di Manuel Cipollone

Sciagurato conformismo, epidemia senza fine, miete vittime come un morbo infettivo a cui nessuno (o quasi) riesce a sottrarsi. Per l’ennesima volta, la macchina per la “normalizzazione” delle icone si è messa in moto. E si, avrà effetti devastanti, come sempre d’altronde. Lo abbiamo già visto, l’eccezionale trattamento, per i più disparati personaggi, dal mondo dell’arte allo spettacolo, dalla cultura fino ad arrivare alla politica. Tanto diversi, per ambiti, profili, passioni, vissuti, e fors’anche importanza dell’operato, hanno in comune uno stesso destino: esser finiti nel tritatutto dell’apologia qualunquista. Da David Bowie a Pasolini, da Che Guevara a Falcone e Borsellino, e quant’altri.

Per tutta la loro vita, questa si innovativa, rigeneratrice, rivoluzionaria, i più li hanno apprezzati a fasi alterne, in modo tiepido e disinteressato, senza mai amarli o conoscerli troppo. E ciò in taluni casi, per i più “fortunati” potremmo dire, perché in altri li si è addirittura disprezzati, forse per incomprensione o per il tipico bigottismo borghese. Ma è una volta morti che la macchina conformista della “gloria costrutta” inizia l’opera di miticizzazione, finta e svuotata di ogni carattere rivoluzionario. Non è contro il tributo, giusto, legittimo e dovuto all’icona che bisogna levarsi, ma contro quel fenomeno di falsa apologia che monopolizza il “mito autentico” e lo trasforma in una caricatura di sé stesso. Nel mentre che lo si glorifica, chissà se con spirito sincero, sottesamente gli si cuce addosso un abitino su misura, tagliato per gli standard del politicamente corretto, che di fatto andrà sostituire l’immagine originale con una pop più accettabile per le convenzioni del momento.

Lo stiamo vedendo in questi giorni, l’esaltazione e al contempo l’appiattimento con cui sta venendo ricordato, dai canali main stream, Muhammad Alì, il campione dei campioni di pugilato. Fortissimo, esagerato, eclettico, istrionico e, per il tempo, sicuramente fuori dalle righe, inizia già a divenire un mero, per quanto audace e entusiasmante,  precursore dell’America d’avanspettacolo in campo sportivo. Del fiero combattente, a tratti intransigente, difensore dell’identità indissolubile e dell’orgoglio del popolo nero, che lo portò ad abbracciare l’Islam e a frequentare i circoli di Malcom X, non altro che una scialba menzione, spesso sostituita con una più generica lotta per i diritti civili degli afroamericani. Se non fossimo persone tanto moderate, da non voler pensar male, si direbbe quasi una “reductio ad arcobalenorum”. Ma occorre invece farlo sapere chi era Alì, gridarlo al cielo, in tutti modi, altrimenti del campione che “danzava come una farfalla e pungeva come un’ape”, a mano mano che lo incenseranno, non rimarrà che una, peraltro scolorita, farfallina.