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Nel mondo della musica sono tanti gli artisti che hanno raggiunto un successo immediato e travolgente: in vita hanno avuto tutto, fama, soldi, migliaia di appassionati pronti ad applaudire ai loro concerti. Alcuni di essi hanno conquistato l’immortalità, altri invece sono stati a poco a poco dimenticati. Poi esiste un’altra categoria di musicisti e di cantautori, ignorati completamente in vita e morti nel quasi totale anonimato. Solo dopo anni, o decenni, sono stati riscoperti grazie al passaparola e le loro opere sono diventate in breve tempo di culto, destinate a influenzare generazioni di artisti a venire. Uno fra questi è certamente Nick Drake.

Un giovane Nick Drake che con la coperta pare proteggersi dal mondo circostante

Un giovane Nick Drake che con la coperta pare proteggersi dal mondo circostante

Nick Drake appartiene alla generazione di cantautori sbocciati nei primi anni Settanta: Cat Stevens, Joni Mitchell, ma anche Carole King, Donovan e John Martyn. Veri poeti della canzone, che si ispiravano al romanticismo e al decadentismo nella letteratura. In loro non c’era nulla del rock sperimentale e del folk impegnato del decennio precedente. La loro voce sussurrata, accompagnata dall’inseparabile chitarra, intonava versi intimisti e personali, carichi di sofferenza emotiva. Parlavano di amore, di morte, di voglia di infinito, e insieme celebravano con sguardo malinconico le piccole cose della quotidianità. Tra tutti Nick Drake è stato certamente il più incompreso, introverso, intenso. Colui che, più degli altri e suo malgrado, è riuscito a portare in musica il dolore provato in vita, che ha finito poi per divorarlo. A vederlo, Nick Drake era un bel ragazzone inglese, alto quasi 1 metro e 90. I tratti dolci e gentili, quasi angelici, uniti a un fisico atletico e proporzionato, non facevano trapelare nulla del suo tormento interiore.

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Nick nasce il 19 giugno 1948 a Yangon, in Birmania, dove la sua famiglia si trovava per lavoro (papà Rodney era un ingegnere e commerciante di legname). Fino all’adolescenza ha vissuto con i genitori a Far Leys, una grande villa a due piani coperta di mattoni rossi, in un piccolo paesino fra le colline del Warwickshire. Trascorre molto tempo da solo, con la sorella Gabrielle e con mamma Molly, poetessa e musicista dilettante, che lo avvicina al pianoforte e poi alla chitarra, strumento che non avrebbe più abbandonato fino alla sua morte.

Nick Drake e la sua inseparabile chitarra

Nick Drake e la sua inseparabile chitarra

Drake è un bravo ragazzo, studia con profitto e ottiene il massimo dei voti. Ha un fisico da atleta e al College eccelle in quasi tutti gli sport. Ha tutte le carte in regola per diventare popolare, eppure se ne sta sempre da solo, in disparte. Legge molto: Blake e i simbolisti francesi, ma anche i poeti romantici inglesi, gli esistenzialisti, Sartre, Camus. E suona, sempre. In pochi anni diventa un musicista virtuoso, con la chitarra riesce a fare ciò che vuole. Ma non gli importa di entrare a far parte di un gruppo o esercitarsi con delle cover sterili: ha imparato uno strumento solo per dare suono ai testi che ha scritto, alle sue emozioni che non riuscirebbe ad esprimere altrimenti. L’incomunicabilità e il solipsismo quasi autistico di Nick, uniti al suo eccezionale talento, gli hanno permesso di trovare prima degli altri una sua voce nell’arte.

Dopo la scuola, Nick ha però una voglia matta di far conoscere le sue canzoni, perché è stanco di suonare da solo tra gli alberi o nel buio della sua camera. Così vince la timidezza e inizia a suonare con una band locale folk rock inglese, i Fairport Convention. Il suo talento cristallino viene subito notato da tutti, in particolare da Ashley Hutchings, il bassista del gruppo, che nel 1968 gli procura un’audizione con il noto produttore Joe Boyd, il quale solo pochi mesi prima aveva curato il primo singolo dei Pink Floyd, Arnold Layne. A Nick basta suonare qualche canzone: pochi minuti dopo è già sotto contratto per la Witchseason Production. Boyd capisce fin da subito che quel timido ventenne dallo sguardo perso nel vuoto è un fuoriclasse: non solo un genio sperimentatore alla chitarra, ma un poeta autentico in grado di mettere in musica testi lirici e profondissimi, che toccano le corde del cuore.

Nick inizia subito a lavorare per il primo album, Five Leaves Left (1969): il titolo è un riferimento ironico alla scritta che avvertiva che rimanevano “cinque cartine rimanenti” nelle confezioni per le sigarette. Boyd affianca a Nick alcuni fra i migliori musicisti inglesi dell’epoca: tra gli altri compaiono Richard Thompson, chitarrista dei Fairport Convention, Danny Thompson, contrabbassista dei Pentangle e il pianista Paul Harris. Quattro brani sono arrangiati per gli archi da Robert Kirby, vecchio amico del liceo che Drake ha fortemente voluto per aiutarlo nella sua opera.

Dopo pochi mesi di lavoro nasce un album con una struttura strumentale imponente, quasi barocca. Rimane comunque protagonista la voce sussurrata di Drake, che intona capolavori di lirismo e malinconia come Time Has Told Me, Way To Blue e Thoughts of Mary Jane. Five Leaves Left però rimane quasi inosservato. In parte per il carattere intimo e a tratti ermetico delle sue canzoni, incapace di conquistare le orecchie distratte di un pubblico più ampio. Ma la componente decisiva, che forse nemmeno Boyd aveva previsto, è la timidezza estrema di Nick Drake. Durante la promozione dell’album, il produttore organizza una tournée di concerti in alcuni pub e piccoli teatri in giro per l’Inghilterra. Nick si esibisce un paio di volte, ma in entrambe scappa via a metà concerto, disturbato e offeso dal brusio del pubblico che parla ad alta voce, beve e chiacchiera durante le sue performance. La sua musica aveva bisogno di silenzio e di tempo, anche perché ogni sua canzone richiedeva un’accordatura diversa. Il pubblico si prendeva quasi gioco di quel ragazzone che si limitava a sedersi sul palco e cantare fissando un punto fisso nel pavimento, senza aggiungere una parola; per contro, la sensibilità di Nick era urtata dalla superficialità della gente, che non riusciva a comprenderlo. A Boyd non restò che annullare tutti i concerti.

“Io potrei suonare dovunque, se la gente non sta zitta le urlo di fare silenzio… Nick, semplicemente, non poteva”, osservò una volta John Martyn, caro amico di Drake, al quale dedicò una canzone, Solid Air. Di lui rimane la registrazione di un’intervista, l’unica della sua vita. Le risposte sconnesse, proferite a monosillabi, banali, contrastano incredibilmente con la sorprendente lucidità e la proprietà di linguaggio dei suoi testi. Perché la sua voce, Nick, la trovava solo nel canto.

Superato il primo insuccesso, Drake si iscrive all’Università di Cambridge, dove studia Letteratura inglese. Una decisione presa più che altro per accontentare i suoi (e per andarsene via di casa) che per una personale ambizione. Nick infatti trova ogni momento libero per comporre canzoni e per proporle agli amici di Londra, desideroso di registrare il suo secondo album. Questo è forse il periodo più felice di Drake: finalmente ha trovato la sua strada, è un musicista di professione e ha incontrato persone che lo apprezzano e finalmente capiscono il suo universo interiore, la sua arte. L’insuccesso iniziale non ha scalfito di una virgola la sua voglia di comunicare agli altri, “di trasmettere alle persone delle emozioni”, l’unico desiderio che lo rende davvero felice, la sola speranza che continua a dare un senso alla sua vita.

Bryter Layter (1970), anch’esso prodotto da Joe Boyd e arricchito dal contributo dei Faiport Convention e dell’amico Kirby, è forse la più briosa delle sue opere, certamente la più jazz e orchestrale. Il titolo, anche qui di un’ironia sottile, è una storpiatura ortografica e dialettale dell’espressione inglese brighter, later (schiarite, più tardi), ricorrente nei bollettini meteorologici. La speranza e il cauto ottimismo di Nick si riflettono in brani quasi spensierati come One of These Things First e Fly (dove, insieme a Nothern Sky, compaiono la viola e l’organo di John Cale dei Velvet Underground). C’è spazio per il gioco, il sogno, l’ipotesi di qualche amore. La malinconia esistenziale di Nick comunque permane e si avverte in tutta la sua profondità in brani come Hazey Jane I e II e Poor Boy. La voragine, l’abisso sono solo messi da parte, pronti da un momento all’altro ad emergere con tutta la loro violenza. Così avverrà.

Anche Bryter Layter si rivela un mezzo fiasco. Joe Boyd, che in quei due anni era stato come un padre per il fragile Nick, vende la sua Witchseason Production alla Island Record e si trasferisce negli Stati Uniti. Si tratta di un duplice, durissimo colpo, che spinge il musicista incompreso in un baratro dal quale non uscirà mai più. Inizia a dipendere dagli psicofarmaci contro la depressione, dall’alcool, dall’oppio e dai cannabinoidi. Rimasto senza un soldo, a 24 anni è costretto a tornare a “Far Leys”, nell’amata e odiata casa dei genitori nel minuscolo paesino di Tanworth-in-Arden, non lontano da Birmingham. Nel fiore dei suoi anni, Nick ormai si sente un fallito senza più desideri né ambizioni, incapace di reagire da quella fossa che, giorno dopo giorno, continua a scavarsi sempre più profonda.

Passa le giornate chiuso in casa a leggere, o peggio, a fissare il soffitto in silenzio. Smette di lavarsi e disinteressarsi del suo aspetto fisico, vestendosi come un clochard. Oppure, senza avvertire nessuno, prende la vecchia utilitaria dei genitori e compie lunghi viaggi nella notte senza meta, mentre la luce gialla dei fari rischiara l’oscurità insopportabile della campagna inglese. Come ricorda la sorella Gabrielle (che peraltro diventerà un’attrice piuttosto conosciuta) nel magnifico documentario A Skin Too Few, qualche volta è capitato che Nick, dopo non aver dato più notizie per giorni, chiamasse la madre da una cabina telefonica in qualche zona sperduta dell’Inghilterra: “Mi venite a prendere? È finita la benzina… E non so bene dove sono”. Sempre più inquieto e tormentato dai suoi stessi fantasmi, Nick inizia a chiudersi in un mutismo preoccupante. Spesso, anche in presenza degli amici più cari, passava le serate a bere o a fumare senza proferire una parola. Nei suoi ultimissimi brani, raccolti nell’antologia Made To Love Magic, è talmente malridotto da non riuscire più a cantare e suonare insieme la chitarra, tanto da essere costretto a registrarle separatamente.

Poco prima di morire compie un breve viaggio a Parigi, nel tentativo di raggiungere l’adorata chanteuse Françoise Hardy: il loro presunto incontro rimane tuttora avvolto nel mistero. Imprigionato in un’afasia ormai irrimediabile, inaridito e svuotato da ogni emozione che gli consenta di esprimere in versi il suo dolore cosmico, l’angelico poeta del Warwickshire si rende conto che la sua fine è vicina. Più che della sua sorte, Nick è però roso dal terrore di non essere riuscito a comunicare, ad esprimere agli altri le tracce udibili del suo magico e sanguinante universo interiore. Un chiodo fisso che sarebbe diventato realtà, forse, se non avesse avuto la forza per registrare il suo ultimo album, uno dei capolavori più belli e intensi della storia della musica: Pink Moon.

La copertina di Pink Moon realizzata da Michael Trevithick

La copertina di Pink Moon realizzata da Michael Trevithick

Per questo bisogna fare un piccolo salto indietro. È il 1972, due anni prima della sua morte. Prima di partire, Boyd aveva lasciato il suo posto all’amico fidato John Wood, formidabile tecnico del suono e produttore, fra gli altri, di Nico e Cat Stevens. A Wood, Boyd aveva dato una semplice istruzione: “registrare qualunque cosa proponga Nick”. Pochi mesi prima Nick era stato in uno dei suoi pochissimi viaggi fuori dall’Inghilterra, in Spagna, nella radiosa Costa del Sol, ospite della villa di Chris Blackwell, capo della Island. Uno dei pochi che credeva in lui, nonostante i due album precedenti non avessero venduto nemmeno 10mila copie. Forse, seduto e assorto sulla spiaggia, pallido e scostante, ben lontano dai locali e dai turisti che affollavano gli stabilimenti balneari, aveva già avuto modo di pensare a qualche triste verso di un’opera che sarebbe stata l’ultima, di certo la più pessimista e struggente. Dal sole della Spagna alla nebbia di Londra, poco tempo dopo Nick Drake entra negli studio verso mezzanotte, insieme all’inseparabile Guild, la chitarra che si vede già nella copertina di Bryter Layter. Si siede stanco sulla sedia, lo sguardo perso nel vuoto.

“No, John, stavolta nessun altro strumento. Siamo solo io e la mia chitarra”.

Nick inizia a suonare e nel giro di mezz’ora registra tutto Pink Moon. Undici tracce, appena 26 minuti, che Nick esegue una dietro l’altra con la più grande naturalezza del mondo, lasciando John Wood esterrefatto e immobile, dietro il vetro, per la sconcertante bellezza di quelle canzoni. Sì, Nick tornerà due giorni dopo per aggiungere qualche nota di pianoforte alla title-track, ma ormai l’album è già pronto.

Così come i suoi due lavori precedenti erano stati grandiosi dal punto di vista strumentale, le canzoni di Pink Moon sono essenziali, scarne, che penetrano direttamente nell’anima attraverso un dialogo suadente tra le note di chitarra e la voce flebile di Nick, che nonostante i patimenti riesce a rimanere cristallina, con quella ingenuità di bimbo sorridente che parla di vita e di morte senza gravità apparente. I demoni della depressione, i cattivi pensieri che lo attanagliano ogni giorno si avvertono nei testi, che pur deprimenti conservano la loro estatica grazia: ma i fantasmi interiori, sublimati in musica, sono evocati con una sorta di luminoso canto del cigno prima della fine, sempre incombente e pronta a balzare dalle tenebre.

Secondo la tradizione cinese la luna rosa significa l’arrivo di sciagure imminenti, perché è questo il colore che assume prima dell’eclissi. Lucido e profeta del suo destino, Nick annuncia il triste presagio:

“L’ho visto scritto e l’ho sentito dire
La luna rosa è in cammino
Nessuno di voi starà così in alto
La luna rosa vi prenderà tutti”

Poi è la volta di Place To Be, un accorato ricordo dell’infanzia spensierata nel Warwickshire, “quando ero più giovane di prima”, quando sì era più ingenuo e ignorante ma anche più coraggioso, “pieno di luce” pronto ad affrontare a viso aperto un futuro pieno di possibilità che, dal verde della casa genitoriale, sembrava radioso e infinito:

And I was strong, strong in the sun
I thought I’d see when day is done
Now I’m weaker than the palest blue
Oh, so weak in this need for you.

Segue Road, una filastrocca cantata con voce più grave, strascicata come un rantolo, e poi Which Will, struggente preghiera dedicata a un’ipotetica o reale persona amata, stretta nel dubbio di una passione intensa quanto soggetta ai capricci della contingenza:

Which do you dance for?
Which makes you shine?
Which will you choose now
If you won’t choose mine?

Secondo i biografi, Drake nella sua vita non avrebbe addirittura mai avuto un rapporto con una donna, mentre altri sostengono la sua omosessualità latente. Vani pettegolezzi senza alcuna prova, che tuttavia spiegherebbero in parte l’intenso amore platonico, perfetto e quasi impossibile nel mondo reale che traspare nelle sue canzoni. Dopo il magnifico strumentale Horn, inno ermetico alla solitudine, arriva Things Behind the Sun, invito filosofico e quasi buddhista all’accettare il mondo così come è, a fare parte di esso senza paura, perché in fondo la vita è un viaggio. Più che preziosi consigli a qualche ascoltatore sconosciuto Nick, quelle parole, sembra rivolgerle a se stesso:

Take your time and you’ll be fine
And say a prayer for people there
Who live on the floor
And if you see what’s meant to be
Don’t name the day or try to say
It happened before.

Segue poi Know, un altro dialogo al buio che esprime al contempo l’impossibilità di una vera comunicazione, del contatto:

“You know that I love you
You know I don’t care
You know that I see you
You know I’m not there”

Parasite è forse la più autobiografica delle canzoni, in cui Nick rimarca quasi con rassegnazione (e un pizzico di voluttà) la sua condizione di outsider, di emarginato, di Cassandra ebbra destinata a cantare sola nella notte nel cuore di una città deserta. Segue Free Ride, a metà strada tra la serenata di corteggiamento e la riflessione della propria condizione di vagabondo solitario senza speranze:

I know you, I care too
I see through
All of the pictures that you keep on the wall
All of the people that will come to the ball
But hear me calling
Won’t you give me a free ride?

La poetica, così come la vita, di Nick Drake è sempre divisa tra un irrinunciabile desiderio di solitudine e una frenetica, bramosa ricerca di un contatto con l’altro. Come una tenera richiesta di aiuto, sorta dalla necessità di dare e di ricevere amore, purtroppo rimasta inascoltata. Questa divisione contorta, segno di una psiche travagliata, non può che risolversi in una caduta, libera quanto mortale:

Falling fast and falling free, you look to find a friend
Falling fast and falling free, this could just be the end

Sussurra infatti un apatico Nick, accompagnato da uno splendido arpeggio di chitarra, che cela le tenebre che stanno dietro a questa innocua canzone, o meglio le trasfigura rendendole meravigliose ed eterne, come gli angeli eburnei nei cimiteri monumentali. L’ultimo brano, From The Morning, è vero il testamento spirituale di Nick Drake. Una poesia sul risveglio mattutino, sospeso fra realtà e paradiso, dove la morte non è più un’occasione persa, ma una premessa mistica, quasi religiosa, di una rinascita universale:

And now we rise
And we are everywhere
And now we rise from the ground
And see she flies
And she is everywhere
See she flies all around

Con disarmante lucidità e tenera innocenza, Nick sembra quasi non solo cantare l’inno funebre della sua morte, ma anche la speranza di un’effettiva resurrezione, che se è ormai impossibile sulla Terra, può attuarsi in un’altra dimensione.

Circa due anni più tardi, il 25 novembre 1974, verso mezzogiorno, Nick Drake viene trovato morto dai genitori sul letto della sua camera di “Far Leys” di Tanworth-in-Arden, ucciso da una dose eccessiva di amitriptilina, uno degli antidepressivi che Drake assumeva ogni giorno. L’ipotesi del suicidio diventa quasi una certezza. Sul giradischi, quella notte, suonava un disco dei Concerti brandeburghesi di Bach. Sul comodino, aperta, una copia de Il mito di Sisifo di Albert Camus, nel quale si riconosce l’assurdità dell’esistenza e si celebra la figura mitologica greca come un uomo che nella condanna accetta e sopporta il suo infausto destino, evitando di togliersi la vita. Secondo la sorella Gabrielle, Nick in realtà non voleva uccidersi deliberatamente. La sua era più una scommessa quasi pascaliana, dettata dalla sofferenza interiore, ma compiuta con la sua solita, infantile leggerezza:

“Non credo che Nick volesse uccidersi – spiega Gabrielle nel documentario A Skin Too Few -, penso piuttosto che le cose siano andate più o meno così: Nick ha vuotato la boccetta di pillole nella sua mano e se le è messe in bocca dicendo a se stesso: ‘Al diavolo, se muoio pace, se non muoio da domani sarà tutto diverso'”.

Quella notte, intorno alle tre, Nick aveva sceso le scale e si era diretto in cucina per mangiarsi una scodella di cereali. Il suo ultimo, tenero pasto prima di salutare il mondo con il solito educato silenzio.

La lapide di Nick Drake sepolto al cimitero del suo paese natale

La lapide di Nick Drake sepolto al cimitero del suo paese natale

Il corpo appena 26enne di Nick viene sepolto nel piccolo cimitero del suo paesino. Sulla lapide, l’epigrafe ricalca due versi di From The Morning: “Now we rise / And we are everywhere”. Ora sorgiamo, ora siamo dappertutto. In un certo senso, la profezia (o l’augurio?) di Nick si è avverata davvero. Morto nel quasi totale anonimato, il cantautore inglese è stato oggetto di una miracolosa riscoperta a partire dagli anni Ottanta.

La sua musica delicata e intimista quanto sfuggente, il mito del cantautore taciturno che come i poeti maledetti ha scelto suo malgrado di fare della sua vita un’opera d’arte senza salvezza, lo hanno reso un personaggio di culto in tutto il mondo. I critici musicali si sono finalmente accorti di lui, il passaparola ha fatto il resto. Le sue canzoni nude, essenziali e profondamente liriche hanno influenzato decine fra cantanti e band che si sarebbero affermate negli anni Novanta. Ciò lo dimostrano anche le tante cover dei suoi brani, dai Calexico a Brad Meldhau fino a Danny Cavanagh degli Anathema. C’è Nick Drake in certi brani dei Radiohead, dei Low, dei Nine Inch Nails, dei Red House Painters, di Bon Iver, perfino dei Sigur Ròs. E di moltissimi altri. Oggi, tra gli appassionati di musica, quando si dice che un artista, un album o una canzone “è un po’ alla Nick Drake”, non serve fornire altra spiegazione. Forse non poteva essere diverso il suo destino. Il suo eccezionale talento doveva essere scoperto solo dopo la fine della sua parabola di genio umbratile e imbronciato, che è riuscito a eguagliare per poetica e per tempestosa esistenza gli amati poeti che avevano accompagnato i suoi sogni di solitario: Keats, Shelley, Byron, ma anche Verlaine, Rimbaud, e ancor prima Blake.

Arthur Rimbaud, il poeta francese principe degli scrittori maledetti

Arthur Rimbaud, il poeta francese principe degli scrittori maledetti

Se il suo corpo è svanito prematuramente, di Nick Drake ci rimangono le sue trentuno canzoni (quasi una ventina in più se si considerano tutte le registrazioni), la sua musica, i suoi testi e infine le poche immagini che lo ritraggono, bello e fragile come un angelo tenebroso. Le più celebri sono certamente quelle scattate dal fotografo Keith Morris nel 1971 nel verde di Regent’s Park o di Hampsted Heath, nel cuore di Londra. Le foto che forse colpiscono di più risalgono a due anni prima, quando Morris decide di immortalare l’allora 21enne cantautore davanti alla Morgan Crucible Factory, nel quartiere di Battersea, a Sud del Tamigi. In questi pochi scatti vediamo Nick appoggiato davanti a un muro di mattoni, con il suo solito sguardo innocente, quasi impaurito eppure tremendamente consapevole. Davanti a lui, immobile, schiere di londoners frettolosi camminano sfocati e distratti, presi solo dalle loro incombenze.

Nick Drake immortalato a Battersea da Keith Morris

Nick Drake immortalato a Battersea da Keith Morris

Ecco, quelle immagini non sono solo una metafora perfetta della mancata attenzione che Nick ha avuto in vita, segno della superficialità cieca di fronte al talento. Quelle foto mostrano, per così dire, tutto ciò che è stato Nick: un marziano sensibile e meditabondo, un’anima bella incapace di integrarsi con il brusio indistinto del mondo, ma destinata a restare in disparte. La sua posizione privilegiata, unita a una sensibilità superiore, gli hanno permesso di elevarsi in altri modi, come L’Albatros di Baudelaire. Ha aperto le sue enormi ali ed è volato via verso l’alto, lontano.