per la conquista del Potere come mezzo. Non ripugnano dalla violenza. Vogliono la dittatura del proletariato come unica transizione tra la dittatura attuale della borghesia e l’applicazione del comunismo”.

Il giornalista leccese rivendicò il forte legame di sangue tra gli ordinovisti e l’interventismo rivoluzionario:

“L’origine di questo nuovo socialismo risale alla guerra e non esclude perciò gli interventisti, i quali ora sono internazionalisti perché credono che l’internazionalismo sia condizione necessaria alla rivoluzione e la rivoluzione unica strada all’internazionalismo, ma sarebbero domani nazionalisti per la stessa ragione e rivelano a quando a quando uno strano attaccamento alla loro terra, poiché molta retorica è nel loro chiamar retorica la patria, che viceversa riconoscono e valorizzano sotto il nome di nazione”.

Daniele così proseguiva nel suo rapporto al Vate:

“Il concetto di Patria va certamente riformato dopo la grande guerra europea e dopo la rivoluzione russa. Lo sfasciamento di tre imperi deve farci riflettere; la gara tra le nazioni è aperta, ma la più grande sarà forse quella che toglierà o quella che darà più libertà alle altre? Nel senso materiale e spirituale l’Italia potrà ripetere e perfezionare il prodigio di Roma”.

A D’Annunzio l’intellettuale pugliese offriva la propria particolare concezione spiritualista ed i principi etico-estetici dei quali si materiava il suo socialismo, meraviglioso fiore aulente sbocciato nella primavera della Rivoluzione:

“La rivoluzione in Italia è matura. I comunisti hanno bisogno di noi. Hanno anche bisogno d’un capo. Occorre trasformare in Bellezza il loro programma a volte ancor troppo arido. È necessario dare al comunismo un contenuto mistico, lirico, ideale, assorbirlo con la sua organizzazione, amalgamandolo col meglio di tutti gli altri partiti rivoluzionari, dal repubblicano sociale al sindacalista anarchico, senza esserne assorbiti noi. Il comunismo è l’unica dottrina pronta, l’unico partito addestrato per l’assalto, per la conquista del potere e per la ricostruzione della società nazionale e mondiale su nuove fondamenta storiche. Ma in sostanza lo spiritualismo sarà mezzo al comunismo e il comunismo sarà mezzo allo spiritualismo. Il privilegio dello spirito rivoluzionario è di mantenersi puro, al di là di tutti i mezzi”.

Daniele si univa a Mario Carli, ad Alessandro Forti e a molti altri nell’auspicare l’unità d’intenti tra dannunzianesimo e bolscevismo, invocando un aiuto fattivo alla rivoluzione assediata:

“La Russia rivoluzionaria ha bisogno di aiuto. Bisogna darglielo per la salvezza della Causa rivoluzionaria in Europa. Se la Russia è vinta dall’Intesa, il mondo retrocede di chissà quanti secoli. Già si annunzia un periodo di reazione furibondo in tutti gli Stati borghesi. Guai se l’unico Stato operaio scompare! Esso è il terrore dell’Inghilterra. E con l’Inghilterra combatterà forse la grande lotta nell’Asia, in India. Saremo con la Russia o con l’Inghilterra? L’Italia può e deve insorgere nel nome della Russia. Mosca è oggi la Fiume dell’Europa, è oggi per le Potenze ostili europee quel che Fiume rappresentò per i partiti d’ordine italiani. Come già lo Stato italiano contro Fiume, serbatoio di ribelli armati, così gli Stati borghesi muovono ora contro la Russia, rifugio primo ed ultimo della rivoluzione proletaria. Bisogna impedirlo”.

La fiducia che il Vate avrebbe corrisposto ai suoi desideri era incrollabile nel leccese:

“D’Annunzio è al di là di ogni classe e di ogni partito. Ma due soli sono gli eserciti che oggi chiedono un capo: il liberalismo (partito della classe borghese) e il comunismo (partito della classe operaia). Il primo è la retroguardia del Passato, il secondo è l’avanguardia dell’Avvenire. Non possono fondersi e non c’è tempo di esitare: bisogna scegliere”.

Ossessionato dall’idea di spingere il Comandante a fare questa scelta decisiva e dirimente che avrebbe cambiato i rapporti di forza in campo, il giornalista pugliese tentò di organizzare un incontro tra Antonio Gramsci e Gabriele D’Annunzio a Gardone Riviera nell’aprile 1921. Per ricostruire l’episodio la fonte più precisa è un articolo di Sergio Caprioglio, curatore con Elsa Fubini delle gramsciane Lettere dal carcere e autore dell’articolo “Un mancato incontro Gramsci-D’Annunzio a Gardone nell’aprile 1921 (con una testimonianza di Palmiro Togliatti)”, apparso su “Rivista Storica del Socialismo”, Milano, V, fascicolo 15-16, gennaio-agosto 1962. Nella vicenda ebbe parte il tenente dell’Esercito Mario Giordano, torinese, ex legionario fiumano e simpatizzante del gruppo degli ordinovisti. “Discepolo di Mario Mariani”, lo scrittore socialista rivoluzionario ed interventista si è parlato in un precedente articolo, secondo Nino Daniele, “frequentatore assiduo della redazione de L’Ordine Nuovo”, nonché grande amico di Antonio Gramsci, secondo Palmiro Togliatti, fu lo stesso Giordano che organizzò il viaggio e che partì da Torino in treno con Gramsci, ancora secondo la testimonianza del ricordato Togliatti. I due raggiunsero sul posto Daniele che stava tentando invano di preparare il terreno. In attesa della convocazione mai diramata, Daniele e Gramsci trascorsero un paio di giorni insieme e conversarono lungamente.

Daniele così rammentò quelle ore:

“Fu torto ai miei occhi gravissimo quello del Comandante, così ospitale e così cortese verso innumerevoli nullità, di non aver voluto ricevere un uomo che, come gli dissi e gli scrissi, più che un uomo era un mondo. Egli sempre durante quelle nostre conversazioni riconobbe lo spirito rivoluzionario e disinteressato dei legionari che sapeva distinguere nettamente dallo spirito reazionario e utilitario dei fascisti. Mi assicurava che oltre a Nicola Bombacci erano chiamati dannunziani in seno al Partito Comunista d’Italia Ezio Riboldi insieme a molti altri. Su ogni uomo e su ogni fatto aveva un giudizio pronto e acuto. Tutte le questioni che egli trattava avevano il dono dell’attrattiva, perché su tutto Gramsci sapeva dire cose nuove e interessanti. Ed è così che, nell’immediato dopoguerra, per suo merito esclusivo, Torino divenne un vivaio di agitatori operai e di esperienze rivoluzionarie”.

L’incontrò non ci fu, la scintilla non scoccò. Ma perché Gramsci volle correre questo rischio, sapendo di poter andare incontro a un probabile fallimento della sua iniziativa? Togliatti se lo spiegò così:

“Gramsci pensava alla possibilità di una resistenza organizzata e armata, di massa, alla offensiva fascista e riteneva fosse opportuno, per rafforzare questa resistenza, estenderla e darle maggior presa, cercando un contatto anche col movimento dei legionari fiumani, o per lo meno con una parte di esso. Il contatto con D’Annunzio avrebbe dovuto chiarire se e in quale misura esistesse siffatta possibilità. Si tenga inoltre presente che Gramsci era sempre stato avverso alla ostilità del partito socialista contro i movimenti dei reduci di guerra ed ogni volta che gli si era presentata l’occasione aveva cercato di superare questa ostilità, sviluppando iniziative concrete per la conquista di ex combattenti, di soldati e di ufficiali a una politica socialista e all’alleanza con la classe operaia”.

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Palmiro Tolgiatti, da vero stratega, gioca a scacchi

Successivamente a questo insuccesso, Nino Daniele si trasferì a Roma come redattore de “La Tribuna” e de “Il Mondo”, quest’ultimo fondato dal conte Matarazzo nel 1922. L’ultimo incontro di Daniele con D’Annunzio a Gardone avvenne nei giorni immediatamente precedenti la Marcia su Roma e fu proprio per ottenere un abboccamento per il giornale “Il Mondo” che i due si ritrovarono per un ultimo colloquio. Il 24 ottobre 1922 fu pubblicata su quel giornale una sua intervista al Poeta con il titolo “Quel che D’Annunzio vuole”. Il paragrafo finale suonava così:

“A destra ed a sinistra, il Poeta-Comandante rappresenta oggi l’estrema salvezza ed è l’unico arbitro della pace italiana. Contro di lui o senza di lui, noi che gli fummo e gli siamo fervidamente devoti sentiamo che non c’è in vista se non il prolungamento indefinito della minaccia interna e della minaccia adriatica. Egli solo può sciogliere, forse, il doppio nodo”.

Ma infine il doppio nodo venne sciolto da altri e soltanto in parte il definitivo esilio dorato del Vittoriale poté compensare il Vate delle sue numerose amarezze e dei suoi sogni infranti. Con l’avvento del Fascismo il clima politico si fece irrespirabile per Nino Daniele e lo convinse a lasciare l’Italia. L’11 novembre 1926 egli si imbarcò sul piroscafo “Re Vittorio” diretto in Brasile e si stabilì a San Paolo. Colà egli diresse per qualche tempo il settimanale “Il becco giallo” e fu redattore de “Il Fanfulla” e de “Il Piccolo”; fondò anche un giornale in italiano, “Diario Latino”. Nel 1928, sempre a San Paolo, egli pubblicò il libro D’Annunzio politico, una raccolta di dieci articoli scritti per “Il Corriere della Sera” durante la direzione di Ugo Ojetti e mai pubblicati dal quotidiano milanese, timoroso di una censura. Abbiamo le prove, con la testimonianza di Antonio Gramsci sia nelle Lettere dal carcere che nei Quaderni del carcere, che il comunista sardo ebbe modo di richiedere alla cognata Tania Schucht il volume in una missiva dell’11 aprile 1932 ed in seguito di leggerlo in prigione. Frattanto oltre all’attività giornalistica Nino Daniele pubblicò in Brasile tre saggi nella serie dei Quaderni della Libertà apparsi a San Paolo tra il 1932 e il 1933 e rispettivamente intitolati L’eterna beffa dei Ciompi, Fiume o la repubblica bifronte, L’equivoco dell’antifascismo borghese.

Sposatosi a San Paolo il 1° novembre 1931, il pubblicista leccese chiese al Consolato d’Italia di quella città nel gennaio 1938 il passaporto per poter rientrare in Italia essendo gravemente infermo agli occhi, con l’intento forse di restarci. La Direzione Generale di Pubblica Sicurezza a Roma diede il nullaosta, ma non sappiamo poi se Nino Daniele sia effettivamente rientrato in Patria in quel frangente avendo chiesto la garanzia di essere libero di ritornare in Brasile per prendervi la moglie e i figli Ivan, Arai e Leo. Morì l’8 novembre 1967 a Luserna San Giovanni, in provincia di Torino.


Bibliografia
Vito Salierno, Nino Daniele. Un “legionario” comunista con D’Annunzio a Fiume, Casa Editrice Rocco Carabba, Lanciano 2013.
Piero Chiara, Vita di Gabriele D’Annunzio, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1978.
Robert Paris, Le origini del Fascismo, Ugo Mursia Editore, Milano 1970.