“Una mano, un piede, una gamba, una testa lasciano l’insieme all’immaginazione”
W. Shakespeare

Nel cuore della Colombia, si è nascosto per diverso tempo un uomo il cui nome è sconosciuto ai più. Si tratta di Nicolás Gómez Dávila, il filosofo reazionario che distillò il suo pensiero sotto forma di aforismi. Proprio nell’anno in cui Oswald Spengler si accingeva a scrivere Il tramonto dell’Occidente, all’estremo ponente nasceva un’anima solitaria; lì dove il sole va a morire. Era il 1913 e questo fatto pare, da solo, dar ragione al monito di Ernst Jünger: “Il tramonto è alba da qualche altra parte”. Si spense – come muore una luce, come tramonta un sole – ottantun’anni più tardi, nel 1994. Contrariamente al Sole, però, morì lì dove nacque, a Bogotà.
Un po’ come il nostro Benedetto Croce, Gómez Dávila è un autodidatta per cui la “cultura è tutto ciò che non può insegnare l’università”. Figlio di ricchi possidenti dell’alta borghesia colombiana, ha formato il suo pensiero nella più feconda solitudine. Compì studi regolari solo alle scuole elementari e medie. Da fanciullo, una grave polmonite lo costrinse a letto. Venne così educato da insegnanti privati. Deve la sua formidabile formazione, prettamente umanistica, al collegio di monaci benedettini di Parigi, in cui visse dai sei ai ventitré anni, ereditando dalla Vecchia Europa la cultura più alta. Amava i classici greci, il meglio della letteratura inglese e, soprattutto, francese.
Una volta tornato in patria, grazie ad un libraio viennese emigrato in Colombia, raccolse i vari frammenti che compongono il cuore del Vecchio Mondo: tutta la letteratura e il pensiero europeo, da Omero a Goethe, dai presocratici a Heidegger. Tutto, rigorosamente, in lingua originale (dominava greco, latino, tedesco, inglese, portoghese, francese, italiano, russo e, ovviamente, lo spagnolo). Vi era custodito un immenso tesoro al centro della sua casa a Bogotà – costruita in stile Tudor – nella cui biblioteca arrivarono a contarsi più di trentamila volumi. Ci ha lasciato in eredità un’opera unica, un’ampia raccolta di aforismi di quasi mille pagine e divisa in cinque volumi, intitolata Escolios a un texto implìcito [Letteralmente: Scolii ad un testo implicito].

Lo scolio è un termine che deriva del greco schòlion ed è un’annotazione posta dagli antichi studiosi in margine ai manoscritti delle opere classiche, un commento appuntato dallo “scoliaste” a margine del testo, per spiegare i passaggi più oscuri dal punto di vista grammaticale, stilistico ed esegetico.
Chiuso nella sua biblioteca per anni, ha concepito le più sorprendenti sentenze sull’umanità, il mondo e la Storia. Senza dimenticare Dio, il destino, il tempo e l’eternità, Eros e Thanatos, arte, religione e politica. E lo ha fatto con uno stile inimitabile. La sua filosofia è un’opera composta esclusivamente da aforismi, efficaci rimedi per curarsi l’anima. Il testo implicito a cui allude è un’opera immaginata, appena abbozzata, che si tiene insieme con i suoi frammenti che, come un complesso mosaico, compongo il tutto.
Il filosofo colombiano definiva gli scolii come “l’ espressione verbale più discreta e più vicina al silenzio”. Nulla si addiceva maggiormente ad un uomo vissuto in solitudine e in silenzio per quasi tutta la vita.
Breve, illuminante, sorprendente e conciso, l’aforisma per  Gómez Dávila deve avere “la durezza della pietra e il tremolio delle foglie”, “per concludere, prima di annoiare”, perché “tra poche parole è difficile nascondersi, come tra pochi alberi”.  Egli è uno dei pochi autori che può scegliere il suo pubblico. A buon intenditor… poche parole. Gli escolios sono stelle lucenti che insieme compongono il pensiero di Gómez Dávila come una costellazione. Un pensiero atto ad imprimersi in un firmamento a cui l’uomo, per mirarlo, deve volgere lo sguardo verso l’alto, obbligandolo ad elevarsi.

In Italia è stato portato all’attenzione del pubblico grazie alla casa editrice Adelphi  che, nel 2001 e nel 2007, ha pubblicato i primi due volumi della sua opera. La traduzione è a cura del filosofo germanista Franco Volpi che ha definito l’autore come la gemma più luminescente e scandalosamente trascurata del panorama filosofico-letterario dell’America latina. Nel 2008 le Edizioni di Ar pubblicarono una raccolta di aforismi intitolata Pensieri antimoderni, senza acquisirne i diritti editoriali, definendo tale operazione un “esproprio aristocratico”. E nel 2013, la casa editrice Limina Mentis ha pubblicato il quinto volume degli Escolios con il titolo Alle origini del mondo. Mancano ancora due volumi all’appello e Franco Volpi, suo principale traduttore, è morto nel 2009.

Rispetta Marx, ma non ama i marxisti, “il militante comunista prima della sua vittoria merita rispetto. Dopo non sarà che un borghese indaffarato”. Da pensatore integralmente antimoderno quale era, davanti al proprio tempo commentò: “Questo secolo sprofonda lentamente in un pantano di sperma e di merda. Per maneggiare gli avvenimenti attuali gli storici futuri dovranno mettersi i guanti”. E’ l’unica nota in cui l’uomo di Bogotà, sempre elegante, si lascia andare ad un minimo di volgarità. Per lui “il moderno distrugge più quando costruisce che quando distrugge”. Col passare del tempo i Vangeli e il Manifesto del partito comunista scoloriscono, il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia”. Ai suoi occhi il Settecento fu l’unico mondo abitabile, forse perché fu il secolo vissuto da un reazionario da lui tanto amato come de Maistre.

E’ stato definito il Nietzsche della Colombia. Un Nietzsche che però non crede nella “morte di Dio”, ma che, attraverso i suoi aforismi, tenta di tenere in vita.
Triplice la sua contraddizione. Riuscì ad essere contemporaneamente uno scettico, un cattolico osservante e un pagano. Tentato dagli dei dell’Olimpo, disse di sé: “Più che cristiano, sono forse un pagano che crede in Cristo”. E’ un pessimista, un tradizionalista nemico della sociologia e degli storici, scettico ma cattolico, a tratti misantropo: “I cani che abbaiano alla ombre, e non gli animali ingegnosi e trionfanti, sono gli autentici precursori dell’uomo”. E’ un filosofo metafisico, critico del proprio tempo, antimoderno, antiprogressista e antidemocratico. Un reazionario puro. Il suo è un pensiero aristocratico: “Nobile è non chi crede che ci siano persone inferiori a lui, ma chi sa di averne di superiori”. Si mantenne sempre lontano dalla politica attiva e rifiutò i corteggiamenti che i conservatori colombiani gli fecero più volte, offrendogli anche un posto come ambasciatore a Londra.
In lui sembrano albergare l’antimodernismo di Evola, la critica all’Occidente di Spengler (anche se rifiuta ogni sorta di filosofia della Storia), l’eleganza e lo stile di Chateaubriand, lo scetticismo di Cioran e il cattolicesimo dell’ultimo Papini. Schernisce gli storici e la Scienza, davanti alla quale pone Dio come unico fine degno della vita. Compito primo dell’uomo, per Gómez Dávila, è l’anima. Asceta di un’aristocrazia spirituale, fu un reazionario che pose sempre il primato dello Spirito sulla Materia, un romantico elegante e orgoglioso, nemico dell’imbecillità. Un uomo contro, insomma. L’aristocrazia, per lui, non era certo fatto di sangue, ma di anima: “Nostro fratello è non chi ci somiglia nel fisico, ma chi sfiora il medesimo nostro mistero”. Anche il già citato Ernst Jünger lo conosceva e lo ammirava, e in una lettera inedita del 1994, definiva la sua opera “una miniera per amanti del conservatorismo”. Egli però si autodefinì sempre un reazionario, perché “il reazionario diventa conservatore solo in epoche che hanno qualcosa da conservare”.

Lesse, scrisse e morì. Con questo epitaffio dalla brevità di uno scolio si definisce facilmente la sua vita. Morì a Bogotà, nel 1994, lasciando una moglie (che lo seguirà un anno dopo) e tre figli. Le parole che seguono paiono quasi essere le sue ultime volontà: “Non è un’ opera ciò che intendo lasciare. Le uniche che mi interessano si trovano a una distanza infinita dalle mie mani. Vorrei lasciare però un libricino che, di tanto in tanto, qualcuno apra. Una tenue ombra che seduca poche persone. Sì! Affinché una voce inconfondibile e pura attraversi il tempo!”