“Con la barba di Bombacci, ci farem gli spazzolini, per lucidar le scarpe di Benito Mussolini!”.

Così cantavano gli squadristi fascisti nel 1922. Strane storie riserva il destino, strane si, ma reali, come quella accaduta a Nicolino Bombacci. Infatti l’ex deputato comunista e socialista, vero politico passionale e idealista, si sarebbe trovato poco più di un ventennio dopo, nel 1945, ad essere fucilato a Dongo, insieme al vecchio compagno e amico romagnolo Benito Mussolini. Cosa curiosa per una delle massime figure del comunismo italiano, fondatore del Partito Comunista Italiano (Pci), amico personale di Lenin col quale stette nell’Unione Sovietica durante la Rivoluzione d’Ottobre. Era soprannominato il “Papa Rosso” ma nonostante ciò Bombacci a distanza di qualche decennio può essere considerato un personaggio molto più chiaro e lineare e sicuramente molto meno contraddittorio di quanto sia stato fatto apparire dalla storiografia ufficiale.

Guglielmo Salotti nel suo libro “Bombacci un Comunista a Salò”, lo definisce un morto scomodo per tutti: sia per i vecchi compagni comunisti e socialisti che lo bollarono come “Supertraditore”, così come per gli eredi di coloro al cui fianco era caduto, gridando Viva l’Italia, viva il socialismo!
L’avvicinamento al Fascismo viene visto come segno di riconoscenza verso il Duce (che, comunque gli negherà sempre la tessera del partito) che sostenne economicamente le cure per la malattia del figlio, quanto all’idea di “socializzazione” presente anche nella Repubblica Sociale Italiana. Proprio questa idea spinse Bombacci ad abbracciare la nuova fede. Il suo sogno era poter portare avanti la costruzione di quella “Repubblica dei lavoratori” per la quale tanto lui quanto Mussolini combatterono agli inizi del Novecento e la Repubblica di Salò sembrava in prima istanza garantire questa alternativa politica.
Ampia socializzazione dunque, che si traduce nella promulgazione di leggi chiaramente d’ispirazione socialista, quali, la cogestione nelle imprese, la creazione dei sindacati, la distribuzione di benefici e la nazionalizzazione dei settori industriali di importanza strategica. Tutte prerogative presenti nei famosi “18 punti” del primo Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona; un documento, redatto congiuntamente da Mussolini e Bombacci, che doveva gettare le basi della nuova Costituzione dello Stato Sociale Repubblicano. Ma la storia si sa, mostra le sue carte senza alcun preavviso.
Nel 1945, ad aprile, le autorità militari tedesche in Italia si arrendono agli Alleati. Il Duce è circondato e aspetta rinforzi per tentare una disperata resistenza. Ma non le fantomatiche truppe sempre promesse da Pavolini, non l’esercito personale del Principe Borghese, non gli esponenti del partito si trovarono vicini a Mussolini nell’ultima ora, ma il vecchio amico socialista e comunista Bombacci. Così la sorte di Nicolino è segnata. ll racconto di Vittorio Mussolini, figlio del Duce, del suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci ci insegna la sua interezza: “ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte”.